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Abolite le Regioni

di Antonio Arricale

Le mutande acquistate dal governatore del Piemonte, Roberto Cota, con i soldi del contribuente è soltanto l’ultimo, in ordine di tempo, degli episodi di mala-politica registrati in questi mesi, riconducibili alla scandalosa gestione delle Regioni italiane. All’inizio c’era stato – chi non lo ricorda? – il caso Fiorito nel Lazio; e di Formigoni & C.in Lombardia; e ancora del consigliere regionale “calvo” della Campania beccato ad acquistare coi soldi dei rimborsi uno shampoo colorato; e via di seguito, ovunque in Italia. Nessuna Regione esclusa. Fino alla Sicilia – sempre per ricordare – su cui incombe il rischio di un default più grave di quello della Grecia. Il costo delle Regioni – circa mille milioni di euro all’anno per la semplice gestione funzionale – rappresenta uno dei buchi neri della spesa pubblica nazionale. Fossi nei panni di Renzi, me ne ricorderei.

Anche perché possiamo senz’altro dire che i guai legati al deficit dell’Italia iniziano proprio con la creazione di quest’ente, nel 1970. Avvenuta, peraltro, con oltre vent’anni di ritardo rispetto all’entrata in vigore della Carta costituzionale, che pure l’aveva previsto (articolo 114) nell’ordinamento statale italiano. Un ritardo non casuale – secondo alcuni – avendo prefigurato e temuto, i più avveduti leader di maggioranza dell’epoca, con l’introduzione di questo nuovo Ente territoriale, effetti non proprio positivi sull’architettura istituzionale del potere. La verità, però, è che nell’Italia del dopoguerra, legata indissolubilmente al Patto Atlantico, occorreva in ogni caso garantire uno spazio di agibilità politica – si direbbe oggi – anche al maggiore partito comunista dell’occidente presente appunto nel nostro Paese. Spazio che fu tollerato, ad un certo punto, anche dagli americani, a condizione di non superare il livello territoriale intermedio della gestione del potere. In questo modo, infatti, restando in ogni caso preclusa la possibilità di assumere la guida del Paese, al maggiore partito filosovietico italiano veniva comunque consentito un parziale e circoscritto esercizio del potere.

Ma questo è un altro discorso. La relazione esistente tra spesa delle Regioni e aumento del deficit pubblico italiano è confermata dai dati riportati nella “Spesa dello Stato dall’Unità d’Italia – Anni 1862-2009” (Studi e pubblicazioni del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato). Dalla serie, infatti, si evince inoppugnabilmente che il costo dell’apparato statale italiano ha subito, in rapporto al Pil, una decisa accelerata a partire proprio dagli anni Settanta, con l’avvento delle Regioni, appunto. Nel citato rapporto si legge, infatti: “Nel 1980 (dunque, ad appenda dieci anni dalla creazione delle Regioni, ndr) la spesa pubblica ha raggiunto in Italia il 40,6% del Pil contro il 30,1 per cento del 1960”. Affermazione che arricchirei con almeno altre due considerazioni. La prima, riguarda sempre il Pil nazionale, che negli anni Sessanta era di un paese in forte crescita. La seconda, invece, riguarda il periodo compreso tra le due guerre e la grande depressione. Un periodo che pure stimolò politiche espansionistiche. Erano, infatti, gli anni in cui venivano introdotti i primi sistemi di sicurezza sociale, oltre che di crescita generale della spesa militare.

Ebbene, anche in questo periodo la percentuale della spesa pubblica italiana rispetto al Pil non è andata mai oltre il 31,1%. Osservo, peraltro, che l’incidenza del debito pubblico italiano sul prodotto interno lordo, paradossalmente, era minore e tutto sommato allineata a quella degli altri paesi europei, quando il Paese cresceva (negli anni cosiddetti della ricostruzione, dal 1951 al 1971, il Pil era stato mediamente del 5,3%). Viceversa, la stessa incidenza era andata sensibilmente ad aumentare quando, invece, il paese rallentava (Pil al 3,2% nel decennio ‘73-’82; all’1,6% nel periodo ‘83-2000; e allo 0,9% tra il 2001 e il 2012). Esattamente come ancora avviene oggi. Che cosa occorrerebbe fare, allora? Se i numeri hanno un senso occorrerebbe, per cominciare, rivedere il ruolo delle Regioni. Anzi, sarebbe il caso di abolirle tout court. E di lascare, magari, in pace le Province, che svolgono onorato servizio di raccordo tra Stato centrale e Comuni fin dai tempi di Napoleone Bonaparte. Tanto più – particolare non da poco – che il costo di funzionamento delle assemblee provinciali è di appena 45 milioni rispetto ai 985 milioni dei Consigli Regionali. Dubito, però, che a Renzi o ad altri – per quanto animati siano da buone intenzioni – glielo lasceranno fare. Nessun tacchino ama festeggiare a Natale, figuriamoci onorevoli e burocrati regionali.