Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » News » Caso Roggero, Davigo: “La differenza tra vendetta e difesa non è un’opinione. Smettiamola con le sceneggiate”

Caso Roggero, Davigo: “La differenza tra vendetta e difesa non è un’opinione. Smettiamola con le sceneggiate”

Dalla Costituzione alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, Davigo ribadisce i confini della legittima difesa: “Difesa e vendetta non sono opinioni, ma parametri giuridici”. Il commento ad Affaritaliani

Caso Roggero, Davigo: “La differenza tra vendetta e difesa non è un’opinione. Smettiamola con le sceneggiate”

Piercamillo Davigo: “I diritti inviolabili dell’uomo sono il confine ultimo del potere. La legittima difesa non può diventare una giustizia privata”

“Nell’articolo 2 della Costituzione si legge che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. Le parole hanno un peso preciso: significa che quei diritti rappresentano un limite persino alla sovranità”. È da questa premessa che Piercamillo Davigo – ex magistrato e saggista italiano – tira le fila per Affaritaliani sul caso di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori, vicenda che ha riaperto una discussione profonda sui confini della difesa personale e sul rapporto tra sicurezza individuale e monopolio pubblico della forza. Secondo Davigo, il principio non appartiene soltanto all’ordinamento interno, ma trova una consolidata elaborazione anche nel sistema europeo di tutela dei diritti fondamentali attraverso la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la giurisprudenza della Corte di Strasburgo, che condanna gli Stati per la violazione dei diritti umani.

“La Corte europea dei diritti dell’uomo, da almeno mezzo secolo, ribadisce un principio inequivocabile: non è possibile ricorrere alla violenza per proteggere il proprio patrimonio. La reazione può essere giustificata quando è diretta contro un’aggressione alla persona, non quando riguarda esclusivamente beni materiali. Un altro dato da tenere presente, è che la legge italiana prevede la legittima difesa come causa di giustificazione, cioè come scriminante, sempre che sia proporzionata all’offesa. La difesa insomma esiste finché esiste l’aggressione: se uno è in fuga, non c’è aggressione”, sottolinea Davigo. È proprio su questo elemento che si è concentrata la valutazione dei giudici nei tre gradi di giudizio del processo Roggero. Le immagini delle telecamere di sicurezza, secondo quanto ricostruito nelle sentenze, hanno evidenziato che gli spari furono esplosi quando i rapinatori avevano già lasciato il negozio e stavano raggiungendo l’automobile, in una fase nella quale il pericolo non sarebbe stato più attuale. Sarebbe venuto meno il presupposto della reazione difensiva.

Leggi anche: Dai fratelli Shu e Liu a Cinzia Dal Pino, i casi di chi ha reagito come Roggero ed è stato condannato (ma senza polemiche)

Non è consentito uccidere, ricorda Davigo

“C’è poi un altro punto da considerare. In Italia non esiste la pena di morte. Nella versione iniziale della Costituzione era prevista soltanto per i reati stabiliti dalle leggi militari di guerra, poi questa previsione è stata modificata. In altre parole, non è consentito uccidere. Bisogna avere chiara la differenza tra difesa e vendetta: non sono opinioni, sono parametri. Onestamente, faccio fatica a capire le sceneggiate che avvengono su questi temi”, dice l’ex magistrato, che si dice scettico anche sul tema della grazia presidenziale: “Si tratta di una prerogativa esclusiva del Presidente della Repubblica. Nessuno può impartire indicazioni al Capo dello Stato su come esercitare questo potere. Ora, se Roggero ritiene di aver subito una violazione, può eventualmente rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, ma credo che difficilmente potrà ottenere una risposta diversa”, sottolinea.

La vicenda si inserisce, inoltre, in un contesto più ampio: quello della percezione di una crescente insicurezza nel Paese. Un sentimento diffuso che, secondo Davigo, non coincide con l’analisi dei dati. “L’idea di un’Italia sempre più insicura è una leggenda metropolitana. Il nostro Paese è tra i più sicuri d’Europa. Siamo passati da circa 1.800 omicidi all’anno a poco più di 250. Anche fenomeni drammatici come i femminicidi devono essere letti attraverso dati e non soltanto attraverso la percezione emotiva. Molte persone, quando vengono interrogate sulla sicurezza, rispondono attraverso una sensazione generale. Ma i numeri raccontano altro”, dice l’ex magistrato.

La conclusione dell’ex magistrato è un richiamo al ruolo stesso dello Stato di diritto: la sicurezza non può essere affidata alla reazione individuale né alla logica della rappresaglia. La linea di confine, per Davigo, rimane netta: “La difesa protegge un diritto nel momento in cui è minacciato. La vendetta arriva quando la minaccia è già cessata. Confondere queste due dimensioni significa mettere in discussione uno dei principi fondamentali della convivenza civile”, conclude.

LEGGI LE NEWS