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Cronache
jamile cript

di Fabio Frabetti

A pochi mesi dalla maggiore età un ragazzo di 17 anni, dopo un'infanzia travagliata, è costretto a rimanere rinchiuso in una comunità terapeutica di Forlì a contatto con coetanei potenzialmente pericolosi: c'è chi ha già un discreto casellario giudiziario, chi prova uscire dalla tossicodipendenza. E poi c'è Daniele che avrebbe invece bisogno di affetto e stabilità familiare dopo aver perso da pochi mesi la madre per una malattia incurabile. E così invece di farlo stare a contatto con la sorella, da sempre al suo fianco, si è pensato bene di mandarlo lontano da casa in un ambiente decisamente poco consono alla sua situazione. Una vicenda che mostra come a volte comunità e assistenti sociali aggravino il disagio e la sofferenza del minore invece di lenirlo.

SCARSA COMPRENSIONE - Prima del trasferimento a Forlì, Daniele da circa due anni si trovava in una comunità libera di Firenze. Qui si era fatto le sue amicizie ed aveva trovato anche la fidanzatina. «A scuola andava bene – racconta Jamile, la sorella - c'era un ottimo rapporto con gli educatori e il week-end lo trascorreva da me. A dieci giorni di distanza dalla scomparsa della mamma, a cui Daniele era legatissimo, si verifica un episodio che poteva certamente essere gestito in modo migliore e che invece è stato l'inizio di questo dramma. Una sera, uno degli educatori che lavora di solito il week-end e che quindi non conosceva benissimo Daniele, trova mio fratello nella camera di un altro ragazzo. Gli dice, forse in modo molto concitato, che non può rimanere lì dentro. Daniele ha uno scatto di rabbia. Uno di quelli che fin da quando era più piccolo necessitava di stare un po' da solo, magari di uscire un po' per sbollire la rabbia. Invece non solo gli viene impedito ma addirittura viene prima fatta evacuare la comunità e poi Daniele viene spedito per un mese all'ospedale Meyer di Firenze, nel reparto neurosensoriale».

COME UN CARCERE - Il personale medico dell'ospedale comprende benissimo il grave disagio interiore che sta passando questo ragazzo: trovarsi tutto quel tempo all'interno di una camera con un dolore immane dentro per la perdita della madre e un futuro dai contorni incerti provoca inevitabilmente un'ulteriore sofferenza. Con una costante presenza di guardia di un educatore della comunità fuori dalla porta, come fosse un criminale da piantonare. «I medici dicevamo che aveva soprattutto bisogno di affetto, tentando di farlo capire ad educatori ed assistenti sociali. E invece prendendo a pretesto delle sciocchezze come lo sgarro a piccole regole all'interno della comunità viene considerato un ragazzo poco gestibile e bisognoso di una terapia. Così viene trasferito in una comunità di Forlì molto rigida: il primo giorno gli sequestrano il telefono, i contatti con me possono avvenire solo una volta la settimana e comunque tramite una psicologa che mi relaziona sulla sua settimana. Vive a stretto contatto con adolescenti che hanno già diversi precedenti penali o con un passato di tossicodipendenza. Qualche giorno fa mio fratello è stato ferito con un coltello, forse di plastica ma questo non toglie niente alla gravità dell'episodio. Un'altra volta gli è stata tirata addosso la spazzatura mentre dormiva. Le aggressioni sono all'ordine del giorno. Lui non reagisce per evitare di passare dalla parte del torto e di ricevere terapie più pesanti. Lo hanno mandato in comunità perché considerato aggressivo e lo mettono in un luogo pieno di ragazzi aggressivi. Questa sarebbe la terapia?».

A SCATOLA CHIUSA - Il paradosso è che ci sarebbe la sorella della nonna materna disposta ad adottarlo. Vive ad Anagni, in provincia di Frosinone. Anche per questo la scelta di Forlì pare davvero incomprensibile, anche da un punto di vista geografico: una destinazione che non solo è inopportuna dal punto di vista ambientale ma che stronca di fatto ogni legame con la famiglia di Daniele. Quando invece l'ordinanza del giudice prevedeva proprio la ricostruzione di un legame familiare «Ora tenterò ancora una volta io di chiedere l'adozione. Io lavoro da quando avevo 15 anni, sono molto legata a mio fratello e farò di tutto per riportarlo vicino a me. A quanto pare mio fratello sarà di nuovo trasferito, forse in Umbria. Siamo davvero alla follia. Mi ha supplicato di portarlo via da quel posto. Un educatore mi ha detto che in quella comunità di Forlì i ragazzi arrivano a scatola chiusa, come pacchi inviati dagli assistenti sociali. E solo dopo un periodo trascorso in quell'ambiente si valuta se la destinazione fosse corretta oppure no. Si sono accorti che mio fratello non dovrebbe stare in quella comunità. Non c'è niente di terapeutico in tutto questo. Purtroppo di casi come questi ce ne sono tantissimi. Si aspetta che magari accada una tragedia prima di intervenire?»

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