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Caso ricina Pietracatella, che cosa non torna negli esami sulla morte di madre e figlia

Ricina confermata nei corpi di madre e figlia, ma non nei primi campioni della casa. Cosa significano gli ultimi esami

Caso ricina Pietracatella, che cosa non torna negli esami sulla morte di madre e figlia

La ricina è stata confermata nei tessuti di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, morte a Pietracatella tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Nei primi esami sui campioni raccolti nella loro abitazione, però, non sarebbero state individuate tracce della stessa sostanza.

Sono due risultati che non si annullano a vicenda, ma che complicano la ricostruzione della modalità con cui il veleno sarebbe stato assunto.

La perizia autoptica depositata a luglio, lunga circa 900 pagine, attribuisce entrambe le morti a un’intossicazione da ricina. La conclusione è stata confermata anche dal Centro antiveleni Maugeri di Pavia.

Caso ricina Pietracatella: veleno nei corpi, ma non nei primi campioni della casa

Il nuovo elemento riguarda gli accertamenti effettuati dal Robert Koch-Institut di Berlino. Secondo quanto riportato l’11 settembre da Il Tempo, le prime analisi sui 131 campioni prelevati il 30 luglio nell’abitazione della famiglia Di Vita non avrebbero rilevato ricina né altre sostanze riconducibili al Ricinus communis. Il risultato è però ancora provvisorio.

La procuratrice di Larino Elvira Antonelli aveva già precisato il 7 settembre che gli esperti tedeschi non avevano depositato alcuna relazione conclusiva e che gli accertamenti avrebbero richiesto altro tempo per la quantità e la complessità delle analisi.

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L’assenza di ricina nei campioni ambientali non smentisce quindi, allo stato attuale, i risultati ottenuti sui corpi delle vittime.

Può significare che la sostanza non sia più presente nei punti campionati, che sia stata introdotta attraverso un alimento o un oggetto non più disponibile oppure che gli accertamenti debbano essere estesi ad altri reperti.

Caso ricina Pietracatella: cosa devono chiarire gli investigatori

Gli investigatori stanno cercando di stabilire come e quando la ricina sia stata somministrata.

Secondo RaiNews, gli inquirenti collocano l’avvelenamento intorno alla cena del 23 dicembre. Cellulari, computer, tablet e altri dispositivi elettronici della famiglia sono stati acquisiti per ricostruire contatti, ricerche online, conversazioni e spostamenti nei giorni precedenti ai malori.

Altri esami eseguiti sul padre Gianni Di Vita e sulla figlia maggiore Alice hanno invece escluso un contatto con la ricina. Gli specialisti tedeschi hanno cercato anche anticorpi compatibili con un’esposizione avvenuta mesi prima, senza trovarli.

L’inchiesta della Procura di Larino è aperta contro ignoti per duplice omicidio premeditato. Gli investigatori stanno continuando con audizioni e analisi digitali. Nelle ultime ore è stata sentita nuovamente anche un’amica della famiglia, mentre altre persone dovrebbero essere convocate.

La parte ancora da ricostruire riguarda soprattutto il percorso della ricina. La presenza della tossina negli organismi delle due vittime è considerata accertata dagli esperti italiani. Non è stato invece ancora individuato, sulla base degli esami resi noti, il reperto o l’alimento attraverso il quale sarebbe avvenuto l’avvelenamento.

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