Ranieri Rossi, fratello di David, intervistato da Affaritaliani, ripercorre le anomalie delle indagini, il lavoro svolto dalla famiglia e l’ultimo pranzo con il fratello. Dalle ferite sul corpo all’orologio, dalle ombre nel vicolo ai bigliettini ritrovati nell’ufficio, torna a chiedere risposte alla magistratura: “Che cosa si sta aspettando?”.
Ranieri Rossi ad Affaritaliani: le prove contestate, la ricostruzione della caduta e l’ultimo pranzo
“Direi che è arrivato il momento di riaprire le indagini. Per omicidio stavolta”. È la richiesta con cui Ranieri Rossi, fratello di David Rossi, conclude l’intervista rilasciata ad Affaritaliani. Da anni impegnato nella ricostruzione della morte dell’ex responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, precipitato dalla finestra del proprio ufficio a Rocca Salimbeni il 6 marzo 2013, Ranieri ha raccolto documenti, studiato perizie, analizzato fotografie e dedicato alla vicenda il libro David Rossi. I fatti. La verità è di tutti, non solo della famiglia.
La sua testimonianza arriva dopo mesi di nuovi accertamenti della Commissione parlamentare d’inchiesta, dalle simulazioni sulla dinamica della caduta alle analisi delle ombre nel vicolo. Affaritaliani ha pubblicato integralmente la relazione di 217 pagine dei consulenti Genovese e Manghi e ricostruito, attraverso documenti del 2014, come le possibili presenze nel vicolo fossero già state segnalate alla Procura di Siena.
Negli ultimi giorni il presidente della Commissione, Gianluca Vinci, ha indicato i nomi dei presunti responsabili nell’ambito di una nuova ipotesi investigativa, mentre Antonella Tognazzi e Carolina Orlandi hanno chiesto che ogni pista venga sottoposta a un rigoroso vaglio giudiziario. Ranieri ha scelto di non commentare le indicazioni sui presunti responsabili, concentrandosi sul lavoro di ricostruzione compiuto negli anni e sugli accertamenti tecnici. Un argomento sul quale anche l’avvocato Carmelo Miceli era intervenuto in un’intervista ad Affaritaliani.
David Rossi, l’intervista al fratello Ranieri
Partiamo dalle indagini e dai risultati della commissione parlamentare d’inchiesta sulla caduta e sullo studio delle telecamere. Lei e la famiglia avete denunciato per anni numerose lacune. Tra tutti gli elementi esaminati, quale ritiene sia stato maggiormente trascurato?
“Quello che mi sembra assurdo è che siano state trascurate cose che erano evidenti fin dall’inizio. C’erano delle ferite nella parte anteriore del corpo che non erano riferibili alla caduta. Quello che mi stupisce di più è che queste cose siano già state dette e appurate anche dai medici legali della prima Commissione e che la magistratura non si sia mossa. Non abbiamo ricevuto neanche una risposta su questo.
Poi c’è tutta la dinamica della caduta, perché anche lì ci sono delle lacune clamorose. All’inizio non era stata ricostruita per niente. Quando sono state riaperte le indagini è intervenuto il RIS, che ha fatto una ricostruzione prendendo un vigile del fuoco, peraltro di statura molto diversa da David, legato a un’imbragatura. Gli è stato chiesto di uscire dalla finestra e rimanere appeso alla sbarra. A me pare una cosa assurda.
Con quella prova hanno concluso che David si fosse appeso volontariamente alla finestra, restando attaccato alla sbarra, non si sa per quale motivo, e che poi, per un ripensamento o dibattendosi e strisciando sul davanzale, si fosse provocato tutte quelle ferite. Io ci ho scritto un libro sopra, ho messo tutte le fotografie e ho detto: guardatele e ditemi voi se è spiegabile una cosa del genere. Per me è assurdo che non si sia andati ad approfondire quello che era evidente. Anche una persona senza una preparazione scientifica o medica può guardare quelle immagini e porsi delle domande.
Penso anche al segno sul braccio, nella zona dell’orologio. Non può essere stato provocato dall’orologio durante la caduta. Può essere stato provocato soltanto da una stretta, come poi ha sostenuto la seconda Commissione. Mi chiedo perché queste indagini siano state fatte in quel modo. Perché siamo arrivati soltanto adesso a utilizzare una tecnologia adeguata? La seconda Commissione ha ricostruito la finestra con la stampa 3D e si è affidata a un esperto nell’analisi dei filmati. Attraverso quelle immagini è stato possibile osservare anche il cinturino dell’orologio e ricostruire la sua separazione dal corpo di David.
