In epoca di pandemia la priorità è curare i pazienti? Viene prima la salute e poi il profitto? E’ cambiato qualcosa dopo il ciclone Covid? Il governo ha pianificato un diverso sistema di gestione della Sanità italiana? Non sembra proprio a leggere le condizioni di lavoro del comparto Sanità descritte dal sindacato USB-CUB che oggi, venerdì 21 maggio, scende in sciopero tutte le piazza italiane per far scattare l’allarme.
“Dobbiamo lottare insieme, medici, infermieri, operatori sanitari, persone… direi… per avere una sanità giusta e guardare ai bisogni dei cittadini. In Italia non abbiamo neanche i posti letti sufficienti. Bisogna ripensare alla sanità in toto”, ha urlato una sindacalista al megafono del presidio di Roma, “per le condizioni in cui lavoriamo, operatori sanitari, medici, i pazienti siamo tutti stravolti. Non è pericoloso questo?”
Eppure sono circa 600.000 i dipendenti del Sistema Sanitario Nazionale (dati del ministero della Sanità), ovvero il personale delle Asl e degli Istituti di ricovero pubblici ed equiparati (Asl, Aziende ospedaliere, Aziende ospedaliere universitarie integrate con il SSN, Aziende ospedaliere integrate con Università). Ma una parte consistente degli operatori che lavorano sul campo, e che si sommano ai dipendenti del SSN, operano tramite aziende esterne e in condizioni di lavoro pessime e con bassi redditi.
Sono infatti i dettagli dello sciopero del sindacato a dare un affresco disarmante e inquietante della Sanità italiana e che ne mostra una fragilità da far comprendere il disastro con il quale ha reagito alla pandemia, in termini di vite umane, cioè solo grazie al sacrificio, anche in termini di caduti, dei singoli.
Sciopereranno, oltre gli operatori sanitari, anche coloro che lavorano nei settori assistenziali e educativi.
La CUB di Torino ha raccontato, nell’indizione dello sciopero, come le condizioni di lavoro reali siano il problema cardine del settore: reddito bassissimo e società esternalizzate, aziende e cooperative in cui i lavoratori hanno pochissimi se non inesistenti diritti; nella fase preCovid la Sanità italiana era comunque al collasso per mancanza di personale, assenza di turnover dal 2007, cioè chi da quell’anno è andato in pensione non è stato in alcun modo sostituito; in più nelle strutture sanitarie private, dove si fa assistenza alla persona, si lavora principalmente “a minutaggio”, cioè calcolando i minuti che gli Operatori Sanitari dedicano agli anziani o ai pazienti. Una logica aberrante dove, per gli inevitabili meccanismi quotidiani, non si seguono modalità di qualità e adatte ad un’attività che richiederebbe ben altro approccio.
Non vi è stato alcun cambiamento nonostante i 124.000 morti e un disastro economico imponente. “Non è riscontrabile nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza presentato dal Governo alcun cambio di strategia”, ha spiegato il sindacato, “non c’è alcun riferimento alla medicina territoriale, ma si fa riferimento alla telemedicina e che è un’altra cosa”.
Nulla è mutato, tanto meno lo sarà per la sanità futura: nessun ritorno alla centralità della sanità pubblica, nessuno sviluppo della medicina di prossimità e territoriale, niente per i lavoratori del settore, retrocessi da “eroi” a “scocciatori”. Il rischio in più è che vi siano licenziamenti di massa di coloro che, già precari, sono stati lasciati a casa con un reddito pari al 40-50% di quello integrale.
Con la mancanza di una pianificazione delle forze in campo e di investimenti reali nel settore si rischia un collasso del sistema a ottobre, quando è possibile vi siano altri problemi col Covid. Si pensa di poter risolvere tutto col vaccino senza cambiare un sistema inadeguato.
Il sindacato manifesta anche contro la conversione in legge del decreto 44 che impone la vaccinazione obbligatoria agli operatori sanitari.
“Siamo trattati come polli da batteria”, ha spiegato a Radio Radicale Maria Teresa Turetta, responsabile CUB per il Veneto. “Il 20-30% degli operatori si oppongono all’obbligo e siamo in una situazione di caos difficile da gestire tra richieste di accertamento mandate a domicili sbagliati e imposizioni senza senso per la salute dei singoli che si sono anche ammalate proprio di Covid. ”, ha raccontato la sindacalista.


