Garlasco, il dubbio oltre la sentenza
A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la nuova inchiesta su Andrea Sempio riporta al centro uno dei casi giudiziari più discussi d’Italia e riapre una questione che va ben oltre Garlasco: cosa accade quando una verità processuale torna a confrontarsi con nuovi elementi investigativi?
Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva e Andrea Sempio è oggi indagato in un nuovo filone dell’inchiesta. Saranno gli sviluppi giudiziari, non il dibattito pubblico, a stabilire quale peso avranno gli elementi raccolti. Ma il caso impone comunque una riflessione sulla fallibilità della giustizia e sulla sua capacità di verificare i dubbi e correggere eventuali errori.
Perché una sentenza può essere rivista, un fascicolo può essere riaperto e un errore può persino essere riconosciuto. Il tempo trascorso, invece, non può essere restituito. È da questa domanda, insieme giuridica e profondamente umana, che parte il confronto con Filippo Marra, consulente tecnico esterno del Senato della Repubblica.
La nuova indagine della Procura di Pavia ha riportato Andrea Sempio al centro dell’attenzione giudiziaria, con ulteriori consulenze tecniche e nuovi accertamenti su elementi già presenti nel fascicolo, tra cui il materiale genetico rinvenuto sotto le unghie della vittima e le verifiche sulle tracce repertate sulla scena del crimine. Sempio resta indagato e, come previsto dall’ordinamento, deve essere considerato innocente fino a eventuale sentenza definitiva.
Non si tratta, dunque, di sostituire una verità con un’altra né di celebrare un nuovo processo mediatico. Si tratta di capire cosa Garlasco possa insegnare sul funzionamento della giustizia, sul valore della prova scientifica e soprattutto sul prezzo che una persona e lo Stato pagherebbero qualora un errore giudiziario venisse accertato.
Dottor Marra, Andrea Sempio torna al centro dell’inchiesta. Che significato assume tutto questo rispetto alla condanna definitiva di Alberto Stasi?
«Significa innanzitutto che dobbiamo avere il coraggio di riconoscere una cosa: il sistema giudiziario, essendo composto da esseri umani, non è infallibile. E questo, di per sé, non rappresenta uno scandalo. Il problema nasce quando un eventuale errore non viene individuato e corretto in tempo. Alberto Stasi è stato condannato definitivamente nel 2015 al termine di un percorso giudiziario estremamente complesso, passato anche attraverso assoluzioni. Oggi esiste una nuova indagine che sta valutando elementi riguardanti un’altra persona. Non possiamo anticipare le conclusioni della magistratura, ma possiamo e dobbiamo interrogarci sul funzionamento del sistema.»
Quindi il punto non è stabilire oggi se Stasi sia innocente o colpevole?
«Assolutamente no. Non spetta a noi sostituirci ai giudici. Il punto è un altro: se emergono elementi nuovi e rilevanti, una giustizia credibile deve avere gli strumenti e soprattutto la volontà di verificarli fino in fondo. Anche quando significa rimettere in discussione convinzioni consolidate. Nelle indagini ci sono state criticità che oggi meritano risposte.»
Si torna a discutere molto anche delle indagini del 2007. Possiamo parlare di investigazioni superficiali?
«Userei molta cautela con la parola “superficiali”, perché rischia di trasformare una vicenda estremamente complessa in un giudizio sommario. Possiamo però dire che sono emerse criticità che oggi meritano di essere approfondite. Parliamo di un procedimento nel quale la prova scientifica ha avuto un peso enorme e nel quale, a distanza di quasi vent’anni, determinati reperti e determinate analisi tornano nuovamente sotto la lente degli investigatori. Questo dovrebbe insegnarci quanto sia essenziale la corretta acquisizione, conservazione e interpretazione della prova scientifica.»
Uno dei punti più discussi riguarda il DNA rinvenuto sotto le unghie di Chiara Poggi
«Ed è proprio questo il motivo per cui bisogna evitare processi paralleli. Il DNA deve parlare attraverso la scienza e nelle sedi giudiziarie, non attraverso le suggestioni televisive. Se nuovi accertamenti producono risultati considerati rilevanti dall’accusa, devono essere sottoposti al contraddittorio con la difesa. È così che funziona uno Stato di diritto.»
