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Cronache

di Giuseppe Grasso

Perché non riportare l’età pensionabile a 40 anni? Chi lo dicesse oggi, forse, vincerebbe le elezioni. Non già, si badi bene, per una questione di opportunismo tattico. Le scelte economico-sociali che hanno dominato il governo della cosa pubblica in Italia negli ultimi due anni, senza più opposizione, senza potere contrattuale da parte dei sindacati e con il parlamento schiavo di un potere esecutivo sempre più autoritario, hanno mietuto troppe vittime. La riforma Fornero, fatta non già per riformare ma solo per fare cassa e macelleria sociale, è la più rigida d’Europa e aspetta di essere corretta nel senso dell’equità. Innalzando bruscamente di cinque-sei anni il limite per l’accesso alla pensione e il passaggio immediato al sistema contributivo senza prevedere alcuna forma di graduale avvicinamento a tali obiettivi, quella riforma non poteva non produrre dolorosi guasti sociali e gravi problemi per intere categorie di lavoratori ormai prossimi ai requisiti per il pensionamento. Da qui il «mostro esodati» denunciato più volte da Francesco Boccia – deputato del Pd e oggi presidente della commissione Bilancio – e il balletto delle cifre sulla loro reale entità. Giorgio Airaudo, deputato di Sel presente nella commissione lavoro alla Camera, e Cesare Damiano, oggi presidente di quella stessa commissione, sono in prima linea a battersi su questo fronte. La linea che stanno seguendo è quella di introdurre un «criterio di flessibilità» che permetta l’accesso anticipato rispetto alle soglie attuali previdenziali con un assegno di poco ridotto. Ma vediamo gli antefatti del problema.

Pierre Carniti ha spiegato molto bene, in un articolo apparso il 6 aprile scorso su «L’Unità», per quale motivo bisognerebbe reintrodurre il «pensionamento volontario» previsto dalla riforma Amato e dalla riforma Dini e poi caduto in disuso per ragioni che gli risultano ancora misteriose. «In un sistema contributivo», scrive Pierre Carniti, «la fissazione di un’età pensionistica obbligatoria non ha nessuna ragion d’essere: decidendo diversamente questi tecnici si sono rivelati anche un po’ incompetenti, benché siano stati definiti esperti. Non si rendono conto che il lavoro resta un elemento fondamentale di cittadinanza e di appartenenza: essere senza lavoro non significa essere esclusi». Come non essere d’accordo? Non si può costringere chi lavora da 40 anni a rimanere in servizio, soprattutto perché ciò impedirebbe ai giovani di entrare. I suicidi che si sono consumati durante il governo Monti hanno dimostrato come sia stato destabilizzante (e traumatizzante) innalzare drasticamente l’età pensionabile. Si è trattato di un vero e proprio attentato all’esistenza individuale, di un gravissimo inasprimento sociale di cui i sindacati e i politici solo ora, dopo le batoste prese alle urne, si stanno finalmente accorgendo. Il Pd, che poteva vincere le elezioni nel novembre del 2011, come ha ben ricordato Cofferati, ha perso 3 milioni di elettori per l’appoggio incondizionato a Monti. Si è passati dal bianco al nero lasciando ovunque macerie e rovine, con conseguenze terribili, nefaste, incalcolabili. La rete è piena di petizioni in cui disillusi internauti chiedono di far ripristinare le vecchie regole in materia previdenziale. L’abolizione delle pensioni di anzianità, inoltre, ha fatto sì che ai giovani senza posto si aggiungessero cinquantenni (e in alcuni casi sessantenni) in cerca di lavoro.

Solo se intercetterà questo disagio, se capirà di dover intervenire sulla gradualità e sulla giustizia sociale, il governo Letta potrà vincere alcune delle sfide che ha dinanzi a sé. La politica, se davvero vuole recuperare consensi e condivisioni, non può più far finta di non vedere. Deve ripercorrere la strada del dialogo e della concertazione. Deve tornare, come gli ha insegnato il M5S e come stanno facendo le giovani leve del Pd, a parlare con la base. La Camusso diceva che i 40 anni non dovevano essere toccati e che erano una «cifra magica». Oggi, dopo la cupa e sfibrante stagione del montismo, siamo arrivati a 41 anni e 6 mesi per le donne e a 42 anni e sei mesi per gli uomini più l’aspettativa di vita. Desideriamo davvero diventare il paese con i pensionandi più decrepiti del pianeta? Siamo passati, nel giro di soli tre decenni, dal sistema permissivo/democristiano dei baby-pensionati a quello prussiano della Fornero, esagerando nell’un caso come nell’altro. La riforma del lavoro, con la sua politica depressiva, non ha fatto che aggravare la situazione rendendo tutto più difficile. Il partito dei cassintegrati e degli scoraggiati è in aumento esponenziale. Abbiamo pagato a caro prezzo gli errori di un governo troppo attento ai richiami dell’Europa e poco alle istanze dei cittadini.

