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Cronache
Da Israele un aiuto per frenare i cambiamenti climatici

Di Harry Di Prisco

Tutto quello quello che sentiamo sono metaboliti che interagiscono con la nostra saliva stiamo tentando di migliorare la frutta rispetto a quella che è sul mercato, fino ad oggi si cercava di “pompare” il prodotto per averne una maggior quantità, oggi si tenta di riportare il gusto all'interno della frutta”, così dice il dottor Aaron Fait, nato e cresciuto a Bolzano, ricercatore presso l'istituto per l 'agricoltura e la biotecnologia Blaustein per le Ricerche del Deserto di Sde Boker, uno dei campus dell’Università di Ben Gurion in Israele. “Sul pomodoro abbiamo in corso uno studio con l'università di Gerusalemme  - ci dice - per incrociare il pomodoro nostrano con un suo parente lontano del Sud America che ha tutte le caratteristiche per resistere a varie forme di stress. Studiamo come le inserzioni all'interno del genoma influiscano sulle qualità della pianta”. Le ricerche del Dr. Fait si allargano anche alla vite e ai cambiamenti climatici, focalizzando il deserto come modello di ulteriori cambiamenti climatici. “Seimila anni fa sono arrivate nel deserto israeliano del Negev - riferisce Fait - le tecniche di fermentazione dell'uva. La vite veniva coltivata sulle terrazze dei canyon che non sono cambiate negli anni. I Nabatei sapevano come far rimanere la vite produttiva senza le moderne tecnologie”.  Tale era l'importanza dei viticoltori già nel 200 a. C. che venivano esentati dal servizio militare. L'agricoltura è nata diecimila anni fa in Iraq, sulle rive dell'Eufrate e da li  è stata esportata. I viticoltori avevano conoscenze simili a quelle moderne. “Quello che oggi è difficile far comprendere ai viticoltori  - continua il Dr Fait - è che non devono avere più una vite che cresce, per così dire “tranquilla”, ma adeguarsi alle nuove tecniche di coltivazione, come ad esempio  aprire la vite”. L'idea di tutti coloro che fanno ricerche analoghe è quella di utilizzare analisi sempre più vaste e riuscire ad integrarle in modelli per predire il futuro. “I  dati in nostro possesso sono moltissimi - dice Fait -  abbiamo difficoltà a dare un senso a questa integrazione rispetto al passaggio del frutto alla sua maturazione e poi a predirne la qualità del vino. Questo è lo scopo a lungo termine, nel frattempo lavoriamo con i viticoltori per capire meglio l'interazione fra il grappolo e l'ambiente utilizzando analisi biochimiche e stazioni micro-meteorologiche per comprendere meglio i processi metabolici all'interno del frutto”. Tutto questo è esportabile e può aiutare anche l'agricoltura italiana a contrastare i cambiamenti climatici causati dalla situazione attuale della siccità a seguito di temperature che non erano presenti in passato. Secondo le ricerche dell'istituto per l 'agricoltura e la biotecnologia Blaustein,  basta una settimana senza pioggia per avere un calo di prodotto o, addirittura, il collasso della pianta. Il sistema vinicolo europeo non è ancora adattato ai cambiamenti climatici. Gli esperimenti in serra del Dr. Fait hanno dimostrato che una pianta di vite reagisce in modo diverso in presenza di siccità. Alcune riescano a sopravvivere altre no e muoiono. Studi sull'irradiazione solare  hanno portato alla creazione di reti particolari per avere un grappolo più omogeneo con quantità di zucchero adeguate. L'irrigazione a goccia, dice il ricercatore,  risolve vari problemi. Per esempio in Friuli non hanno bacini di soccorso e in caso di siccità devono utilizzare autobotti con cisterne. La regione ha iniziato da poco la progettazione di tali bacini.  I viticoltori non possono sperare più che venga a piovere. Con l'irrigazione a goccia si immettono anche sostanze chimiche per farle arrivare dove servono, senza spargerle inutilmente sul terreno. “Abbiamo dimostrato - continua Fait - che l'uso del letame lasciato sul campo ha un impatto maggiore e più negativo sulle falde acquifere rispetto ad un fertilizzate sintetico o al letame sciolto che può essere immesso più accortamente all'interno del sistema di irrigazione”.  Nel salutare il nostro interlocutore, trasferito da oltre dieci anni in Israele, gli chiediamo un consiglio per i tanti nostri giovani valorosi che escono fiduciosi dalle Università se restare o meno nel nostro paese : ”Andare senz'altro all'estero per acquisire esperienze, se l'Italia si sveglia e comincia ad investire sui nuovi ricercatori bene, altrimenti non c'è niente da fare è inutile tenere bloccati in un paese dei cervelli che potrebbero fare molto meglio all'estero”

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israele cambiamenti climaticicambiamenti climatici soluzionicambiamenti clima ricerche
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