È stato evidenziato che la cassa dell’orologio e il cinturino sono caduti separatamente. Per me questo è fondamentale, perché è coerente con l’ipotesi che David sia stato trattenuto mentre si trovava fuori dalla finestra e che a un certo punto sia venuta meno la presa. In quell’azione l’orologio e il cinturino si sarebbero staccati. Sono stati poi ritrovati a terra separatamente. Era l’ipotesi più ovvia. E allora mi domando perché non siano state fatte prima verifiche adeguate. Era difficilissimo ricostruire la finestra? Forse costava, ma la vita di una persona costa molto di più”.
Si è dato una spiegazione del perché queste anomalie non siano state approfondite adeguatamente?
“È una bella domanda. Una risposta sinceramente ancora non me la sono data, anche perché non vorrei cadere nel complottismo. Forse la cosa più logica è che, quando si fanno delle indagini fatte male, tante persone non vogliano andare a smentire quello che è stato fatto. Dicono: vabbè, hanno trovato questo, non andiamo a smentire tutto il lavoro precedente perché ci facciamo una figuraccia. E quindi la tendenza è quella, quando possibile, di giustificare ciò che è stato fatto. Questo credo che sia un’offesa sia alla famiglia sia a chiunque abbia voglia di giustizia”.
Quindi ritiene che sia difficile, anche per chi è chiamato a riesaminare il lavoro svolto da altri, ammettere un eventuale errore?
“Sì, certo. Chi è chiamato dallo Stato a riguardare quello che è stato fatto, magari anche da colleghi, può trovare difficile smentire una persona che conosce. E allora si tende a passarci sopra, con l’idea di dire: è andata così, non tiriamo fuori tutto quello che è stato fatto. Io ringrazio sempre i giornalisti che se ne sono occupati con competenza. Per fortuna, alla fine, molte cose sono venute fuori. Bastava guardare, bastava parlarne, come ho sempre fatto io.
Parliamone, ragioniamoci sopra. Sono le fotografie, i filmati, le immagini della Scientifica e quelle dell’autopsia a dirci qualcosa. Per il resto, se andiamo a cercare il movente, a chiederci chi possa essere stato o quale fosse lo stato d’animo di David, rischiamo di fermarci alle supposizioni. Solo i fatti ci dicono qualcosa. Quando ci daranno una spiegazione logica di quelle ferite, di come siano state provocate e da che cosa, allora va bene, accetteremo tutto.
Però ricordiamoci che per dieci anni ci hanno raccontato delle emerite scemenze, che non erano accettabili. E non soltanto da noi. Io non sono mai stato di parte e non sopporto quelli che dicono che la famiglia non accetta che David si sia suicidato. Si accetta tutto. Basta che i fatti e le prove non siano in contrasto con quello che si dice. Se le prove sono in contrasto, si trovi una spiegazione. È questo che chiediamo”.
Già nel 2014 l’ingegner Luca Scarselli, consulente della famiglia, aveva segnalato luci e possibili presenze nel vicolo. Anche noi di Affaritaliani abbiamo confrontato quelle segnalazioni con i nuovi accertamenti del RIS, riscontrando diverse corrispondenze temporali. Quanto avevate approfondito quelle immagini e perché, secondo lei, gli elementi presentati allora non hanno portato a ulteriori verifiche?
“Alla magistratura di Siena, durante le indagini e attraverso le opposizioni alle archiviazioni, abbiamo fornito tutto quello che avevamo trovato. Il problema è che, come è evidente, la magistratura di Siena non ha preso adeguatamente in considerazione quel materiale. Noi abbiamo fatto, come ha fatto poi la Commissione, una ricostruzione del vicolo utilizzando la tecnologia del laser scanner. Abbiamo fatto moltissimo lavoro, e una parte era stata già mostrata anche in diverse trasmissioni televisive. Abbiamo ricostruito le immagini, abbiamo individuato la posizione della persona che entrava nel vicolo e la visuale che quella persona poteva avere. Quindi la magistratura ha ricevuto quasi tutto il nostro lavoro, che ci è costato sia in termini di tempo sia in termini economici.
