Per mesi Mario Calabresi è rimasto il candidato possibile che non si candidava. Il nome capace di circolare con maggiore insistenza senza bisogno di essere alimentato dal diretto interessato. Un profilo civico, autorevole, conosciuto ben oltre i confini milanesi e considerato da molti, anche nel centrodestra, tra quelli potenzialmente più difficili da affrontare nella corsa a Palazzo Marino. Adesso, però, qualcosa è cambiato. Alla Festa dell’Unità di Vizzolo Predabissi, nel Milanese, l’ex direttore di Repubblica e La Stampa ha aperto per la prima volta in modo sostanziale alla possibilità di concorrere alla successione di Giuseppe Sala nel 2027.
“Alla tanta gente che me lo chiede per strada rispondo che sì, ci penso. Ci sto pensando e mi piacerebbe fare la mia parte per Milano, ci tengo”, ha spiegato. Non è ancora un annuncio, ma non è più nemmeno il silenzio prudente dei mesi precedenti. Calabresi ha legato la sua scelta al percorso che verrà individuato dal centrosinistra, a partire dalla decisione sulle primarie: “Sono in attesa di capire che tipo di percorso verrà deciso e se potrò fare la mia parte”. È il passaggio che trasforma un’indiscrezione in una disponibilità politica.
Calabresi candidato: se ne parla da (almeno) due anni
L’avvicinamento di Calabresi alla partita milanese non nasce certo nelle ultime settimane, anzi. Il suo nome era già entrato apertamente nel dibattito politico nel 2024. Nell’ottobre di quell’anno già Giuseppe Sala lo aveva indicato tra i profili civici di livello da prendere in considerazione. “Penso che Mario Calabresi sia una delle persone di livello che possono iniziare a riscuotere interesse”, aveva affermato il sindaco, precisando tuttavia di non sapere se esistesse una reale disponibilità da parte del giornalista. Sala ragionava allora sulla necessità di svolgere uno scouting nella società civile prima di definire il metodo di selezione del candidato. L’idea era verificare l’esistenza di personalità esterne ai partiti, sufficientemente autorevoli e motivate ad affrontare un incarico che lo stesso sindaco definiva “meraviglioso”, ma anche particolarmente gravoso.
Il nome di Calabresi nasce dunque dentro la ricerca di un erede civico del modello Sala: non un dirigente tradizionale di partito, ma una figura con una storia professionale autonoma, un riconoscimento pubblico e la capacità potenziale di rivolgersi anche a un elettorato moderato.
A fine gennaio la partecipazione alla manifestazione contro l’Ice alle Olimpiadi
Per oltre un anno Calabresi non ha confermato né smentito. Ha lasciato che fossero altri a discuterne, evitando di trasformare le indiscrezioni in un’autocandidatura. Un primo segnale era arrivato alla fine di gennaio del 2026, durante un’iniziativa milanese promossa dall’europarlamentare dem Pierfrancesco Maran dedicata alla condizione dei giovani dopo l’università. In quella sede aveva pronunciato alcune considerazioni che assomigliavano già all’abbozzo di una possibile agenda politica. “Milano è una città attrattiva, ma non è più accogliente”, aveva osservato. Il riferimento era soprattutto al costo della vita, alla casa, ai trasporti, alla cultura e allo sport: un sistema urbano che, secondo Calabresi, rischia di impedire ai giovani adulti di costruirsi una vita autonoma e di spingerli altrove.
Il giorno successivo, partecipando alla manifestazione contro la presenza degli agenti dell’Ice durante le Olimpiadi invernali, aveva risposto con un prudente “ne parleremo” alle domande sulla candidatura. “Oggi non è il tema”, aveva aggiunto. Ma la porta non era stata chiusa.
Proprio in quelle ore Sala era tornato sul suo nome, definendolo “una buona candidatura” e “una persona di valore”. Aveva però aggiunto una condizione politica: Calabresi avrebbe dovuto “svestire i panni del giornalista e vestire quelli del politico”, passando dall’analisi dei problemi alla formulazione di proposte concrete. Una valutazione insieme positiva e severa, che fotografava il punto centrale della possibile candidatura: la grande riconoscibilità pubblica non basta, se non viene accompagnata da un progetto amministrativo preciso.
