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Dolce & Gabbana e oltre: come cambia la mappa del lusso immobiliare a Milano

Il possibile sale and lease back degli immobili milanesi di Dolce & Gabbana si inserisce in una trasformazione più ampia. Differenze ed analogie con le recenti operazioni di Kering, Moncler e Prada

Dolce & Gabbana e oltre: come cambia la mappa del lusso immobiliare a Milano

Secondo quanto riportato da ANSA, Dolce & Gabbana starebbe valutando la vendita di alcuni immobili di proprietà a Milano, tra cui l’ex cinema Metropol di viale Piave, in zona Porta Venezia, sede direzionale e showroom della maison. L’ipotesi, anticipata da Bloomberg, rientrerebbe nel confronto con le banche creditrici per rifinanziare un debito arrivato a circa 450 milioni di euro. La società, assistita dall’advisor Rothschild, avrebbe allo studio anche la formula del sale and lease back: vendere gli edifici, incassare liquidità e continuare a utilizzare gli stessi spazi pagando un canone d’affitto.

Il gruppo non ha confermato né smentito le indiscrezioni. Ma il ragionamento appare coerente con il momento attraversato dal lusso e con il valore raggiunto dagli immobili milanesi. L’arrivo di Stefano Cantino come co-ceo, al fianco di Alfonso Dolce, dopo il passo indietro di Stefano Gabbana dalla presidenza, segna una fase di riassetto. E in questa fase il patrimonio immobiliare può diventare una componente della strategia finanziaria, non solo un’eredità identitaria.

Prima di Dolce & Gabbana: Kering e l’edificio in Montenapoleone venduto per oltre un miliardo

Il caso Dolce & Gabbana va letto dentro un movimento più ampio, che negli ultimi anni ha cambiato la mappa del lusso a Milano. Da un lato ci sono i gruppi che vendono, conferiscono o aprono il capitale degli immobili per fare cassa e ridurre la pressione finanziaria. Dall’altro ci sono maison che acquistano sedi, campus o palazzi strategici per blindare la propria presenza, evitare dipendenze da landlord esterni e presidiare le zone chiave della città.

Il precedente più vicino, per dimensione e logica finanziaria, è quello di Kering. Il gruppo francese, proprietario tra gli altri di Gucci, Saint Laurent e Bottega Veneta, aveva acquistato nel 2024 da Blackstone l’edificio di via Montenapoleone 8 per circa 1,3 miliardi di euro: una delle maggiori operazioni immobiliari mai realizzate in Italia su un singolo asset retail. Nel 2026 ha poi ceduto l’80% dell’immobile ad Al-Mirqab, gruppo legato alla famiglia reale del Qatar, mantenendo il 20% della nuova società proprietaria.

L’operazione ha portato a Kering proventi per 729 milioni di euro al closing, con altri 432 milioni da incassare nei cinque anni successivi. Il gruppo ha spiegato che l’accordo si inserisce nella propria strategia immobiliare selettiva, finalizzata ad assicurarsi location di particolare attrattività per le maison, rafforzando al tempo stesso la flessibilità finanziaria.

La mossa milanese di Kering non è isolata. Il gruppo ha già replicato operazioni simili a Parigi e New York. Nel gennaio 2025 ha conferito tre immobili di prestigio parigini in una joint venture con Ardian, mantenendo una quota del 40% e incassando 837 milioni di euro netti. A dicembre dello stesso anno ha ceduto sempre ad Ardian il 60% di un edificio sulla Fifth Avenue, a New York, per un controvalore di 766 milioni di euro, conservando anche in quel caso il 40%.

Il passaggio è rilevante perché spiega la nuova natura degli immobili del lusso: non più proprietà statiche da custodire gelosamente, ma asset da valorizzare, finanziare, condividere con investitori istituzionali. L’immobile resta funzionale al brand, ma il capitale viene liberato.

Moncler, il quartier generale come asset da investimento

Diverso, ma ugualmente significativo, è il caso Moncler. A inizio 2026 Valesco Group, gestore europeo di fondi immobiliari con sede a Londra, ha acquistato da Covivio la nuova sede milanese del gruppo per circa 200 milioni di euro. L’immobile, denominato Casa Moncler e inaugurato nell’ottobre 2025, riunisce oltre 700 dipendenti prima distribuiti in tre diverse sedi milanesi. Il campus ha una superficie di circa 38mila metri quadrati, classificazione A+ e una dotazione di servizi che comprende palestra, spazi di ristorazione e auditorium modulare.

Qui il meccanismo non è quello di una maison che vende un immobile posseduto per ridurre il debito. Moncler ha sottoscritto un contratto di locazione di 15 anni, indicizzato all’inflazione e senza break option. La proprietà è in capo all’investitore, mentre il marchio resta utilizzatore stabile dello spazio. È un modello che conferma un altro aspetto dell’evoluzione in corso: i grandi brand del lusso cercano sedi efficienti, riconoscibili e fortemente identitarie, ma non sempre hanno interesse a immobilizzare capitale nella proprietà diretta dell’edificio.

Prada in controtendenza: comprare per consolidare

Diverso ancora il caso Prada, che nel novembre 2025 ha acquistato per 66,6 milioni di euro un immobile in via Orobia 3, circa 14.800 metri quadrati già occupati dal gruppo in affitto. L’operazione, comunicata attraverso filing alla Borsa di Hong Kong, è avvenuta con Ludo Due, società controllata da Miuccia Prada, configurandosi dunque come una transazione con parte correlata. Prada trasforma in proprietà uno spazio già strategico per la propria presenza milanese. E il mattone non viene monetizzato, ma internalizzato.

Montenapoleone capitale mondiale degli affitti del lusso

A spingere queste operazioni c’è anche il livello raggiunto dal mercato immobiliare milanese. Gli uffici in centro, secondo i dati richiamati da ANSA, hanno raggiunto nei primi tre mesi dell’anno un canone annuo di 820 euro al metro quadro. Gli spazi commerciali di pregio sono ancora più estremi. Via Montenapoleone è stata indicata da Cushman & Wakefield come la strada retail più costosa al mondo, con canoni medi arrivati a circa 20mila euro al metro quadrato annuo, davanti anche alla Fifth Avenue di New York. Il Quadrilatero resta dunque il centro simbolico e commerciale, ma il suo valore immobiliare è ormai tale da renderlo anche un mercato finanziario a sé.