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Cronache

Il Pd è il partito che, con maggior sensibilità politica di altri, ha fornito le coordinate necessarie per rifondare la scuola e promuoverne l’edilizia, che versa oggi in condizioni davvero fatiscenti per non dire catastrofiche. I fondi per investire in formazione e cultura, per restituire stabilità e fiducia al mondo dell’educazione, dovrebbero arrivare da riduzioni consistenti delle spese militari. Così ha promesso di recente Bersani in una lettera aperta al Direttore del «Corriere della Sera» densa di ambizioni e di buoni propositi.

È innegabile che la scuola abbia subito tagli pesantissimi nel passato e che abbia contribuito, molto più di altri settori, al risanamento dei conti. La politica di impoverimento e di squalificazione della scuola pubblica a vantaggio di quella privata ha favorito una destrutturazione del sistema pubblico dell’istruzione. Sono mancati piani attuativi per l’edilizia e le risorse sono divenute sempre più insufficienti. La ferma presa di posizione del Pd per rendere gli edifici adeguati in termini di sicurezza, di vivibilità e in linea con le necessarie innovazioni tecnologiche, non è peregrina e giunge a proposito dopo decenni di tagli disastrosi, dopo il degrado e la malversazione che hanno contribuito a svilire l’istituzione scuola e coloro che vi operano. Bersani, nello specifico, si è impegnato ad affrontare tre priorità: la «sicurezza nelle scuole», la «dispersione scolastica» e il «piano pluriennale di esaurimento delle graduatorie per eliminare la precarietà».

C’è poi un fronte particolare del pianeta scuola nei confronti del quale il Pd ha assunto da tempo un impegno chiaro e concreto non andato a buon fine, purtroppo, a causa dell’ostracismo del Governo Monti. Stiamo parlando di quei circa 3.500 lavoratori che hanno raggiunto, nel corso dell’anno scolastico 2011-2012, la cosiddetta Quota 96 utile ad andare in pensione con la previgente normativa delle quote e che sono rimasti impigliati nella riforma Fornero a causa di un «errore tecnico» che non ha tenuto conto della specificità della categoria.

Il comparto scuola, che ha tempistiche sue e ordinamenti propri concepiti per il corretto funzionamento didattico, gode da sempre di una speciale decorrenza per il collocamento a riposo: il 1 settembre – non il 31 dicembre – di ogni anno scolastico. Un fatto certo non irrilevante di cui ha tenuto conto il giudice del lavoro di Siena, nel suo provvedimento dello scorso luglio, quando ha ribadito a chiare lettere questa peculiarità statuita da leggi dello stato non abrogate dalla riforma Fornero. Il Governo Monti, infatti, ha dimenticato che l’anno scolastico non coincide con l’anno solare e che si colloca a cavallo fra due anni solari. Gli alunni che lasciano i loro insegnanti prima delle vacanze di Natale, come tutti sappiamo, li ritrovano al rientro subito dopo l’Epifania. Eppure, quella che doveva essere una verità elementare e inoppugnabile, è stata negata ripetutamente dall’attuale esecutivo. La riforma pensionistica targata Fornero, imbastita troppo in fretta e priva di ogni gradualità, ha assimilato improvvidamente le «leggi speciali» che regolano questo settore alle «leggi generali» di tutti gli altri comparti della Pubblica Amministrazione: ha commesso, cioè, una discriminazione senza uguali nella storia dei pensionamenti italiani.