Un candidato temuto, ma ancora da misurare con i partiti
La forza di Calabresi è anche la sua anomalia. Non appartiene agli apparati, non ha una carriera costruita nelle sezioni o nelle istituzioni locali e non dipende politicamente dal Partito democratico. Proprio per questo può rappresentare un valore aggiunto, ma anche generare diffidenza. La sua rete di relazioni attraversa il mondo dell’informazione, dell’editoria, della cultura, dell’economia e delle istituzioni nazionali. È un profilo capace di parlare ai vertici dello Stato, ai cattolici, ai mondi liberali e progressisti, senza essere facilmente collocabile in una corrente. Per il centrosinistra milanese potrebbe diventare il candidato in grado di allargare la coalizione oltre il perimetro tradizionale. Ma dovrebbe costruire un rapporto con il partito locale, con i municipi, con gli amministratori e con quella struttura militante che, soprattutto in caso di primarie, resta determinante.
È anche per questo che il metodo sarà decisivo. Una candidatura unitaria gli consentirebbe di presentarsi come figura civica di sintesi. Le primarie, invece, lo obbligherebbero a misurarsi sul terreno dell’organizzazione e del consenso interno con concorrenti come Pierfrancesco Majorino, Anna Scavuzzo e gli altri aspiranti già emersi. D’altra parte, una competizione aperta potrebbe offrirgli proprio ciò che ancora gli manca: una legittimazione politica diretta e un lungo percorso nei quartieri per farsi conoscere non soltanto come giornalista, ma come possibile sindaco.
Milanese, classe 1970: la curiosità come tratto distintivo
Mario Calabresi è nato a Milano il 17 febbraio 1970. Di sé racconta di sentirsi giornalista fin da bambino, intendendo il giornalismo prima di tutto come curiosità verso ciò che accade nel mondo, desiderio di comprendere le cause dei fatti e interesse per le storie delle persone. Dice di avere iniziato osservando ciò che succedeva nel proprio condominio, leggendo tutto quello che gli capitava tra le mani e raccogliendo ritagli sulle campagne elettorali americane. Il sogno di seguirne una si sarebbe realizzato molti anni dopo, quando da corrispondente percorse gli Stati Uniti durante la sfida presidenziale che portò Barack Obama alla Casa Bianca.
Dopo il liceo classico Cesare Beccaria, si iscrive prima a Giurisprudenza e poi a Storia all’Università Statale di Milano, senza arrivare alla laurea. Frequenta quindi la scuola di giornalismo Carlo De Martino, superando una selezione che ammetteva quaranta persone su circa duemila candidati. Il primo stage è all’Ansa, nella redazione politica di Montecitorio. È lì che impara i meccanismi della politica italiana seguendo, tra gli altri, Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Francesco Cossiga e l’elezione di Carlo Azeglio Ciampi.
Repubblica, La Stampa e il racconto dell’11 settembre
La carriera procede rapidamente. Dopo l’esperienza all’Ansa, Calabresi entra nella redazione politica di Repubblica e successivamente passa alla Stampa, dove si occupa di politica interna e internazionale. Da inviato racconta il G8 di Genova, le elezioni francesi e soprattutto gli attentati dell’11 settembre 2001. Rimane per due mesi a New York per seguire l’attacco agli Stati Uniti e le sue conseguenze, in uno dei momenti più drammatici e decisivi della storia contemporanea. Nel 2002 torna a Repubblica come caporedattore centrale. Diventa prima vicario e poi responsabile, lavorando alla trasformazione della redazione tradizionale in una newsroom organizzata sul flusso continuo delle notizie e sull’integrazione tra piattaforme. Alla fine del 2006 si trasferisce negli Stati Uniti. Segue per diciotto mesi la campagna elettorale americana, attraversando il Paese al seguito di Barack Obama, Hillary e Bill Clinton e John McCain.