La magistratura non è neanche un muro di gomma, non so come definirla. Semplicemente, a mio giudizio, non prende in considerazione quello che abbiamo presentato. Naturalmente la magistratura è indipendente e può prendere le decisioni che ritiene opportune. Il giudice valuta ciò che gli viene fornito dal pubblico ministero, dai RIS e dalle parti, poi decide. Nel nostro caso ci sono state due archiviazioni. Non è che possiamo fare molto: possiamo soltanto continuare a raccontare quello che è successo.
Pensi alla porta dell’ufficio di David. Una persona passa davanti all’ufficio intorno alle 20:05, quando David era già caduto dalla finestra, trova la porta aperta, guarda dentro, vede che non c’è nessuno e se ne va. Quindi la porta è aperta.
Quando arrivano Filippone (amico e collega di David) e Carolina (figlia acquisita di David), quella porta è chiusa. Qualcuno l’ha chiusa nel frattempo. E questa è una cosa gravissima. Significa che qualcuno poteva essere stato lì e aver chiuso quella porta. Invece di approfondire chi potesse essere e quale importanza avesse questo elemento, il GIP ha scritto che la porta era stata chiusa dal vento. Ora io invito chiunque a provare. L’ho detto anche in Commissione e a tutti quelli che hanno investigato su questo caso: lasciate una porta aperta in casa e una finestra aperta, in una giornata che peraltro non sia nemmeno ventosa, e vedete se quella porta si chiude da sola.
Parliamo di una porta interna molto pesante. Come sappiamo tutti, quando c’è vento e ci sono aperture che creano una corrente d’aria, può verificarsi il famoso riscontro che fa chiudere le porte. Ma con una sola finestra aperta non succede quello che è stato ipotizzato.
Chiunque può fare questa prova. Possono provarci una sera, oppure una settimana, e vedere se un alito di vento riesce a chiudere una porta interna di vetro molto pesante. Però questa verifica non è stata fatta. Questo è soltanto un esempio. Ce ne sono tanti altri”.
Un’altra questione riguarda i bigliettini ritrovati nel cestino dell’ufficio di David e le email inviate all’allora amministratore delegato Fabrizio Viola nei giorni precedenti la morte. Lei ha studiato a lungo quei documenti. Quali sono i dubbi che ritiene ancora irrisolti?
“Proprio recentemente mi è capitato di vedere una trasmissione su Garlasco in cui si parlava di come fossero stati repertati alcuni oggetti all’interno di un cestino. Si discuteva del fatto che il cestino fosse stato maneggiato male, perché durante l’operazione era stato inclinato e il materiale al suo interno si era spostato.
Però almeno quell’operazione era stata filmata. Nel nostro caso parliamo di un cestino nel quale sono stati trovati dei bigliettini importantissimi e, dopo tredici anni, non sappiamo ancora con precisione chi abbia trovato quei biglietti, dove fossero e, soprattutto, chi abbia svuotato il cestino. Qualcuno è arrivato, non sappiamo se fosse un carabiniere, un poliziotto o un magistrato, ha preso il cestino e ne ha svuotato il contenuto sulla scrivania.
Ma come prima cosa bisognava sapere chi avesse trovato quei fogli e dove fossero esattamente. Anche perché era un cestino della carta riciclata, che non veniva svuotato tutti i giorni. Infatti conteneva molto materiale. Quindi non possiamo neanche stabilire con certezza quando quei bigliettini siano stati scritti e gettati lì. Erano fogli strappati e buttati nel cestino.
Poi c’è la questione dell’interpretazione. Io ne ho parlato anche nel libro, perché quegli scritti possono avere interpretazioni diverse. Qualcuno dice: sono biglietti d’addio. Ma davvero David avrebbe lasciato dei biglietti d’addio scritti in quel modo? Conoscendo David, che scrive quelle cose alla moglie? Bah. Io non ci credo particolarmente. Secondo me potevano voler dire un’altra cosa, potevano essere un modo per manifestare la sua angoscia in quel momento.
David parlava spesso delle difficoltà che stava vivendo sul lavoro. Aveva anche detto che voleva dimettersi, perché quel lavoro era diventato difficile da gestire. Diceva che gli facevano scrivere cose, spesso contro la vecchia gestione della banca, nella quale c’erano anche persone che considerava suoi amici. Non era una situazione facile per lui. Era cambiato tutto e David non si trovava più così bene.
Quindi, probabilmente cercava di comunicare alla moglie, attraverso quei biglietti, quello che stava vivendo e magari anche le sue intenzioni rispetto al lavoro. Io non credo che fosse un biglietto d’addio scritto così. Poi, per carità, una persona può trovarsi in un momento di depressione e scrivere qualcosa del genere. Però non mi sembrava il suo stato d’animo. Io penso che potesse voler dire qualcos’altro e che andasse interpretato nel contesto.
