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Salotti romani, istruzioni per l’uso: Nicola Santini, giornalista e scrittore, racconta chi invitare, chi evitare e come sopravvivere alla mondanità – INTERVISTA

Nel suo ultimo libro, “Un pò d’istruzione un pò distruzione”, il direttore del settimanale Vero, osserva con ironia il rapporto tra educazione e apparenza, raccontando virtù e vizi delle relazioni contemporanee

Salotti romani, istruzioni per l’uso: Nicola Santini, giornalista e scrittore, racconta chi invitare, chi evitare e come sopravvivere alla mondanità – INTERVISTA
Nicola Santini nel salotto di Sandra Verusio

Settembre è il mese in cui la città ricomincia a vivere. Dopo la pausa estiva tornano gli appuntamenti, le cene e quella mondanità che oggi passa attraverso le piattaforme social. Ma l’idea di incontrarsi e costruire relazioni è tutt’altro che nuova. Prima delle storie su Instagram c’erano i luoghi d’incontro della mondanità, dove si intrecciavano relazioni, cultura e potere. Un modello che affonda le sue radici nel Seicento, quando l’appartamento privato di Madame de Montespan, nella reggia di Versailles, divenne un centro gravitazionale della vita mondana. In Francia questi luoghi diventano spazi nei quali si incontrano uomini di potere e la conversazione si trasforma in una forma di capitale sociale. Il modello arriva poi in Italia e trova a Roma un terreno particolarmente fertile. Tra il 1870 e il 1914, le case dell’aristocrazia diventano luoghi fondamentali d’incontro, scambio culturale e dibattito politico. Dopo la trasformazione della città in capitale del Regno d’Italia, le dimore private offrono uno spazio nel quale confrontarsi e costruire relazioni. Alcune diventano importanti poli culturali, come quelle di Ersilia Caetani Lovatelli e di Giuseppe Primoli, nobile e raffinato fotografo. Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, è rinomato il salotto di via Panama, nel quartiere Parioli, presieduto dalla giornalista e scrittrice Annamaria Angrisani Renzi. Negli ultimi tempi, quel mondo ha cambiato forma, ma non la sua funzione. Dietro una cena apparentemente informale continuano a vivere gerarchie, affinità, esclusioni e strategie. Oggi, molte di quelle dinamiche si consumano davanti a una macchina fotografica o nelle storie di Instagram.

La nostra intervista

A raccontarci come sono cambiati i codici della mondanità è Nicola Santini, giornalista, scrittore e direttore del settimanale Vero, che da trent’anni osserva e racconta il costume italiano e i suoi protagonisti. Cinquant’anni appena compiuti, Santini ha conosciuto molto presto alcuni dei salotti più celebri della Roma mondana. Ha incontrato quasi bambino Marina Ripa di Meana, che arrivò a considerarlo alla stregua di un secondo figlio, ha conosciuto Marta Marzotto, che trasferì a Milano il proprio salotto, oltre a Sandra Verusio e Maria Angiolillo. Signore di una Roma nella quale una cena poteva “pesare” parecchio. Il suo ultimo libro “Un po’ d’istruzione un po’ distruzione” è un viaggio attraverso le regole, le contraddizioni e le piccole ipocrisie che governano i rapporti sociali.

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Nicola Santini insieme a Marina Ripa di Meana

Partiamo dai salotti bene di Roma. Quanto incidono apparenza, buone maniere e relazioni?

Ho imparato che, laddove si conosce la forma, non c’è alcun bisogno di formalità. Le buone maniere sono indispensabili nella vita di tutti i giorni. L’educazione è un passe-partout che non risolve i drammi della vita, ma, certamente, aiuta ad affrontarli meglio. Per buone maniere non intendo un’applicazione esasperata e pedissequa del galateo. Possiamo ritenerci soddisfatti quando, almeno, le regole fondamentali vengono rispettate quotidianamente. L’apparenza viene spesso demonizzata senza senso. Il linguaggio non verbale è un importante biglietto da visita. Noi siamo quello che mostriamo. L’apparenza non è tutto, ma trascurarla non è intelligente.

Nel suo libro “Un po’ d’istruzione un po’ distruzione” c’è già una provocazione. E’ importante conoscere le regole per infrangerle con eleganza?

Si trasgredisce quando si conosce. Diversamente parliamo d’ignoranza. Ho voluto rivisitare nel libro i grandi classici della letteratura, liberandoli dalle sovrastrutture del politicamente corretto. Non sarei riuscito a fare questa operazione se non li avessi letti e studiati. Con le regole accade la stessa cosa: prima bisogna conoscerle, poi si può decidere quali rispettare e quali, invece, prendere allegramente a calci.

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Nicola Santini, a 19 anni, nel salotto di Marina Ripa di Meana

Esiste ancora il bon ton? 

