La proposta del deputato Giorgio Trizzino affinché i medici delle strutture sanitarie pubbliche o private parlino solo previa autorizzazione continua a sollevare vespai di polemiche.
Anche il primario di infettivologia dell’Ospedale Maggiore della Carità di Novara Pietro Luigi Garavelli rompe il silenzio in veste di consigliere nazionale di Confintesa UGS medici, per levare un grido di protesta: “la mia vicenda personale è stata emblematica, ha precorso i tempi. A luglio da libero cittadino ho parlato su invito ad una manifestazione organizzata da Svegliati Alessandria senza citare alcun modo la mia azienda ospedaliera e sono stato sottoposto a provvedimento disciplinare. Se una rondine non fa primavera, uno stormo direi di si”.
Garavelli si era autoimposto il silenzio “ma di fronte a una proposta del genere non posso, come esponente sindacale, tacere. Parlare in termini generici di una patologia è sempre stato possibile. Era richiesta autorizzazione solo per comunicare i dati sensibili dell’ente presso il quale si svolgeva la propria professione. Da medico, ma soprattutto da ricercatore e da sindacalista ho sempre creduto alla libertà della scienza e della parola.
La comunità scientifica manifesta piccoli focolai di ribellione. Ma ciò non accade solo per Garavelli, medico che ha sempre creduto nel ruolo delle cure precoci. Coinvolge le viro-star che siamo abituati a vedere in tv da ormai due anni. Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive del Policlinico San Martino a Genova ha definito la limitazione che ne discenderebbe “scandalosa, gravissima”, Massimo Galli, infettivologo al Sacco di Milano ha commentato che “impedire a un medico di esprimersi è come dire a un avvocato che non può discutere di argomenti giuridici”.
Certo, forse non ha giovato vedere Roberto Burioni sfilare sul red carpet in occasione della Mostra del Cinema di Venezia, adducendo la necessità di diffondere il verbo vaccinale o vedere Matteo Bassetti intento a farsi provare un abito da una nota sartoria, con immediata smentita dell’azienda che si affrettava a precisare “non è nostro testimonial ha solo comprato un abito”. Vicenda dopo la quale il Codacons si era scagliato contro l’infettivologo del San Martino invocando “l’avvio di provvedimenti disciplinari fino all’allontanamento dalla tv per casi del genere – in alternativa alla scelta volontaria di rinunciare alla professione sanitaria.
Non è possibile in alcun modo conciliare la professione medica e la terzietà che la stessa richiede e anzi prescrive con un coinvolgimento così esplicito con l’ambito del commercio e della pubblicità. I cittadini hanno diritto a un’informazione sanitaria, anche televisiva, scevra da ogni ritorno economico dalla propria immagine. A queste domande, e ad altre simili, occorre dare risposta: oppure, sarà necessario procedere nelle sedi opportune per fare in modo che i principi di buon senso e le regole deontologiche di ogni tempo trovino il giusto riconoscimento”.
Adesso siamo al redde rationem. Il punto è che per colpire pochi presenzialisti si rischia di mettere il bavaglio a una intera categoria. “È troppo presto per esprimersi, bisogna attendere di vedere come il provvedimento verrà licenziato dal Parlamento – ha chiosato Garavelli- Presumo che ci saranno delle iniziative delle organizzazioni sindacali rappresentanti di categoria”.