Aggiungiamo che il caso di questi lavoratori ha assunto una risonanza che va ormai oltre l’angusto ambito nazionale. La Presidente della Commissione Petizioni Europea, infatti, Erminia Mazzoni, dopo aver rilasciato un’intervista a Rai Regione Europa, alcuni giorni fa, e interloquendo con alcuni rappresentanti del Comitato Civico «Quota 96», ha così commentato l’ingiustizia che riguarda questo popolo nato sul web che non ha esitato a intentare, pur di proteggere i propri diritti, ogni sorta di ricorso. «Quella che denunciate» – spiega l’eurodeputata del Pdl – «è un’altra “svista” della Legge Fornero. La questione può e deve essere posta con urgenza al prossimo Governo nazionale. Da questa sede non mancherò di far sentire la mia e la Vostra voce denunciando le illegittimità di molte parti di quella riforma e chiamando a conforto la Commissione europea, già intervenuta recentemente su altri aspetti della stessa».

Francesco Boccia, deputato di punta del Pd e preposto alle politiche economiche, è tornato più volte, negli ultimi giorni, a segnalare il caso paradigmatico di questi lavoratori cui è stato negato un diritto e non certo un privilegio. Intervenendo su quella che è ormai divenuta una vexata quaestio di rilevanza europea, il rappresentante del Pd ha ribadito che l’«errore tecnico» che ha impedito ai lavoratori interessati di andare in pensione con le vecchie regole – errore già segnalato da oltre un anno da Mariangela Bastico, Manuela Ghizzoni e Francesca Puglisi – dovrà essere corretto dal prossimo Governo.

«Una riforma pensionistica che è intervenuta su un sistema che era già sostanzialmente in equilibrio nel lungo periodo (parola del Presidente dell’INPS Mastrapasqua), innalzando bruscamente di cinque-sei anni il limite per l’accesso alla pensione e il passaggio immediato al sistema contributivo, senza prevedere alcuna forma di graduale avvicinamento a tali obiettivi, non poteva non produrre guasti sociali e gravi problemi per intere categorie di lavoratori ormai prossimi ai requisiti per il pensionamento»: così esordisce il parlamentare democratico nella lunga dichiarazione che ci ha rilasciato il 21 febbraio scorso.

Da questa riforma, infatti, è nato sia il «mostro esodati», sia «il balletto delle cifre sulla loro reale entità». «Fra i tanti paradossi che si celano dietro le aride cifre», incalza Francesco Boccia, accanto agli esodati «tradizionali» (o «generici») bisogna mettere anche gli «esodati della scuola», come li chiama lui, altro «mostro» che «ci invidiano su Marte» e «rispetto ai quali non si è voluta nemmeno prendere in considerazione l’elementare constatazione della peculiarità dell’inizio e termine dell’anno scolastico di riferimento, ovviamente non coincidente con l’anno solare».

L’esponente democratico sottolinea che «non è mancato provvedimento – che avesse attinenza con il tema delle pensioni – nel quale il Pd non abbia tentato, con appositi emendamenti, di porre rimedio a questo evidente errore». Ma tant’è. Da parte del governo «non c’è stata mai la disponibilità ad accoglierne la sostanza, nonostante l’evidenza del problema». La «complessiva soluzione del tema esodati» – afferma Boccia – «è la pesante eredità che il governo uscente lascia al prossimo esecutivo». Il quale poi soggiunge: «Ci auguriamo di essere chiamati dal popolo italiano a ricoprire tale ruolo e, in coerenza con la battaglia sostenuta nel corso di tutta la legislatura, porteremo avanti tutti quei provvedimenti che sanino le ferite lasciate aperte dalla riforma Fornero. Tra questi, certamente, c’è quello che riguarda i “Quota 96”». E infine, non senza un pizzico di sano realismo, conclude così: «Tuttavia, per correttezza e per non alimentare facili speranze, non credo che la soluzione possa essere trovata in misure di carattere amministrativo, ma necessiterà di apposite norme di legge che si facciano carico anche dei relativi oneri finanziari».

Su queste due importanti sfide – il rilancio dell’edilizia scolastica e la risoluzione della vicenda dei lavoratori della scuola in questione – potrebbe dunque giocarsi la credibilità (e la dignità) politica di questo partito tradizionalmente vicino alle sorti del mondo della conoscenza.

Giuseppe Grasso

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