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Cronache

di Pietro Mancini

Fu Antonio Delfino, un bravo cronista calabrese, scomparso qualche anno fa, a comprendere meglio degli altri colleghi e a descrivere i patimenti, fisici e psicologici, di Giacomo Mancini, mentre davanti alle tre giovani signore, giudici del tribunale di Palmi, sfilava il plotone di boss e picciotti della 'ndrangheta, "reclutati" dai magistrati di Reggio Calabria, sulla base di una apposita circolare, diffusa dalla DDA per invitare i detenuti pluriomicidi a riferire le malefatte di "tale Mancini Giacomo, fu Pietro".

Per "quell'uomo lì", come lo definiva con disprezzo il Diego Marmo di Calabria, furono mesi, anni terribili. La sua esistenza di dignitoso parlamentare, di ministro efficiente, di Sindaco operoso e stimato, anche dagli avversari, fu sminuzzata e rivoltata come un calzino per dimostrare che Mancini, come Andreotti e Mannino, era stato contiguo e obbediente agli ordini, impartiti dalla cosca Iamonte. Collaboratori considerati come "le bocche della verità" e le loro deposizioni prese per oro colato, senza sottoporle a verifiche e alla ricerca dei riscontri, come faceva Giovanni Falcone.

Un'esperienza sconvolgente per un deputato, abituato a vincere, o a perdere, le sue battaglie, conducendole viso aperto, sempre rivolgendosi ai calabresi onesti e non collusi. Ricordo la dignità, il rispetto, con cui l'imputato si rivolgeva a quelle signore togate, che nulla sapevano della lunga storia di quell'anziano politico, che aveva dedicato la sua vita e il suo impegno, al governo e in Parlamento, per ridimensionare il potere della 'ndrangheta. Ipotizzando la costruzione, a Gioia Tauro, di un consistente polo industriale, che contenesse, con forte nucleo di lavoratori, i tentacoli della criminalità mafiosa.

Invano, piombarono a Palmi Cossiga e Alinovi, Cabras e Macaluso, Michele Pantaleone e Valentino Parlato per dire : con Giacomo, spesso, abbiamo dissentito e polemizzato, ma sulla lotta alla mafia siamo stati sempre sulla stessa, rigorosa trincea di opposizione. Ma, nonostante tutto, la dottoressa Miranda Bambace, presidente del collegio, ritenne credibile la frottola di un "pentito" su una riunione conviviale tra due avversari politici, Mancini e il dc Misasi, in un ristorante, chiuso da tempo, per concordare la distruzione, con una bomba, del mega-ponte di Catanzaro e poter affidare alle fameliche 'ndrine gli appaltoni miliardari per la ricostruzione. Un altro "pentito" parlò dell'intervento del deputato socialista presso un giudice di Taranto per annullare, in appello, la condanna del figlio di un boss. Ma si scoprì che costui era stato assolto in primo grado....

La condanna, spietata, arrivò : 3 anni e mezzo con l'umiliazione della sospensione da Sindaco, ottantenne, della sua amata città. Un giornale, che non lo amava, esultò, titolando : "Mancini mafioso". Ricordo le tante telefonate di solidarietà, la preoccupazione di Napolitano per aver visto, in Tv, il suo vecchio amico sofferente e prostrato. Mentre una senatrice del PDS, Anna Finocchiaro, ci gelò, dicendo a Lucia Annunziata : in Calabria, i voti tutti debbono chiederli ai clan e poi Mancini, ormai, è vecchio...

L'appello stabilì che le toghe di Reggio avevano celebrato il processo a Palmi, senza averne alcun titolo, e non a Catanzaro. E, nel capoluogo, un giovane giudice, il dottor Calderazzo, pronunciò, con la sua breve e chiara sentenza, quelle parole che l'ex segretario del PSI aveva tanto desiderato di sentire : onorevole, lei non ci azzecca nulla con il clan Iamonte, torni a guidare la giunta di Cosenza ! Quella sera, il vecchio leone, abbracciando me e il nipote, Giacomo, si commosse. E fu accolto dai concittadini, con tanti applausi, nella piazza del Municipio.

Tornato a casa, mi disse : io non vivrò a lungo, spetta a te risalire ai "suggeritori" della trama, non possono aver fatto tutto 2 sostituti e un capitano dell'Arma. E mi confidò qualche sospetto sui non pochi avversari di quel politico scomodo e dalla schiena dritta. Mio padre resistette, con coraggio, ai malanni per 3 anni, accolse il Presidente Ciampi al Comune, sulla carrozzella, poi nel 2002, l'8 aprile, morì, con dignità, da Sindaco in carica, debilitato da quella kafkiana vicenda. E ai funerali fu salutato da una grande folla. E ottenne quei riconoscimenti e quegli elogi, che forse avrebbe meritato in vita.

Come a Marmo, la toga anti-Tortora, anche all'accusatore di Mancini arrivò il premio : il governatore della Calabria, Loiero, lo nominò alla presidenza di una società regionale per controllare gli appalti. E Scopelliti confermò poltrona e stipendione. Ho trovato misurata e convincente la risposta con la quale Gaia Tortora ha respinto le tardive e insincere scuse di Diego Marmo, nell'intervista a "Il Garantista", "appena" 31 anni dopo l'arresto del padre, Enzo, per associazione camorristica.

A noi, familiari di Mancini, nessuno ha chiesto scusa. E, come i magistrati anti-Tortora, che Mancini difese e visitò in carcere, anche quelli, che volevano sbattere in cella Giacomo, hanno fatto delle splendide carriere. Forse, il ministro Orlando, nella riforma della giustizia, potrebbe prevedere il divieto di salire le scale gerarchiche della magistratura per coloro ai quali, con sentenza definitiva, altri colleghi hanno dimostrato che si erano, clamorosamente, sbagliati.

Un emendamento, che eviterebbe altri, dolorosi, patimenti a personaggi noti, come Mancini, Mannino e Tortora, e a tanti poveri cristi. Sono scettico, tuttavia, sulla rapida approvazione della riforma. Per bloccare il degrado del sistema giudiziario e altre morti per "malagiustizia", confido in un nuovo, forte pronunciamento dei cittadini-dopo l'inutile vittoria nel referendum del 1987-che imponga al governo e al Parlamento l'emanazione di leggi volte al riequilibrio tra i poteri dello Stato e alla riaffermazione dei principi di libertà e di uguaglianza.

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giacomo mancinimalagiustizia
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