di Silvia Davite
C’è una storia che viene da lontano e ci appartiene, che ne siamo consapevoli oppure no. C’è una realtà che misura i valori. C’è un futuro che siamo tutti chiamati a costruire, senza presunzione, senza paure e senza pre concetti. Da un lato il cambio generazionale, non tanto nella politica ma più interessante quanto dovrà avvenire nella riorganizzazione di impresa, nelle istituzioni culturali e nella presenza sociale. C’è più di una ragione nel richiamo di Andrea Guerra a stimolare la società italiana ad accompagnare il cambiamento e tuttavia resta da domandarsi quale debba essere il ruolo, la funzione e l’equilibrio che i manager sono chiamati a ricostruire nel sistema Italia. Nella dialettica tra parti sociali come in quella politica.
Se concordiamo su questo i dirigenti, indipendentemente dall’età anagrafica, camminano fianco a fianco, perché il fulcro del patto tra il modello ambrosiano e il resto della nazione non può che essere l’alleanza tra i poteri. Bene inteso questo non significa annullare la funzione che essi possiedono così come i Padri Fondatori hanno stabilito, perché ad oggi nessuna riforma ancora e’ intervenuta a modificare i pesi e i contrappesi che la prima vera generazione europea ci ha lasciato in eredità. E sappiamo quanto tutti i lasciti siano importanti e quanto ad essi dobbiamo. Occorre dirci che fare il proprio mestiere resta una condizione necessaria ma non sufficiente per riacciuffare la crescita sostenibile, ridare senso alla politica e dare sostanza alla dignità della persona. Occorre una visione condivisa, un senso comune robusto e progetti concreti. Fare squadra per gestire il cambiamento e’ conveniente.
Allora il punto non è se riproporre in salsa diversa il patto del Nazzareno, bensì quale debba essere l’accordo tra la capitale economica del Paese e l’intera nazione.
Primo: occorre stabilità per metabolizzare le novità, soprattutto quando parliamo di imprese. Chiedere a noi stessi sempre di più significa continuare a giungere ad ipotesi diverse senza premesse, una casa priva di fondamenta non si costruisce. Questo significa innanzitutto mettersi d’accordo sul senso della parola flessibilità, per esempio. Secondo: moltiplicare i centri di costo, i livelli di regolamentazione e gli strumenti di finanziamento dell’economia, non significa più autonomia, responsabilità e federalismo bensì solo aumentare la spesa pubblica. Il regionalismo come la tradizione comunale e l’innovazione delle aree metropolitane sono intuizioni corrette se al servizio della nazione e dell’Europa da un lato, dei cittadini dall’altro. La realtà ci chiama ad una sinergia istituzionale territoriale, non a commettere gli stessi errori di sempre.
Tra la società che si auto organizza e la politica che regolamenta, l’equilibrio e’ come ridistribuire equamente i costi ed è una responsabilità di tutti: poco importa,per farla breve, se abbattiamo quelli delle Regioni e dei Comuni intesi come livelli istituzionali e poi aumentiamo quelli di partecipate, aziende pubbliche e strumenti di finanziamento. Questo significa, per esempio, decidere che Cassa Depositi e Prestiti sia da oggi in poi elemento a disposizione della riorganizzazione dell’economia italiana stimolando comuni e regioni ad integrarsi, non a costruire modelli paralleli che finiscono per assumere i connotati di rendite di posizione. Ancora significa che il Senato federale diventa la Camera centrale, nelle competenze da riassegnare, nell’elezione diretta dei suoi componenti e negli strumenti di cooperazione trans frontaliera nel quadro europeo perché la funzione di raccordo sia effettiva. La cronaca di questi giorni ci richiama a rivedere la riforma. Infine significa assumere la definizione che l’Europa ha dato di servizio pubblico e farlo non per evitare sanzioni bensì per valorizzare il meglio che risiede nel settore pubblico e in quello privato anche qui con una visione costruttiva delle relazioni economico-sociali. Che poi, se ben riflettiamo quella definizione sintetizza meglio di altro l’anima, il volto e la struttura europea.
Terzo c’è una visione pedagogica, culturale e di buon senso che è il nutrimento di questo patto perché risiede tanto nel modello ambrosiano quanto nell’identità italiana, ne hanno parlato in molti negli ultimi anni, in diversi hanno saputo metterla in pratica, in pochi hanno saputo far camminare altri nella stessa direzione. Partiamo da qui: famiglia, scuola, comunità. Al fondo c’è una cultura della dignità della persona da non disperdere, frutto anch’essa della nostra Costituzione. Chi più ha più paga e’ un principio fondante dello stare insieme, delle politiche fiscali e degli interventi per le emergenze, contemporaneamente la perequazione tra territori e’ necessaria, condivisibile l’ipotesi di utilizzo dei fondi europei, del sistema di detrazioni e dei risparmi di gestione per dare alle imprese riduzione della pressione fiscale oggi possibile. Le aree metropolitane restano oggi il motore della crescita sostenibile, dell’equità sociale e della piena dignità della persona. Quello che è giusto, utile e produttivo e’ sempre una sintesi, una comunione e una reciprocità.