E poi ci sono le email. Ma chi è che scrive una cosa del genere al proprio capo? Tra l’altro a un amministratore delegato, Fabrizio Viola, che era arrivato da poco e con il quale non aveva neppure una particolare confidenza. Uno scrive che quella sera si suiciderà e intanto lavora normalmente, manda decine di altre email, si occupa di comunicazione, di questioni aziendali, di tutte le cose che doveva fare. David in quei giorni scambiava continuamente email con Viola. In mezzo a tutte queste comunicazioni compare quella in cui scrive, tra l’altro rivolgendosi al plurale: “Aiutatemi, stasera mi suicido”.
Viola ha detto che non l’aveva letta. Però qualcuno deve averla letta, perché il messaggio risultava letto. Quindi probabilmente è stato visto anche da altre persone. E allora io mi domando come vada interpretato. Era uno scherzo? Era una provocazione? Non l’ha scritto lui? Non lo so. Non mi sembra una cosa logica che una persona scriva una frase del genere al proprio capo, continuando normalmente a lavorare e a scambiare tutte quelle altre email.
Quindi anche questo elemento va preso con le molle. E poi, indipendentemente da tutto, non dobbiamo dimenticare le ferite sul corpo. Che cosa c’entrano quelle ferite con quello che può aver scritto in un’email o su un bigliettino? Se oggi si chiedesse a chiunque, guardando le fotografie, se David sia stato picchiato o meno, io credo che la risposta sarebbe sì. Cominciamo da questo. Invece la magistratura ha escluso questa ricostruzione, e quindi non siamo neppure al primo passo”.
Vorrei tornare, se se la sente, al 6 marzo 2013, quando incontrò David per pranzo, poche ore prima della sua morte. Che cosa ricorda di quel giorno? E, al di là della vicenda giudiziaria, che persona era suo fratello?
“Io non parlo volentieri di queste cose, perché in questa vicenda mi sono occupato soprattutto degli aspetti tecnici. Ho dovuto guardare tutte le immagini, ho lavorato moltissimo sui documenti e quindi il mio ruolo non deve essere soltanto quello del fratello. Spesso nelle interviste mi chiedono come si sente il fratello. Ma io in questa storia me ne sono occupato più da tecnico. Potrei dire che David non l’avrebbe mai fatto, che era una persona tranquilla, riflessiva, che non si faceva prendere da certe cose. Ma un discorso del genere non dimostra niente.
Quello che posso raccontare, perché può avere un interesse concreto, è com’era David quel giorno. Io ho pranzato con lui. L’ho detto tante volte: era preoccupato. Probabilmente temeva che qualcuno lo stesse osservando o seguendo. Quando eravamo in macchina guardava gli specchietti. Quando eravamo al ristorante continuava a chiedermi di parlare piano, nonostante la sala fosse completamente vuota.
Questa è una cosa che mi colpì. Per il resto l’ho trovato assolutamente presente, consapevole di quello che faceva. Tanto è vero che non ho dato l’allarme. Avevo detto ai miei colleghi che sarei andato a pranzo con mio fratello perché sua moglie era preoccupata. Dopo averlo incontrato ho cercato di rassicurare Antonella e i miei colleghi. Era preoccupato, sì, ma niente che mi facesse pensare a un pericolo imminente. Chi poteva pensare che sarebbe successo qualcosa del genere?”.
Prima di salutarci, c’è qualcosa che vorrebbe aggiungere?
“Voglio aggiungere il fatto che mi stupisco dell’inattività totale delle varie Procure, specialmente quella di Siena. La Commissione sta lavorando, ha fatto vedere una serie di prove molto rilevanti. Com’è che ancora non si apre un’inchiesta per omicidio? Questo l’ho detto diverse volte. Non sono un esperto di legge, faccio un altro mestiere, per carità. Però il mio avvocato mi ha spiegato che un’inchiesta può essere riaperta quando emergono nuovi elementi. E di elementi ne sono emersi tanti, indipendentemente dagli ultimi comunicati, che c’entrano poco con quello di cui stiamo parlando.
E quindi che cosa si sta aspettando? Si sta aspettando che tutto si dimentichi? L’omicidio non va mai in prescrizione, quindi la cosa può essere riaperta in ogni momento. Direi che è arrivato il momento di riaprire. Per omicidio stavolta”.
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