di Sergio Luciano
All’ultima assemblea dell’Eni, una normale assemblea di bilancio che non doveva discutere nessuna operazione straordinaria e nessuna nomina, per la prima volta l’anno scorso si costituì a votare un numero di azionisti istituzionali, in massima parte fondi d’investimento internazionali, che insieme superavano come quota complessiva di possesso azionario i pacchetti della Cassa depositi e prestiti, del ministero dell’Economia e della Banca d’Italia. E chiaramente in assemblea votarono concordi in modo identico. Chiaro? No, forse non è chiaro. Significa che nella più grande holding industriale d’Italia, considerata ancora dall’opinione pubblica un’azienda di Stato, col vertice che continua a essere designato dal governo, in quanto comunque i soci pubblici sono, insieme, molto forti, il primo “gruppo” di azionisti è in realtà rappresentato dai fondi d’investimento stranieri.

E’ un particolare che pochi ricordano, ma che è molto importante per dare, oggi, il giusto valore alla lettera che un gruppo di fondi internazionali starebbe per mandare al ministero dell’Economia raccomandando che le prossime nomine siano “di alto profilo tecnico” e non assomiglino ad alcune di quelle appena fatte da Renzi nella segreteria del Pd e anche al governo. Già: perché, con buona pace del diritto a rottamare, ci immaginiamo cosa sarebbe stato scritto e detto se un personaggi simpatico ma inesperto come Marianna Madia fosse stato scelto come ministro della pubblica amministrazione da Berlusconi? Ma la povera Marianna sarà sgranocchiata come un grissino dall’ultimo usciere del ministero, senza alcun bisogno di arrivare fino ai “boiardi” dell’alta burocrazia. O che si sarebbe detto se alle riforme fosse stata insediata dal Cavaliere una pur intelligente e brillante Maria Elena Boschi?
Ecco, nella lettera in arrivo dai fondi – a quanto pare – c’è scritto questo: che il governo ricordi, scegliendo i vertici destinati a guidare Eni, Enel, Finmeccanica, Poste eccetera per i prossimi tre anni, che queste grandi società già quotate (anche Poste lo sarà tra poco) hanno nel loro azionariato il mondo intero. E che non bisogna mettere i piedi in faccia agli investitori stranieri – se si desidera che continuino ad investire in Italia – facendo scelte sbagliate, magari per la furia di rottamare. Il che non significa affatto dover necessariamente confermare al vertice gli uscenti ma solo, prima di cambiarli, scegliere bene tra i candidati che peraltro per la prima volta nella storia saranno proposti al governo da due cacciatori di teste.
Il “Giamburrasca” Renzi, rispetto a questa scadenza, fa un po’ paura all’establishment finanziario. Rottamare i vecchi politicanti va bene, rottamare i manager bravi, assai meno. Oltretutto, oggi i fondi, per costituirsi in assemblea, non corrono più – grazie a una nuova legge già applicata appunto l’anno scorso – il rischio che correvano prima, quello di perdere una buona occasione per vendere i loro pacchetti, prospettiva che gli investitori istituzionali devono sempre coltivare: ormai gli basta sterilizzare la possibilità di vendere per 24 ore, e possono essere presenti in assemblea. Prima del varo dell’ultima legge, se volevano depositare le azioni per votare in assemblea, dovevano privarsi per quasi un mese della possibilità di negoziarle in Borsa, e quindi nelle assemblee dei soci non si presentavano mai. Adesso possono, lo fanno e vogliono contare.

Gente come Paolo Scaroni e Fulvio Conti, amministratori delegati dell’Eni e dell’Enel, rispettivamente, stanno ultimando il loro terzo mandato e certo non è facile che gliene venga assegnato un quarto, per quanto bene abbiano operato. Eppure, nel settore privato questo capita: per esempio a Sergio Marchionne, che in Fiat sta appunto svolgendo il quarto mandato e se ne profila un quinto. Comunque cambiarli si può, l’età c’è, il criterio del limite di mandati si può rispettare: l’importante è però scegliere alternative di alto profilo professionale e non politicamente lottizzate. E questo è il pericolo che il giovane-vecchio democristiano fiorentino corre, proprio per il suo dna di politico vecchia maniera condito in salsa nuovista: mediare, scambiare. Che lo faccia, se proprio deve, ma solo tra alternative di alto livello. Altrimenti, meglio non cambiare che cambiare in peggio.