Non è più ora di procrastinazioni. È arrivato il momento di «resettare» alcune criticità in materia di uscita dal lavoro, a partire dalla cosiddetta flessibilità. Cesare Damiano, indomito e pertinace su questo punto, non perde occasione per ricordare al suo popolo la necessità di correggere la riforma delle pensioni introducendo maggior gradualità ed estendendo il numero dei salvaguardati. Riuscirà nell’intento? La difficoltà di andare in pensione non è oggi un problema di poco conto. Mettere mano al sistema pensionistico è una responsabilità che questo esecutivo dovrà assumersi senza star troppo a tergiversare. Non per stravolgerlo un’ennesima volta, ovviamente, ma per correggerlo, rivederlo, per eliminare ogni sorta di divario e di sperequazione. Sono le priorità indicate da Enrico Letta che dovrebbero diventare terreno concreto e condiviso dell’azione politica generale. «L'abolizione brutale delle pensioni di anzianità», ha affermato Damiano, si è rivelata «un errore strategico». Il quale poi, in altro intervento, rispondendo alle falsità sostenute dalla Fornero, secondo cui l’emergenza da lei creata sarebbe finita, ha ribadito l’esigenza indifferibile di un intervento strutturale che reintroduca nel sistema l’opzione di scegliere di andare in pensione in un range compreso fra i 62 anni e i 70, magari con una «punizione piccola» e un «premio piccolo» se si hanno almeno 35 anni di contributi. Questa sarebbe una misura che potrebbe «mettere a posto il sistema» e il ricambio generazionale perché «l’assenza di flessibilità», sempre a detta del deputato democratico, «è stata la rovina», un «disastro» per il nostro paese, in quanto «non c’è mai stata una riforma delle pensioni che avesse eliminato l’anzianità come ha fatto il ministro Fornero». Come si dice: meglio tardi che mai.

Infine c’è chi, come Stefano Giubboni, docente di Diritto del lavoro, il quale, pur non dimenticando che bisogna mantenere in equilibrio il sistema previdenziale e sottolineando una sostenibilità finanziaria di lungo periodo dello stesso, ha auspicato che un possibile ritocco della legge 335 del 1995, la cosiddetta riforma Dini, sarebbe necessario per correggere la riforma Fornero, grazie a una razionalizzazione del sistema capace di introdurre dei coefficienti di trasformazione in grado di aumentare la rendita alla luce delle nuove aspettative di vita. Naturalmente le soglie, oggi, andrebbero spostate verso l’alto, ma la logica di fondo di quella normativa, considerata tanto efficiente che alcuni paesi europei l’hanno addirittura copiata, potrebbe essere preservata. La discussione è dunque aperta. Il sasso è lanciato. Bisogna vedere chi raccoglierà questa scommessa.

Un altro luogo comune che bisognerebbe poi smantellare è che esiste solo il dramma dei cosiddetti «esodati», di quegli sfortunati lavoratori che si sono trovati repentinamente senza reddito da pensione e da lavoro. Se è vero che questa categoria è il segnale più vistosamente dimostrativo di una pessima riforma delle pensioni e che rimane la priorità delle priorità, non è meno vero che ci sono altre categorie sacrificate sull’altare del rigore e dell’austerità. Non bisogna dimenticare tutti coloro che portano ancora le stimmate sanguinanti in seguito alla riforma Fornero: dai cassintegrati di ogni specie ai nati nel 1952, dai mobilitati individuali ai lavoratori della scuola di Quota 96, insomma a tutti quelli che aspettano una revisione nel segno della gradualità e della solidarietà sociale. Il burnout presso gli insegnanti over 60, come attestano studi medici autorevoli, tanto per fare un esempio, è un’indicazione non certo trascurabile. Si vedano, in proposito, i recenti studi condotti dal dottor Lodolo D’Oria, documenti emblematici e scioccanti che troppo poco vengono citati dai media e dai giornali. Lo stesso Boccia, tornando più volte a parlare degli esodati, non solo degli «esodati tradizionali» o «generici» che conoscono tutti, da lui considerati un «mostro giuridico unico nella storia e nel mondo», ha ricordato un «altro mostro», quello dei cosiddetti «esodati della scuola», quei quasi 4.000 lavoratori (fra docenti e Ata) cui è stato imposto che l’anno scolastico termina non il 31 agosto bensì, incredibilmente, il 31 dicembre. Non hanno perduto il posto come gli esodati, d’accordo, ma non è minore il torto che questi professionisti hanno subito perché si è negato loro il diritto, pur posseduto, di andare in pensione con le vecchie regole nell’anno scolastico 2011-2012. «Per la prima volta nella storia», ha dichiarato l’esponente di spicco del Pd, «si è deciso che gli insegnanti potevano andare in pensione il 31 dicembre, fra Natale e Capodanno». Ma su questo punto, ricordiamolo, su questa assurda vicenda giuridica che grida vendetta, c’è il formale impegno del Pd.

La riforma Fornero, come ormai da quasi tutte le parti politiche viene affermato, non è più sostenibile e necessita di importanti correzioni. Bisogna superare ogni forma di timidezza e di reticenza per ripensarne davvero con volontà e rinnovato coraggio una opportuna rivisitazione. Si deve consentire ai lavoratori ultrasessantenni di scegliere quando andare in pensione (con lievi disincentivi e incentivi, certo, altrimenti le nuove generazioni rimarranno destinate, per definizione, a rimanere fuori), non senza aver sanato, prima, le situazioni pregresse. Staremo a vedere se alla politica dei proclami e delle buone intenzioni seguirà quella delle realizzazioni.

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