Foley, ci fu un blitz Usa per liberarlo. All’inizio dell’estate gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione segreta per liberare alcuni ostaggi americani in Siria, tra loro c’era anche James Foley, il giornalista decapitato dall’Isis. Ma la missione è fallita perché i prigionieri degli estremisti erano stati probabilmente trasferiti in un’altra località. I primi e scarni dettagli della missione sono stati rilevati nella notte tra mercoledì e giovedì da fonti del Pentagono.
L’incursione è stata condotta da un team delle forze speciali, con l’appoggio di aerei e droni, in un’area non precisata del territorio siriano. I commandos, trasportati da alcuni elicotteri, hanno raggiunto a piedi l’obiettivo e hanno ingaggiato un combattimento con una formazione di terroristi dell’Isis. Secondo la versione ufficiale nella battaglia sono stati uccisi diversi militanti e un soldato americano ha riportato ferite leggere.
I soldati americani erano convinti di poter trarre in salvo Foley ed altri ostaggi, ma le informazioni passate dagli informatori non erano accurate. I prigionieri non si trovavano in questo nascondiglio. Eseguito un rapido controllo dell’area il team delle forze speciali è ripartito.
Sempre stando alla ricostruzione la Casa Bianca ha autorizzato l’operazione sulla base di dati raccolti dall’intelligence. C’erano indicazioni che Foley e gli altri fossero trattenuti in una base dell’Isis, ma evidentemente il “quadro” non era completo o preciso.
La fallita azione di salvataggio racchiude due elementi. Il primo è la conferma che gli Stati Uniti hanno schierato uomini sul terreno in Siria, uno scenario sempre escluso dal presidente. Anche se è stata più volte segnalata la presenza di elementi delle forze speciali al fianco di alcune brigate ribelli. Il secondo è la predilezione della Casa Bianca per questo tipo di interventi “segreti” rispetto a quelli più massicci. Sotto la gestione Obama è cresciuto in modo evidente il ricorso ai droni per eliminare i terroristi e l’impiego delle unità scelte.