Le dirò: non so se sia peggiore la parola bon ton o l’espressione salotto romano. Entrambe le espressioni hanno accumulato una tale quantità di cipria da renderle irriconoscibili. Dietro una tavola perfettamente apparecchiata si nascondono rivalità, invidie e strategie sociali. E con questo ho detto tutto.

Roma è una città in cui aristocrazia, alta borghesia, politica, spettacolo e giornalismo sono in continuo dialogo. Cosa è cambiato rispetto al passato?

Un tempo erano ambienti interessanti; oggi, invece, solo interessati. Qualcuno, però, si salva. Ed è proprio nel mix and match che Roma torna a essere la vera Capitale. Ho vissuto dieci anni a Milano, prima di lasciarla definitivamente ed, ho notato, che la città si è blindata all’interno di un circuito con regole ben precise. Solo gli influencer riescono ancora ad  intrufolarsi ovunque; sempre che si sia qualcosa da “accattare”. Roma, invece, è più divertente. Il tessuto sociale  è variegato. E’ possibile incontrare mondi diversi che, quasi per caso, finiscono per sfiorarsi, mescolarsi e, tal volta, parlarsi.

Esiste una casa che ha il piacere di frequentare?

Certamente quella di Fulco e Concita Borrelli. Mi piacciono le loro cene con tantissimi ospiti, che si snodano tra i divani e i due terrazzi, ma anche  quelle più intime in cucina. Sono certo che se definissi casa loro come un “salotto”, mi butterebbero giù dal quinto piano. Ero felicissimo anche a casa di Maria Giovanna Maglie. Sono rimasto legato da un’amicizia fraterna a Carlo Spallino Centonze, che fu il suo compagno e complice nell’arte del ricevere. Insieme avevano una delle case più divertenti della Roma contemporanea. Fu lì che conobbi Giorgia Meloni, quando Palazzo Chigi era ancora lontano.

Salotti romani, istruzioni per l’uso: Nicola Santini, giornalista e scrittore, racconta chi invitare, chi evitare e come sopravvivere alla mondanità – INTERVISTA
Nicola Santini e Concita Borrelli durante la trasmissione televisiva Porta a Porta

A proposito di Giorgia Meloni …

Lei mi sembra proprio il contrario di una persona che possa lasciarsi sedurre dai salotti. Quando Giorgia entrò nella stanza, l’atmosfera cambiò. Portò una luce incredibile, senza nemmeno bisogno di parlare.

C’è un confine sottile tra educazione e ipocrisia?

Vivo a Duino Aurisina, tra Italia e la Slovenia. Conosco bene il significato della parola “confine”. Il velo tra educazione e ipocrisia è tutt’altro che sottile. La partenza è sempre la stessa; bisogna avere rispetto. Se devo avere a che fare con un ipocrita, pretendo, almeno, che sia ben educato.

Nel suo libro è presente un’educazione sentimentale e sociale.

Ci sono delle regole. Se entri a far parte di un ambiente nuovo, è molto meglio improvvisarsi ottimi ascoltatori piuttosto che ottimi oratori. La gente che sa ascoltare é merce rara.

Qual è il comportamento più errato?

La confidenza immediata. I messaggi vocali al primo e, pure, al secondo contatto. Parlare troppo e presto ci espone al rischio di raccontare la nostra vita a chi sta ancora cercando di memorizzare il nostro nome. La confidenza immediata mi insospettisce sempre.

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Nicola Santini, direttore di Vero e autore di “Un pò d’istruzione un pò distruzione”

Quali sono le convenzioni, le regole o i falsi miti dei salotti bene della Capitale che vorrebbe demolire?

Parlare di “salotto bene” fa sorridere. Esiste il  “salotto male”? Se esistesse lo frequenterei con grande passione ed interesse Non sono un tipo nostalgico: la vita cambia ed il costume si adegua. Provo coraggio per  chi apre casa e riceve. Personalmente, non ho più pazienza. C’è stato un periodo in cui, pur selezionando gli inviti, mi ritrovavo, anche tre sere alla settimana, con più di trenta persone in casa. Quel capitolo è archiviato. Oggi il mio tavolo da pranzo ha sei posti a sedere. Chi varca la mia soglia deve essere coccolato personalmente.

Quando cadono le apparenze cosa rimane? Hanno ancora valore il cognome, il conto in banca, il vestito giusto?

L’essere umano viene prima della fama e del titolo. Conta ciò che dice e, soprattutto, ciò che ha da dare. Il resto è un piacevole contorno. Bisogna scegliere con cura le persone da frequentare e, per quanto mi riguarda, preferisco quelle capaci di trasmettere energia anziché sottrarla. Se poi contenitore e contenuto riescono ad andare d’accordo, la compagnia diventa decisamente più piacevole.