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Cronache
xcxAdriano Bertinelli

di Fabio Frabetti

Licenziato due volte. Questa l'amara vicenda vissuta da Adriano Bertinelli, autista dell'azienda che gestisce il trasporto pubblico di Parma. Racconta di avere subito un'escalation di pressioni e attacchi dovuti a suo dire all'intensa attività sindacale con cui aveva difeso i diritti di alcuni colleghi. Dopo essere stato licenziato una prima volta era stato reintegrato grazie al verdetto del tribunale del lavoro. In appello però ha vinto l'azienda e così è stato messo di nuovo alla porta.

IL CROLLO - Oggi Adriano ha 45 anni e si trova in una difficilissima situazione familiare con la madre gravemente malata. «Dopo avere effettuato il periodo di prova, mi accorsi che in quell'azienda qualcosa non andava per il verso giusto. C'era un'aria a mio modo di vedere troppo negativa, troppa paura, eccessive sanzioni disciplinari comminate agli autisti, anche per episodi irrilevanti. Decisi quindi di intraprendere l'attività di sindacalista con la Cub, confederazione unitaria di base, decisamente meno vicina all'azienda rispetto alle altre. Iniziai a difendere molti colleghi, impugnando numerose sanzioni all'ispettorato del lavoro, riuscendo ad ottenere buoni risultati. Da quel momento l'azienda iniziò a contrastarmi in vari modi: controlli serrati al capolinea da parte di superiori, insulti telefonici quando ero in malattia, sanzioni disciplinari infondate (regolarmente impugnate). Percepivo tutto questo come delle vessazioni per indurmi alle dimissioni. Caddi in depressione, vittima di frequenti attacchi di panico. Crollai dopo l'ennesimo controllo al capolinea, culminato con l'inseguimento da parte di alcune auto aziendali, con lo scopo di trovare pretesti sanzionatori nei miei confronti: mancata esposizione del tesserino di servizio o del titolo di viaggio, giusto per fare un esempio. Quel giorno fui ricoverato al pronto soccorso».

IL LICENZIAMENTO - La diagnosi della psichiatra di guardia non lasciò molti dubbi. Nel referto si parla esplicitamente di un malessere dovuto a “episodi connessi all'attività lavorativa, finalizzati alla compromissione del benessere”. Diagnosi confermata dalla clinica Luigi Devoto di Milano. Dopo una lunga assenza l'autista si rimette e torna a svolgere la sua attività di sempre. Compresa quella sindacale riprendendo a difendere altri lavoratori. Intenta anche una causa contro l'azienda per mobbing che però non verrà mai discussa: il tribunale di Parma respinge le varie istanze non ravvisando quindi alcun comportamento vessatorio da parte dell'azienda. Nell'ottobre del 2010 Adriano viene licenziato con l'accusa di essersi recato all'estero durante un periodo di malattia: «in realtà ero sottoposto ad un protocollo terapeutico che come da documentazione medica escludeva la reperibilità per la visita fiscale in determinate fasce orarie. Stavo assumendo psicofarmaci per seguire un trattamento resosi necessario al fine di contrastare l’insorgere di una nuova sindrome depressiva a seguito delle continue vessazioni subite e di alcuni eventi traumatici legati alla mia famiglia. Quel mio soggiorno fuori Italia era stato preventivamente comunicato: l'Inps ne era a conoscenza e una sua circolare del 2003 esentava questo tipo di patologie dalle visite fiscali. Il licenziamento scattò sulla base di alcune testimonianze di una ex sindacalista che indusse un collega a dichiarare il falso. Ho denunciato queste due persone per calunnia e diffamazione: è in corso un procedimento penale. Ma anche io continuo ad essere sotto processo: essere andato all'estero per malattia mi ha portato ad essere denunciato per truffa».

DENTRO E FUORI - Bertinelli impugna il licenziamento e vince la causa: deve essere reintegrato sul luogo di lavoro e risarcito dei mancati stipendi ricevuti. La madre, particolarmente provata da quanto accaduto al figlio, è colta da ictus ischemico: così Adriano deve occuparsi anche di lei oltre che dell'incandescente situazione lavorativa che si apprestava di nuovo ad affrontare. «Un giorno mi arriva una nuova doccia fredda. Vengo a sapere che l'azienda ha fatto ricorso in appello a Bologna. La cosa assurda è che la causa finisce nelle mani di un giudice che prima di essere spostato nel capoluogo emiliano era in servizio proprio alla sezione lavoro del tribunale di Parma. A quanto pare è ancora in ottimi rapporti con i legali dell'azienda. Dopo un anno e mezzo si arriva alla discussione in aula. I giochi sembravano già fatti: la sentenza di primo grado, forte e ben argomentata, viene completamente ribaltata. Il giudice raccoglie la tesi dell'azienda e dichiara legittimo il licenziamento. Vengo di nuovo messo in mezzo ad una strada con una madre invalida al 100%. Mi ritrovo così da anni a subire numerose vessazioni giudiziarie. Ho inviato anche un esposto alla corte europea dei diritti dell'uomo, inviata per conoscenza anche al ministro Cancellieri. Prima ci sarà il giudizio in Cassazione: la speranza è l'ultima a morire, spero possa arrivare quella giustizia che fino ad oggi non è stata certo dalla mia parte ma da quella dei poteri forti».

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