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Cronache
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Per la prima volta viene proposto un libro che è una raccolta di interviste inedite a uomini che hanno conosciuto la mafia e i mafiosi. In Intervista a Cosa Nostra ci sono le voci di Angelo Provenzano e Salvatore Giuseppe Riina, quelle di Bruno Contrada e Salvatore Borsellino, di Franco La Torre e di Salvatore Annacondia. Ci sono incroci di verbali e di verità che ricostruiscono i misteri della mafia siciliana e gli anni delle stragi. Per la prima volta in vent’anni viene svelato l’identikit del Corvo, dell’anonimo che rivelò per primo l’incontro di Totò Riina con un noto ministro. Nel libro Intervista a Cosa Nostra sono pubblicati in esclusiva documenti “riservatissimi”. Anche la lettera autografa che Giovanni Falcone manda al Capo di Gabinetto (e quindi al ministro dell’epoca) in cui segnala particolari importanti riguardanti l’incontro segreto avvenuto con Gaspare Mutolo. L’autrice, la giornalista Raffaella Fanelli, è riuscita nel corso degli ultimi due anni a raccogliere e registrare in video e in audio le interviste e le “confessioni” dei protagonisti e dai loro racconti documentati viene fuori che quanto finora accaduto non è altro che il primo tempo del film che i mass media ci mostrano. Il secondo tempo riguarda i ”burattinai”, il secondo livello, quello politico di cui da sempre si vocifera e che adesso viene testimoniato con tanto di nomi e di situazioni precise. Intervista a Cosa Nostra è un libro in cui si parla degli eccidi di mafia com’è giusto che sia, ma soprattutto di chi ha impartito quegli ordini e con quali obiettivi socio-politici. Un libro che davvero farà tremare il Palazzo.

 

LO SCONTRO

“Sono state riportate dichiarazioni non autorizzate sui processi subiti da mio fratello, Giovanni Riina, e sulla descrizione dei momenti immediatamente successivi all’arresto di mio padre, Totò Riina”. Per questo il terzo figlio del Capo dei Capi ha chiesto il ritiro della sua intervista esclusiva contenuta nel libro Intervista a Cosa Nostra pubblicato da Edizioni Anordest e scritto dalla giornalista Raffaella Fanelli. Il libro distribuito lo scorso 23 settembre avrebbe infastidito il terzogenito del boss, Giuseppe Salvatore Riina, che al suo legale, l’avvocato Francesca Casarotto, ha chiesto di procedere per evitarne la pubblicazione. Cosa ha dichiarato Salvatore Riina? Perché le sue considerazioni sui processi subiti dal fratello sono oggi ritenute scomode tanto da bloccarle con una diffida? Mentre è in corso a Palermo il processo sulla trattativa Stato-mafia la descrizione dei momenti immediatamente successivi all’arresto di Totò Riina sono quanto mai importanti. Non si può diffidare il diritto all’informazione soprattutto quando a chiederlo è chi porta con sé il fardello di una fedina penale tutt’altro che nitida: condannato per associazione mafiosa, Giuseppe Salvatore Riina ha scontato otto anni e 10 mesi di carcere, dal 2 ottobre 2011 è in regime di sorveglianza speciale nel comune di Padova. Il legale della casa editrice, l'avvocato Francesco Cristiani, ha già fatto sapere che il libro non sarà ritirato.

L'INTERVISTA A SALVATORE GIUSEPPE RIINA (estratto dal libro "Intervista a Cosa Nostra", per gentile concessione di edizioniAnordest)

Dov’è finito l’archivio di suo padre?

"Non so… Anche perché non so se c’è mai stato un archivio. Forse è solo fantasia, leggenda. Se c’è non è in possesso della mia famiglia. E poi a mio padre non piaceva scrivere».

Eppure il cosiddetto papello lo avrebbe scritto lui…

«Non ne ho mai sentito parlare, non da mio padre almeno. Ho letto del papello negli ultimi anni, sui giornali. Così come ho letto che i periti chiamati dalla Procura di Palermo per verificare l’autenticità di questo scritto non sarebbero riusciti a trovare analogie con la scrittura di mio padre né con quella di Provenzano».

È stato lui a tradire il Capo dei Capi? È stato Bernardo Provenzano a far arrestare suo padre?

