La trattativa fu lunga, complessa e articolata. Teatro un ufficio polveroso del tribunale di Milano, dove nei primi giorni di un freddissimo febbraio del 1996, da una parte mia figlia Ilaria, laureanda in giurisprudenza e mio braccio destro in azienda, dall’altra la dirigente responsabile dell’ufficio che gestisce, battezza e mette il timbro alla registrazione legale dei giornali, si confrontavano su un tema giuridicamente non banale: riconoscere come testata registrata un giornale virtuale, fatto di bit e non di atomi. Un giornale, il primo, del tutto privo di supporto cartaceo, esistente solo nei computer dei suoi lettori, oltreché nei desideri di noi utopisti fondatori.
La discussione si protrasse per più sedute e successivi approfondimenti dottrinari. “Come faccio a riconoscere e registrare un giornale che non c’è?”, obiettava spiazzata la dirigente dell’ufficio. “C’è, ma è su Internet”, argomentava Ilaria. “E che cosa è Internet?”, si chiedeva esterrefatta la dottoressa, ignara della rivoluzione digitale incombente, pensando probabilmente a un filo interdentale o a un detersivo per sanitari.
*BRPAGE*
Finché la matassa giuridica fu sbrogliata l’11 aprile di quel lontano 1996, l’anno del primo governo Prodi e dell’Ulivo, delle prime elezioni libere nella Federazione Russa, mentre in Giappone viene lanciato il Nintendo, l’Australia legalizza l’eutanasia, in Uk Diana cessa di essere reale, i due democratici Bill Clinton e Al Gore si sfidano per la corsa alla Casa Bianca, Umberto Bossi proclama l’indipendenza della Padania, Fidel Castro arriva in visita in Vaticano, l’AIDS segna per la prima volta un decremento dei decessi, si scioglie il gruppo britannico dei Take That, Il Postino di Massimo Troisi vince l’Oscar per la colonna sonora, Osama bin Laden scrive The Declaration of Jihad…
In quel lontano 1996 del secolo scorso, la giovane Ilaria riuscì a ottenere il battesimo legale e l’agognato timbro del tribunale di Milano, il riconoscimento giuridico e l’autorizzazione legale per Affari Italiani (così si scriveva allora) la prima testata digitale. Fu necessario un piccolo escamotage giuridico, concordato con gli uffici del Palazzone: ogni sei mesi noi di Affari Italiani ci saremmo impegnati a consegnare in tribunale una copia stampata del neonato giornale.
*BRPAGE*
Fu la svolta. E dobbiamo dire grazie alla tenacia di Ilaria ma anche alla lungimiranza della responsabile dell’ufficio. Iniziava formalmente la rivoluzione digitale nell’editoria italiana. C’era stato proprio in quei mesi già un timido tentativo di invio di file digitali di un giornale cartaceo in Sardegna da parte di un altro editore visionario come Nicola Grauso. E anche una webzine di un mensile specializzato in informatica. Ma Affaritaliani.it fu il primo quotidiano online registrato e diretto da un giornalista professionista. Il primo progetto editoriale disposto a scommettere sulla rivoluzione Internet, investendo tempo, energie, competenze e denari (c’era ancora la lira) sul fatto che la grande Rete sarebbe diventata un modo nuovo, più rapido, economico e sostenibile, di produrre e distribuire l’informazione, e l’editoria cartacea sarebbe stata gradualmente ma inesorabilmente sostituita da quella digitale.
Un progetto avveniristico in forte anticipo sui tempi. Repubblica.it sarebbe nato due anni dopo (e poi tutti gli altri giornali), il legislatore ci sarebbe arrivato nel 2001, con la legge sull’editoria, quando riconobbe pari dignità del cartaceo al quotidiano digitale. E noi di Affari l’11 aprile di ogni anno festeggiamo il nostro compleanno. Ieri tra di noi, oggi con i nostri milioni di lettori e amici. Niente feste, come in passato, causa Covid. Ma la festa ce l’abbiamo nel cuore, mia figlia Ilaria e il sottoscritto, per aver portato il web nel giornalismo italiano e il giornalismo italiano nel web… Cin cin e… ad maiora.

