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Cronache
Mafia: non è prestanome di boss, Cassazione assolve imprenditore

L'imprenditore palermitano Vincenzo Rizzacasa e' stato definitivamente assolto dalla Cassazionedall'accusa di essere un prestanome dei boss: la seconda sezione della Suprema corte ha confermato la decisione con cui la Corte d'appello di Palermo aveva gia' cancellato la condanna a 3 anni e 4 mesi, inflitta al costruttore in primo grado dal gup, col rito abbreviato. Contro l'assoluzione aveva fatto ricorso la Procura generale, ma la Cassazione lo ha dichiarato inammissibile. Respinto pure il ricorso presentato contro l'assoluzione dell'altro costruttore Salvatore Sbeglia, di cui Rizzacasa era stato considerato la "testa di legno", che gli avrebbe consentito la prosecuzione dell'attivita' imprenditoriale nonostante una precedente condanna per mafia. Anche per Sbeglia dunque l'assoluzione in questo giudizio viene confermata. Il processo, denominato "mafia e appalti", istruito dall'allora pm Roberto Scarpinato, oggi procuratore generale di Palermo, e dall'altro pm Nino Di Matteo, ha perso pure un altro pezzo importante: l'imprenditore Francesco Lena, proprietario della struttura turistica "Abbazia di Sant'Anastasia" di Castelbuono (Palermo), assolto in tutti e tre i gradi di giudizio: anche per lui ricorso del pg respinto. Nel complesso la Cassazione ha confermato cinque assoluzioni e undici condanne, riguardanti mafiosi come Nino Rotolo e Francesco Paolo Sbeglia, fratello di Salvatore.

Vincenzo Rizzacasa e' titolare della Aedilia Venusta, societa' sequestrata assieme ad altri beni del costruttore. Prima di finire in carcere con l'accusa di fittizia intestazione di beni aggravata dall'agevolazione di Cosa nostra, l'architetto faceva parte del fior fiore dell'imprenditoria palermitana. Lavorava fra l'altro per il "Gruppo Venti", una sorta di elite delle principali aziende del capoluogo siciliano, che riunisce anche il meglio dell'antimafia locale. Rizzacasa era anche inserito in Addiopizzo, ma i suoi guai cominciarono quando si scopri' che con lui lavoravano gli Sbeglia, padre e figlio: il primo, Salvatore, era stato condannato a 8 anni per mafia, nel 1998; il secondo, Francesco, aveva nel 2009, quando scoppio' lo scandalo, una condanna a 7 anni in primo grado in un altro processo di mafia. Nacque cosi' il sospetto che Rizzacasa fosse prestanome dei due imprenditori, ritenuti legati alla mafia della Noce. Lui nego' sempre, sostenendo di averli accolti in virtu' di una vecchia conoscenza, delle loro capacita' tecniche e anche per ragioni di umanita'. Non convinse: nel giro di pochi mesi passo' dai salotti buoni all'emarginazione, con l'estromissione da Confindustria, la rescissione dei contratti col Gruppo Venti e l'esclusione da Addiopizzo. Fino all'arresto, al sequestro dei beni (che restano sotto chiave, nonostante l'assoluzione). Condannato in primo grado a 3 anni e 4 mesi, senza l'aggravante di mafia (da questa ipotesi fu scagionato dal Gup, l'8 novembre 2011), fu assolto del tutto in appello, il 18 gennaio dell'anno scorso. Adesso la sua assoluzione e' divenuta definitiva.

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