«No. Assolutamente no. Sicuramente ha fatto comodo a qualcuno dirlo. Spesso si tende a buttare infamie per vedere che succede».

Allora chi ha tradito suo padre?

«…non lo so».

Vito Ciancimino?

«Mi sta chiedendo se l’ho conosciuto? No, mai visto. Ho sentito spesso parlare dell’ex sindaco di Palermo e ho letto quello che ha dichiarato il figlio, Massimo Ciancimino».

Anche Massimo Ciancimino ha detto che è stato Provenzano a consegnare suo padre allo Stato…

«Potrebbe dire altro? Non credo che fornirebbe mai altri nomi o una diversa ricostruzione».

La latitanza di Provenzano è durata oltre quarant’anni. Se non è stato lui a far arrestare Riina perché non è finito in carcere prima?

«Deve chiederlo a chi non l’ha arrestato. Ribadisco che non penso sia stato Provenzano a tradire mio padre».

La famiglia di Bernardo Provenzano rientrò a Corleone il 5 aprile del 1992, un mese prima della strage di Capaci. Non le sembra strano?

«Non credo ci sia un legame fra il loro rientro in paese e la morte del giudice Falcone. Perché dovrebbe esserci? Noi siamo rientrati dopo l’arresto di mio padre, loro un anno prima nel tentativo, credo, di tornare a vivere una vita normale. E poi dovrebbe fare questa domanda a Saveria Palazzolo o ai suoi figli, di certo non a me. Non credo fossero a conoscenza dei fatti. Perché, ripeto, non faccio di Bernardo Provenzano un traditore».

Lei però non ha mai frequentato Angelo e Francesco Provenzano...

«Abbiamo sempre avuto compagnie differenti. Sono libero di scegliere le mie amicizie. Mio padre aveva le sue, io le mie».

L’omicidio di Salvo Lima è collegato alle stragi di Capaci e Via D’Amelio?

«Non lo so».

RAFFAELLA FANELLI, 45 anni, giornalista, vive a Milano e scrive di crimini. Penna d’Oro 1997 per la cronaca, dal 2006 collabora con Oggi, il settimanale di Rcs. Ha lavorato per le trasmissioni televisive Chi l’ha visto e Quarto Grado oltre che per Sette, l’inserto del Corriere della Sera. Autrice di Al di là di ogni ragionevole dubbio. Il delitto di Via Poma.

Secondo il pentito Antonino Giuffrè sarebbe Matteo Messina Denaro il custode di una lista, comunque di materiale importante che conterrebbe verità sui più discutibili avvenimenti degli ultimi decenni.

«Ancora con l’archivio di mio padre… ho già risposto. Non ne so niente».

Ci sono state perquisizioni dopo l’arresto di suo padre?

«No. In casa nostra non è entrato nessuno quel 15 gennaio».

Leoluca Bagarella “lavorò” per realizzare un partito politico, “Sicilia Libera”, fondato nell’autunno del 1993 da Tullio Cannella. Un partito scomparso con la nascita di Forza Italia…

«Non so niente delle idee politiche di zio Leoluca. E non conosco questo partito. Né ho mai votato in passato per Forza Italia».

Cosa pensa della mafia?

«Esistono tante organizzazioni criminali in tutto il mondo. La mafia non è solo in Sicilia, è ovunque. E non dico altro».

 

LE INTERVISTE DI AFFARI

IL RETROSCENA/ Ipotizza doppia bomba e mano dei Servizi a Capaci. Rimosso il pm antimafia Donadio

Da Moro a Falcone, dal Kgb alla Cia. Le verità di Imposimato sulle stragi

Parla Amato, l'ex direttore del Dap: "Lo Stato ha ceduto alla mafia"

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono due vittime della mafia o della ragion di Stato, come ha dichiarato Angelo Provenzano?

 

«Sono due vittime, non so se della mafia, ma vittime certamente. Ci sono sentenze che condannano mafiosi altre che intravedono un mandante occulto. Mio padre è stato condannato per le stragi. Ci sono sentenze che confermano la responsabilità di Totò Riina… sentenze che non sarà il figlio a contestare».

Lei crede nell’intervento di un mandante occulto?

