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Braccianti bruciati vivi, la minaccia con la pistola del giorno prima e l’inganno

Vittime e killer lavoravano insieme. Il procuratore: omertà sul caporalato

Braccianti bruciati vivi, la minaccia con la pistola del giorno prima e l’inganno
Foto dal video della tragedia

Braccianti bruciati vivi, la minaccia con la pistola del giorno prima e l’inganno

Ci sono alcuni punti fermi e molti ancora da chiarire nella strage di Amendolara. Due pachistani, Safeer Hahmed e Ali Raza, sono stati fermati, “gravemente indiziati” per l’omicidio dei quattro braccianti. “Da ciò che ci hanno raccontano i lavoratori: il giorno prima – svela Giovanni Mininni segretario generale della Flai Cgil a Il Corriere della Sera -, erano stati minacciati con una pistola.

Dei caporali pachistani non vanno in giro armati se alle spalle non c’è un’organizzazione mafiosa. Non è così in tutte le regioni. Altrove la mafia è concentrata su altri business, ma in Calabria è verosimile che governi anche il caporalato. In passato le ‘ndrine hanno controllato anche la logistica e il trasporto delle imprese agricole attraverso il porto di Gioia Tauro. Appena avremo elementi certi li trasferiremo alla Procura“.

È confermato invece che poco prima della tragedia un carabiniere della Forestale si era trovato davanti l’auto con i migranti, aveva notato dei movimenti strani e che qualcuno gettava delle buste di plastica dal finestrino. Probabilmente la lite era già iniziata, il carabiniere li segue fino al distributore, mostra il tesserino e li ammonisce. Poi va via. Sono le 13.30. Poco dopo l’incendio e la strage di braccianti. “L’ipotesi del caporalato? Le parole dette ai cronisti dall’unico sopravvissuto (“Non ci pagavano da un mese e noi ci siamo ribellati”)? “È una delle ipotesi da verificare“, spiegano dalla procura.