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Cronache
Giovanna Bellotto1

di Fabio Frabetti

È tutto buio al Lake Manyara Hotel: il generatore di corrente è stato da poco spento come accade tutte le notti. L'oscurità avvolge anche l'interno delle cento camere dell'albergo che sorge su un impervio dirupo a 1200 metri di altitudine. Siamo in Tanzania a tre chilometri dalla strada principale che porta ad Arusha. È in questo incredibile scenario che la notte dell'8 marzo 1999 scompare Giovanna Bellotto, un conosciutissimo medico anestesista veneziano da poco in pensione. La donna era partita dall'aeroporto di Milano due giorni prima per un safari fotografico di otto giorni organizzato dall'Alpitour.

URLA NELLA NOTTE - Nel viaggio in autobus che conduce all'hotel gli altri passeggeri notano che Giovanna non sta bene. La vedono litigare con l'autista: la donna sembra in stato confusionale. A causarle quello stato di incoscienza il probabile mix di un farmaco anti-malaria (il Lariam) con uno che in genere si assume contro il mal di moto (la xamamina). Le prime ore passate in hotel sembrano scivolare tranquille. A notte fonda però qualcosa cambia. Una coppia di amici sistemata nello stesso piano dichiareranno di aver sentito Giovanna bussare alla loro porta chiamando il nome del figlio. Poi avrebbero sentito altre parole nella lingua del luogo. All'interno della sua camera numero 60 verranno ritrovati tutti gli effetti personali, compreso documenti, soldi e occhiali. All'appello manca solo una ciabatta bianca. Ma c'è anche la seconda chiave della porta: chi ce l'aveva portata?

UN DISCUSSO AVVISTAMENTO - Alberto, il figlio di Giovanna rimasto in Italia, parte subito per la Tanzania. Si scontrerà ben presto però con quelli che lui definirà chiari tentativi di depistaggio. Giovanna sarebbe stata vista la mattina seguente alla scomparsa ad Arusha, ad oltre 130 chilometri di distanza. A raccontarlo è il direttore dell'hotel dopo aver ricevuto una telefonata anonima. Ma come avrebbe potuto fuggire nel cuore di una notte buia e in un sentiero impraticabile? In Tanzania Alberto viene seguito passo passo da Mustafa Panju, l'agente di riferimento locale dell'Alpitour. L'uomo era informato della segnalazione giunta all'hotel: «a così poche ore di distanza dalla sparizione di mia mamma – si chiede oggi Alberto – come facevano a sapere ad Arusha che la donna bianca scesa dall'autobus fosse proprio lei?». La sensazione del figlio è che tutto dovesse essere dimenticato in fretta.

QUALCOSA DI GRAVE - Senza nessun aiuto e lontano dalla verità, Alberto nei mesi seguenti si affida a Nicole Touati, un' investigatrice privata che in poco tempo raccoglie una controversa testimonianza, rimasta anonima. Giovanna Bellotto sarebbe stata avvicinata dal manager dell'hotel, un personaggio che secondo l'investigatrice non sarebbe stato nuovo ad episodi legati a tentativi di violenze sessuali. Forse vedendola in stato confusionale avrebbe tentato di approfittare sessualmente di lei. Si spiegherebbero così le sue urla notturne, le voci che si persero in lontananza. La donna, tentando di fuggire, sarebbe caduta sbattendo la testa su un gradino in pietra. Il cadavere sarebbe poi stato caricato e portato via. Una conclusione evidentemente non creduta dal procuratore Carlo Nordio che pochi anni dopo chiese e ottenne l'archiviazione del caso. «E' successo qualcosa di grave nell'hotel – racconta Alberto - mia mamma non si è mai spostata da lì. Non so se quella testimonianza fosse attendibile, ma la chiave della scomparsa rimane in quell'hotel».

LA PISTA UGANDESE - I carabinieri italiani che condussero l'indagine in Tanzania, guidati dall'allora ufficiale Angelo Jannone, seguirono varie piste. E quella che portava alla presenza della Bellotto sull'autobus ancora oggi viene ricordata come la più probabile: «Intanto – ricorda oggi Jannone – ci fu massima collaborazione da parte delle autorità della Tanzania che si prodigarono con grande sforzo nelle ricerche. Inoltre ci permisero di svolgere direttamente indagini e svolgere interrogatori nonostante fossimo forze dell'ordine di un paese estero. Abbiamo verificato ogni elemento fornito dall'investigatrice privata ingaggiata dal figlio e abbiamo assolutamente scartato l'ipotesi dell'aggressione. Quella che l'investigatrice definì macchia di sangue nel punto dove la signora sarebbe caduta era in realtà vernice. Il direttore dell'hotel veniva sempre accompagnato e non aveva a disposizione un'auto sulla quale eventualmente occultare il cadavere. Oggi ho il rammarico di essere stati costretti dalle circostanze a verificare questa ipotesi investigativa. Se avessimo ad esempio saputo prima che la signora Bellotto aveva a casa un libro dal titolo “La donna scomparsa in Africa” dove la protagonista faceva perdere ogni traccia forse potevamo fare qualcosa di più. Oltretutto era in contatto dall'Italia con alcune missioni ugandesi e il luogo di avvistamento della donna non era certo lontano dal confine con l'Uganda. Ecco perché ritengo ancora oggi credibile la testimonianza del conducente dell'autobus. Sapendo prima questi particolari avremmo fatto indagini mirate anche in Uganda. Poi invece il pubblico ministero ritenne opportuno fermarsi».

ULTIMO TENTATIVO - Il figlio Alberto a 14 anni dalla scomparsa della madre non si arrende e proprio in questi giorni ha inviato una richiesta alla Farnesina per poter visionare tutto il fascicolo in possesso del Ministero degli Esteri riguardante la scomparsa della signora Bellotto: «Probabilmente non servirà a conoscere qualche elemento in più ma è un mio diritto poterlo leggere. Io mi rivolgo anche ai compagni di viaggio di mia mamma che una volta in Italia ritrattarono i racconti che avevano fatto su quella notte e si sono chiusi nel silenzio. Qualcuno di loro deve avere visto o sentito qualcosa a distanza di tutti questi anni. Mi auguro che possano mettersi una mano sulla coscienza e raccontare quello che sanno, anche in forma anonima».

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