«Non sta a me dirlo, ci sono delle indagini in corso. C’è anche chi ha dichiarato che non ci sono altre responsabilità oltre a quelle dei mafiosi. Posso però affermare che l’accertamento della verità non può basarsi solo sulle dichiarazioni dei pentiti».

Nella ricostruzione di Massimo Ciancimino, la trattativa Stato-mafia condotta nell’estate 1992 tramite il padre sarebbe proseguita dopo il gennaio 1993, ovvero dopo l’arresto di Totò Riina, attraverso il “nuovo canale” Bernardo Provenzano…

«Se lo dice Massimo Ciancimino sarà così. Dice anche quando avrebbe avuto inizio questa presunta trattativa?» Perché? Potrebbe essere precedente all’estate del '92… precedente alla morte di Salvo Lima? «Lo chieda a Massimo Ciancimino. O al Corvo. All’autore della lettera anonima inviata dopo l’omicidio Lima, e recapitata anche a politici e magistrati».

Se ci fosse stato un mandante occulto precedente alla morte di Lima potrebbe essere diverso il contenuto stesso della trattativa…

«Potrebbe. Ma io non so niente di interlocutori occulti né di trattative».

Il pentito Salvatore Cancemi riferì di aver saputo da Raffaele Ganci che Salvatore Riina, prima della strage di Capaci, avrebbe avuto un incontro con persone importanti. Circostanza confermata da Giovanni Brusca…

«Ero un ragazzo nel ‘92 e se mio padre ha incontrato qualcuno di certo non lo ha fatto in mia presenza. Posso rispondere per quello che ho letto… non ho altre fonti, come dite voi giornalisti. So delle agende di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, credo di aver letto che il giudice Falcone avesse preso degli appuntamenti, poi annullati… so dell’agenda rossa di Borsellino, scomparsa dopo la strage. Non so se c’è stato un mandante occulto. So, perché credo di averlo letto, che entrambi i magistrati fossero stati isolati».

Perché Totò Riina avrebbe parlato di se stesso come di un parafulmine? Suo padre sa. E dovrebbe rivelare le complicità che hanno fatto della mafia una potenza.

«Chi crederebbe a mio padre?»

Ha affermato che il giudice Paolo Borsellino sarebbe stato ucciso da “loro”… loro chi? A chi si riferiva?

«Dovrebbe chiederlo a mio padre». 

Come si sente ad essere il figlio del Capo dei Capi?

«È mio padre. E non è quello che dicono: non è il Capo dei Capi».

Mi sta dicendo che Totò Riina è stato solo il “prestanome” di qualcuno molto più potente?

«Non sto dicendo questo. Le dico che la storia italiana è costellata di trattative tra criminalità, politica, massoneria e servizi segreti deviati… mi vengono in mente le pagine di storia che ho letto sull’eversione nera degli anni ’70… Non so niente della trattativa Stato-mafia. Non so neanche se c’è stata. In casa mia nessuno ha mai parlato di mafia».

Lei è orgoglioso di suo padre? Del suo cognome?

«Sono fiero di essere il figlio di Totò Riina. E non dell’uomo descritto dalle cronache giornalistiche o dalle sentenze, ma fiero di mio padre. Delle cose che mi ha insegnato e trasmesso. Valori e principi che non hanno un cognome».

Totò Riina ha ordinato stragi, omicidi… è stato il capo di Cosa Nostra. Le sentenze dicono questo. Anche i pentiti. E anche se lei non ci crede. Allora le chiedo: perché lo avrebbe fatto? Per volontà di comando? Per ingordigia di potere, di ricchezze?

«I pentiti dicono che mio padre è stato il Capo dei Capi. Bene. Pensi ai primi collaboratori, a Buscetta, Francesco Marino Mannoia, a Totuccio Contorno… pur avendo tradito i cosiddetti mafiosi alle domande sui politici preferirono non dare risposte, almeno fin quando fu possibile. Anche in tempi più recenti i pentiti hanno scelto di mantenere il silenzio o di raccontare mezze verità sui rapporti mafia-politica. Ora le chiedo: chi fa più paura? Non credo che mio padre sia quello che dicono gli altri. E comunque per me è solo mio padre. E nessuno deve o può chiedermi di rinnegarlo. È mio padre, e tale resterà, al di là delle sentenze. Come figlio lo amo e lo amerò sempre. Devo continuare a ripeterlo?».

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