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Burqa a scuola, solo 5 Paesi UE su 27 lo vietano davvero: ecco dove è fuorilegge

Il governo Meloni annuncia lo stop al velo integrale negli istituti scolastici italiani. Ma la misura, descritta come “diffusa” dal ministro Valditara, riguarda in realtà solo una minoranza di Paesi UE

Burqa a scuola, solo 5 Paesi UE su 27 lo vietano davvero: ecco dove è fuorilegge

Burqa a scuola, la mappa d’Europa: dove è già vietato e dove no

L’annuncio di Giorgia Meloni dal palco di Fenix, la festa di Gioventù Nazionale – un decreto che vieterà burqa e niqab nelle scuole italiane – riapre il confronto sulle norme già in vigore nel resto d’Europa. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha parlato di “un principio applicato in molti Paesi europei”, ma i numeri restano di gran lunga più contenuti.

A vietare la copertura integrale del volto ovunque, non solo a scuola, è la Francia: primo paese ad agire in tal senso, ha varato un divieto assoluto in vigore dall’aprile 2011, il più rigido d’Europa, poi confermato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Il Belgio ha seguito a ruota con un divieto totale dal luglio dello stesso anno, accompagnato da sanzioni pecuniarie e pene detentive per chi lo viola. La Bulgaria ha vietato la copertura integrale nelle istituzioni statali, amministrative ed educative a partire dal settembre 2016, mentre l’Austria ha introdotto dall’ottobre 2017 una legge anti-mascheramento che impone il volto visibile in tutti gli spazi pubblici.

La Danimarca ha optato per un divieto nazionale dall’agosto 2018, con sanzioni economiche che crescono in caso di recidiva, e anche la Svizzera vieta oggi di nascondere il volto nei luoghi pubblici o aperti al pubblico, seppur con alcune eccezioni previste. Il Portogallo, infine, è l’ultimo Paese ad essersi aggiunto a questo elenco, con una legge promulgata nell’agosto 2026 che vieta la copertura del volto negli spazi pubblici, prevedendo sanzioni pecuniarie per i trasgressori.

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Divieti limitati a scuole e altri luoghi specifici

Un secondo gruppo, più ristretto, ha optato per un divieto parziale, circoscritto a determinati contesti come scuole, ospedali o uffici pubblici. È il caso dei Paesi Bassi, dove non esiste un divieto generale ma dal 2019 burqa, niqab e altri indumenti che rendono irriconoscibili sono vietati in scuole, ospedali, edifici pubblici e trasporti, con una norma che vale sia per gli studenti sia per gli insegnanti.

Anche la Norvegia ha seguito un percorso simile, vietando dal 2018 il volto coperto durante le attività didattiche in scuole, università e corsi di formazione obbligatori. In Germania non esiste un divieto nazionale generale, ma la legislazione federale vieta di coprire il volto a dipendenti pubblici, giudici, forze armate e automobilisti alla guida, mentre diversi Länder applicano inoltre restrizioni specifiche che vietano il velo integrale nelle scuole e nelle università, per studenti e docenti.

L’Austria, che già vietava la copertura del volto negli spazi pubblici, dal settembre 2026 ha ulteriormente esteso la normativa, vietando alle alunne fino al compimento dei 14 anni di indossare a scuola anche un velo che “copra il capo secondo le tradizioni islamiche”: una misura più ampia delle altre, che coinvolge quindi anche l’hijab e non solo la copertura integrale del volto.

Solo cinque Stati dell’Unione europea – Francia, Austria, Bulgaria, Paesi Bassi e Lussemburgo – hanno un divieto operante specificamente negli istituti scolastici: meno di uno su cinque dei ventisette membri UE.

Dove non esiste alcun divieto

In Spagna e Polonia, la libertà di coscienza e di religione tutelata a livello costituzionale ha finora impedito l’introduzione di divieti di questo tipo, generali o scolastici che siano.

In Italia il divieto di travisamento del volto esiste già dal 1975 (legge Reale, n. 152), che vieta l’uso di caschi o di “qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona” in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. Finora, però, la giurisprudenza amministrativa ha riconosciuto la motivazione religiosa come “giustificato motivo” che esclude la sanzione: è proprio questa deroga che il decreto Meloni-Valditara punterebbe a eliminare nel contesto scolastico.

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