Garlasco, Zanella: “Il DNA sotto le unghie è stato sottovalutato. Il vero nodo resta il movente”
Mentre il caso Garlasco torna al centro dell’attenzione, la nuova chiusura delle indagini su Andrea Sempio riporta in primo piano il peso delle tracce scientifiche e le domande rimaste aperte sulla ricostruzione del delitto. Impronta 33, traccia di scarpa, DNA e nuovi accertamenti sui pedali della bicicletta sono oggi al centro del confronto tra accusa e difesa.
Ma a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il nodo non riguarda soltanto il valore delle singole prove: è anche la tenuta complessiva della ricostruzione investigativa a essere nuovamente messa sotto esame. Quali elementi possono davvero incidere sulla posizione di Sempio? Quanto bisogna essere prudenti davanti a compatibilità che, prese singolarmente, non identificano necessariamente una persona? E quali sono gli aspetti del caso che potrebbero essere stati sottovalutati?
A fare il punto è Gianluca Zanella, giornalista esperto di cronaca nera e fondatore di DarkSide – Storia Segreta d’Italia, che ad Affaritaliani analizza le nuove acquisizioni investigative e i punti ancora irrisolti del delitto di Garlasco.
La Procura ha chiuso nuovamente le indagini su Andrea Sempio: quale elemento pesa oggi maggiormente sulla sua posizione?
“In base al comunicato stampa — non avendo al momento accesso agli atti, come del resto credo nessuno a parte i legali — sembrerebbe non ci siano novità stravolgenti. I consulenti della Procura hanno sostanzialmente blindato l’impianto accusatorio del 7 maggio. Non ci sono quindi “grossi” elementi inediti, quanto piuttosto una confutazione delle consulenze della difesa e un’ulteriore conferma delle ipotesi d’accusa, sia dal punto di vista del movente che su quello delle prove scientifiche”.
Impronta 33, traccia di scarpa e DNA: quanto bisogna essere prudenti nel trasformare singole compatibilità in elementi capaci di collocare Sempio sulla scena del crimine?
“La prudenza è d’obbligo, ma dovrebbe esserlo sempre. Il garantismo non può essere a corrente alternata. Abbiamo visto tutti cosa accadde a suo tempo con Alberto Stasi: in quel caso la cautela mancò del tutto. Oggi non bisogna assolutamente ripetere lo stesso errore, e non mi pare si stia facendo. Viene sottolineato giustamente — forse persino con troppa solerzia — che la Procura è una parte del processo.
L’accusa ritiene che l’Impronta 33 sia riconducibile a Sempio e che si tratti di una traccia mista di sudore e sangue; ritiene che la calzatura sia compatibile con la sua e che il DNA sotto le unghie appartenga alla linea maschile della sua famiglia. Io sono il primo a invocare cautela, ma con quadri del genere credo sia assolutamente necessario parlarne davanti a un giudice. Altrimenti rischiamo di dover riaprire questo caso tra altri dieci anni”.
I nuovi accertamenti sui pedali e gli altri elementi riletti oggi riaprono interrogativi sulle prime indagini: è corretto parlare di errori investigativi o è rischioso giudicare il lavoro del 2007 con gli strumenti di oggi?
“In questo caso parlare semplicemente di “errore” non mi sembra appropriato: c’è qualcosa che va oltre. Non è ancora il momento di ipotizzare deliberate omissioni o depistaggi, ma è un dato di fatto che le due tracce negative sul DNA dei pedali non solo non sono mai finite nel fascicolo, ma non sono state neanche citate nei dibattimenti di tutti i gradi di giudizio.
La domanda che dobbiamo porci è: quanto avrebbe pesato quell’elemento a favore della difesa di Stasi? Alla difesa è stato sottratto — volontariamente o meno, spetterà alla Magistratura stabilirlo — un tassello dirimente per la linea difensiva. Cosa sarebbe accaduto se il RIS avesse consegnato subito le analisi complete non solo ai consulenti del PM, ma a tutti? Ho sentito chiamare in causa la dottoressa Muscio, il PM della prima indagine: se un elemento non le è mai stato presentato, lei non ha alcuna responsabilità, anzi ne è in qualche modo vittima.
Ciò che sta emergendo lascia una profonda amarezza. Sto ricevendo messaggi da parte di molti Carabinieri, in servizio ed ex, che esprimono grande sconforto per quanto accaduto. E ci tengo a sottolinearlo: l’Arma in quanto tale non fa brutte figure e non c’entra nulla. Si tratta di eventuali responsabilità individuali di singoli operatori che hanno lavorato al caso. Responsabilità che andranno chiarite. Parliamo di un’ipotesi della Procura che va presa con la massima serietà, ma ci saranno sicuramente tutti i chiarimenti del caso”.
Dopo quasi vent’anni di indagini, processi e consulenze, qual è l’elemento più sottovalutato nella ricostruzione del delitto?
“C’è l’imbarazzo della scelta. L’elemento più sottovalutato, svilito e denigrato a partire dal 2014 — durante l’Appello bis — e poi nel 2017, e che solo oggi risulta centrale, è il DNA sotto le unghie di Chiara Poggi. Un altro elemento chiave è l’orario della morte, che nel corso dei gradi di giudizio del primo processo ha subito stravolgimenti incredibili. Verrebbe la pelle d’oca a ripercorrere come sia stato modificato.
Alla luce delle risultanze della consulenza Cattaneo, ci rendiamo conto che Stasi non avrebbe mai potuto compiere ciò che gli è stato attribuito in soli 23 minuti — che diventano 15 se togliamo gli 8 minuti necessari per rientrare a casa in bicicletta. Stasi è stato condannato sul presupposto di aver compiuto quel massacro in 15 minuti, quando oggi sappiamo che probabilmente in quell’arco di tempo non si sarebbe consumata neanche l’intera aggressione”.
Qual è il vero punto ancora irrisolto di Garlasco, quello che potrebbe cambiare la lettura della vicenda?
“Sappiamo che per arrivare a una condanna non è strettamente necessario individuare un movente, e la storia processuale di Stasi lo dimostra. Tuttavia, credo che la chiave per comprendere davvero le ragioni di questo omicidio sia ricostruire con esattezza il movente. La Procura dal mio punto di vista ci è andata molto vicina, anche se è difficile ricostruire tutto a distanza di così tanti anni. A questo punto, l’unica vera svolta potrebbe arrivare solo se chi ha ucciso Chiara Poggi decidesse finalmente di liberarsi la coscienza”.


