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Cronache

L’assoluzione dall’accusa di aver favorito la mafia del generale dei carabinieri, Mario Mori, del suo coimputato, il colonnello del Ros, Mauro Obinu, è una decisione, che va rispettata Un atto giudiziario, che ha scatenato 2 fronti opposti, a 21 anni dalla strage di via d'Amelio, dove furono massacrati Borsellino e gli agenti della sua scorta. Nel nostro Paese ( normale ?) anche le decisioni dei tribunali provocano il tifo, come nei derby calcistici più accesi. Secondo Giulianone Ferrara, molto duro con Ingroia e Marco Travaglio, la sentenza dovrebbe indurre "alla vergogna l’establishment dell’antimafia chiacchierona e politicamente orientata".

Ma il direttore de "Il Foglio" sa bene che l'assoluzione, non definitiva, del generalone Mori non può cancellare le complicità politiche, istituzionali, delle forze dell'ordine e giudiziarie con gli spietati boss di Cosa Nostra. Neppure i mafiologi garantisti, come nonno Macaluso, le negano. E se ne parla diffusamente nelle motivazioni delle sentenze Andreotti, Cuffaro, dell'Utri e Contrada e in tante relazioni delle Commissioni parlamentari antimafia. E, assolti Mori e Obinnu, restano da chiarire le complicità, i silenzi, le connivenze, che hanno consentito a Riina e a Provenzano, e ancora consentono a Messina-Denaro, serene, lunghissime latitanze nella natia Sicilia. Senza solidi agganci nelle istituzioni, la mafia non avrebbe potuto essere, per tanti anni, in modo così protervo e sanguinario, presente in Sicilia. E non avrebbe potuto imporre, e in parte ottenere, garanzie e concessioni da settori di primo piano dell'apparato statale nel cruciale biennio 1992-1993.

Attendiamo, pertanto, le motivazioni della sentenza, per comprendere i ragionamenti, che hanno portato i giudici ad accertare alcuni comportamenti degli ufficiali ma a concludere che non abbiano integrato reati penali. E, soprattutto, sarà interessante valutare se e quali ripercussioni potrà avere il verdetto sugli sviluppi del processone ai presunti responsabili della trattativa Stato-mafia nel tragico e cruciale biennio 1992-1994 che, secondo il Capo della Procura di Caltanisetta, costò la vita a Borsellino. Quel processo non è stato istruito, collega Ferrara, da "infami pataccari" ma da servitori dello Stato, che rischiano la vita. E che meritano lo stesso rispetto di quello riservato agli ufficiali dell'Arma, assolti il 17 luglio.

Pietro Mancini

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