A 39 anni direttore della Stampa
Nel 2009, a 39 anni, Calabresi viene nominato direttore della Stampa. È il più giovane direttore nei centocinquant’anni di storia del quotidiano torinese. Durante la sua guida spinge sull’integrazione tra carta e digitale, modifica gli spazi e i flussi di lavoro, introduce nuovi prodotti editoriali e partecipa a progetti internazionali legati all’innovazione dell’informazione. La direzione della Stampa dura fino alla fine del 2015. Nel gennaio del 2016 prende il posto di Ezio Mauro alla guida di Repubblica. Nel quotidiano romano porta avanti un nuovo processo di trasformazione digitale: lancia applicazioni e dirette social, introduce inserti tematici come il magazine culturale Robinson, promuove documentari, podcast, fotografia e giornalismo narrativo di lungo formato. La sua direzione termina nel febbraio del 2019, quando l’editore decide di sostituirlo con Carlo Verdelli. È la fine di una stagione durata dieci anni, dal 2009 al 2019, durante la quale Calabresi ha diretto due dei principali giornali nazionali.
La ripartenza dopo Repubblica: Altre/Storie e Chora Media
Uscito dalla direzione dei grandi quotidiani, Calabresi non si limita a cercare un nuovo incarico dentro l’editoria tradizionale. Sceglie invece di costruire un progetto proprio. Nel 2020 lancia la newsletter Altre/Storie, dedicata a reportage e racconti di persone. Nello stesso anno fonda Chora Media insieme a Guido Maria Brera, Mario Gianani e Roberto Zanco. Chora nasce come società specializzata nella produzione di podcast, ma cresce progressivamente fino ad assumere il profilo di una vera media company. Calabresi ne diventa direttore editoriale e uno dei principali volti pubblici. La scommessa non è priva di difficoltà economiche nei primi anni, ma il progetto si consolida, amplia la propria offerta e integra Will Media. È una seconda carriera, dopo quella nei quotidiani: non più soltanto giornalista e direttore, ma anche imprenditore della comunicazione, produttore e sperimentatore di nuovi linguaggi.
La sua idea di informazione parte dalla convinzione che il bisogno di comprendere i fatti sia più vivo che mai, ma che vadano aggiornate le forme del racconto: podcast, newsletter, documentari, serie ed eventi dal vivo. È anche questo passaggio a renderlo interessante politicamente. Calabresi non rappresenta soltanto l’editoria del Novecento, ma ha dimostrato di saper ripartire dopo un’uscita traumatica, assumendosi un rischio imprenditoriale e costruendo una nuova realtà.
Il padre Luigi e “le guerre nascoste nel cognome”
Ogni ritratto di Mario Calabresi passa inevitabilmente dalla vicenda del padre Luigi, commissario di polizia assassinato a Milano il 17 maggio 1972. Mario aveva poco più di due anni. Il fratello Paolo ne aveva uno, mentre la madre Gemma Capra era incinta del terzo figlio, che sarebbe stato chiamato Luigi. La morte del commissario Calabresi, preceduta da una violentissima campagna di accuse dopo la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ha attraversato la storia italiana e segnato profondamente la famiglia. Mario Calabresi ha affrontato quella vicenda soprattutto attraverso il racconto, scegliendo una strada lontana dalla vendetta e dal rancore. Nel 2007 pubblica Spingendo la notte più in là, dedicato alle vittime del terrorismo e alle famiglie colpite durante gli anni di piombo.
Il libro diventa un grande successo editoriale, supera il mezzo milione di copie, viene tradotto all’estero e ispira anche uno spettacolo teatrale interpretato da Luca Zingaretti. Nella sua esperienza privata e pubblica pesa molto l’esempio della madre Gemma, che negli anni ha rappresentato una testimonianza di fermezza, riconciliazione e rifiuto dell’odio. Simbolico fu l’abbraccio con Licia Pinelli, vedova di Giuseppe Pinelli, nel cinquantesimo anniversario della strage di piazza Fontana. La storia familiare ha dato a Calabresi una particolare familiarità con i temi della memoria, del dolore e della responsabilità delle parole. Un patrimonio che ha attraversato la sua produzione giornalistica e letteraria e che inevitabilmente accompagnerebbe anche un suo eventuale ingresso in politica.