Garlasco è stato anche uno dei casi più mediatizzati degli ultimi decenni. Quanto può incidere tutto questo?
«Moltissimo. E non mi riferisco soltanto a Garlasco. Esiste una tendenza pericolosa a trasformare l’indagato prima in personaggio e poi, nell’immaginario collettivo, in colpevole. Il diritto ha tempi che spesso mal si conciliano con quelli della televisione, dei social e dell’informazione continua. L’opinione pubblica vuole sapere immediatamente chi è stato. Ma un processo non può rispondere alle esigenze narrative di un talk show.»
È il meccanismo del “se non è lui, allora chi è?”
«Esattamente. Ed è una domanda pericolosissima se diventa il presupposto con cui si guarda a un processo. Non bisogna dimostrare che qualcun altro sia colpevole per dubitare della colpevolezza di un imputato. È l’accusa che deve dimostrare la responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio. Quando invece la domanda diventa “se non è lui, chi è?”, rischiamo di capovolgere culturalmente il principio stesso della presunzione di innocenza.»
Possiamo considerare Garlasco un caso eccezionale?
«Purtroppo il tema dell’errore giudiziario non nasce e non finisce con Garlasco. La storia giudiziaria italiana conosce casi di persone arrestate, processate o condannate e successivamente riconosciute estranee ai fatti. Questo non significa delegittimare la magistratura. Al contrario. Parlare degli errori serve a rafforzare la giustizia, perché un sistema diventa più autorevole quando è capace di individuare le proprie vulnerabilità e correggerle.»
Facciamo un’ipotesi, senza sostenere che sia questa la realtà giudiziaria: se un giorno venisse accertato che una persona ha trascorso anni in carcere da innocente, chi potrebbe restituirle quel tempo?
«Nessuno. Ed è forse l’aspetto più drammatico dell’errore giudiziario. Lo Stato può riconoscere un risarcimento. Può ammettere l’errore. Può tentare di riparare economicamente il danno subito. Ma non può restituire dieci o quindici anni di vita. Non può ricostruire automaticamente una reputazione distrutta, i rapporti personali perduti, le occasioni professionali mancate, gli affetti compromessi. Noi traduciamo tutto in cifre perché il diritto ha bisogno di quantificare il danno. Ma esiste una parte del danno che non entrerà mai in nessun assegno.»
C’è poi un costo economico
«Certamente. Le somme riconosciute per ingiusta detenzione o per errori giudiziari provengono dalle risorse pubbliche. Ma limitarsi al costo economico sarebbe riduttivo. Esiste un costo ancora più grave: quello della fiducia. Ogni volta che un cittadino comincia a pensare che il sistema non sia capace di riconoscere e correggere i propri errori, si indebolisce il rapporto tra società e istituzioni.»
Lei parla spesso della necessità di una giustizia maggiormente garantista. Che cosa significa concretamente?
«Significa innanzitutto ricordare che il garantismo non è uno strumento per proteggere i colpevoli. Serve a proteggere tutti. Vuol dire rafforzare la qualità delle indagini, il contraddittorio, la verifica della prova scientifica e il rispetto della presunzione di innocenza. Vuol dire anche evitare che un’indagine diventi una condanna sociale prima ancora dell’apertura di un processo. Una giustizia garantista non è una giustizia debole. È una giustizia che pretende prove più solide prima di togliere la libertà e distruggere la reputazione di una persona.»
Nel 2026 gli italiani sono stati chiamati alle urne per il referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia. Al di là delle diverse posizioni politiche, ritiene che il Paese abbia affrontato sufficientemente il tema?
«Credo che troppo spesso il confronto sulla giustizia venga trasformato in uno scontro tra schieramenti. È un errore. La giustizia non dovrebbe appartenere alla destra o alla sinistra. Dovrebbe riguardare ogni cittadino. Possiamo dividerci sulle soluzioni, naturalmente, ma dovremmo essere tutti interessati ad avere processi più efficienti, indagini rigorose e maggiori garanzie.»