I libri: dalla memoria alla fatica, fino alla Maturità 2026
Accanto al lavoro nei giornali, Calabresi ha costruito una lunga attività di autore. Tra i suoi titoli figurano oltre a Spingendo la notte più in là, La fortuna non esiste, Cosa tiene accese le stelle, Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa, La mattina dopo, Quello che non ti dicono, Una volta sola, A occhi aperti, Il tempo del bosco e Sarò la tua memoria. Nel 2025 ha pubblicato Svegliarsi all’alba, un libro dedicato alle storie di persone che affrontano la fatica quotidiana, si alzano presto, lavorano e inseguono progetti senza risparmiarsi. Un brano del volume è stato scelto nel giugno del 2026 per una delle tracce della prima prova scritta della Maturità, nella tipologia dedicata alla riflessione critica su temi di attualità.
Calabresi ha raccontato che il libro era nato proprio dal dialogo con alcuni studenti prossimi all’esame, ai quali aveva augurato di “fare fatica”: non come celebrazione della sofferenza, ma come motore per realizzare aspirazioni e progetti. Le figlie, diplomatesi l’anno precedente, gli hanno risposto con ironia: “Meno male che non è uscita l’anno scorso questa traccia”.
Un comunicatore ottimista che ora deve diventare candidato
Calabresi si definisce un ottimista. È legato alla memoria, ma sostiene di non vivere rivolto all’indietro. È curioso, comunicativo, capace di parlare con mondi diversi e di trasformare le vicende individuali in racconti collettivi. Chi lo conosce ne sottolinea il carattere gioviale, la capacità di relazione e una naturale forza comunicativa. Qualità preziose in una campagna elettorale, soprattutto in una città complessa e frammentata come Milano. Ma la politica pone domande diverse da quelle del giornalismo. Non basta individuare le contraddizioni della città: bisogna scegliere, mediare, amministrare e indicare quali promesse siano realizzabili.
Calabresi ha già cominciato a indicare alcuni temi: una Milano meno costosa, più accessibile ai giovani, capace di restare attrattiva senza espellere chi studia e lavora. Ma un’eventuale candidatura richiederà un progetto completo su casa, sicurezza, mobilità, urbanistica, welfare e sviluppo economico.
Dopo l’estate il bivio tra candidatura civica e primarie
La disponibilità espressa a Vizzolo Predabissi non scioglie ancora tutti i nodi. Calabresi attende di capire che percorso sceglierà il centrosinistra. Il Pd milanese dovrebbe definire dopo l’estate criteri e modalità per l’eventuale organizzazione delle primarie. Nel frattempo, il campo si è affollato. Pierfrancesco Majorino sostiene apertamente la necessità di una competizione. Anna Scavuzzo ed Emmanuel Conte rappresentano opzioni legate all’amministrazione uscente. Sono emerse inoltre le disponibilità di Lorenzo Pacini, Tommaso Goisis e Carlotta Cossutta, mentre il nome di Umberto Ambrosoli continua a essere considerato come possibile soluzione civica e moderata.
Calabresi si colloca in una posizione particolare: abbastanza esterno da intercettare la società civile, ma abbastanza riconoscibile da poter partire con un vantaggio rispetto ad altri candidati non politici. Abbastanza progressista da essere credibile nel centrosinistra, ma non tanto caratterizzato da risultare automaticamente respingente per l’elettorato centrale. È questa la ragione per cui il suo nome viene considerato da tempo tra i più competitivi. Mario Calabresi non è ancora candidato. Ma, per la prima volta, ha detto pubblicamente che potrebbe diventarlo. E da questo momento ogni mossa del centrosinistra milanese dovrà tenere conto anche di lui.

