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Cronache
Charlie Hebdo: "Abbiamo addestrato noi i negoziatori di ostaggi, ecco come"

"La scorsa primavera a Parigi abbiamo formato noi i corpi speciali francesi per la negoziazione di ostaggi". Sabrina Magris, presidente dell'Ecole Universitaire International svela in un'intervista ad Affaritaliani.it i segreti di uno dei più importanti istituti di pace e sicurezza a livello mondiale.

Magris S.Sabrina Magris
 

Sabrina Magris, che cos’è e di che cosa si occupa l’Ecole Universitaire International?

L’Ecole Universitaire International ha sede in Italia a Roma e Firenze, anche se il nominativo utilizza il francese come lingua diplomatica. È un istituto di ricerca e di formazione che fa parte del network di 52 istituti al mondo ai quali le Nazioni Unite hanno demandato la formazione degli operatori di pace, civili e militari.

Quali sono gli insegnamenti peculiari dell’istituto?

Le peculiarità tra le materie sono la negoziazione degli ostaggi e dell’antiterrorismo. Siamo gli unici in Europa per l’insegnamento di questi aspetti. Siamo un punto di riferimento mondiale per le metodologie non convenzionali legate alla negoziazione di ostaggi. Abbiamo sia una parte teorico-accademica che una pratico-operativa.

Lei come è arrivata a presiedere questo istituto?

Come presidente provengo da questo tipo di studi. Ho fatto studi legislativi sul territorio italiano e poi ho conseguito una laurea in psicologia investigativa negli Usa. Mi occupo, come docente, del programma Cotipso dell’Onu per la formazione degli operatori di pace e sicurezza e supervisiono le docenze del programma delle Nazioni Unite.

Quali qualità deve avere un negoziatore di ostaggi?

Deve avere innanzitutto un bagaglio tecnico accademico e culturale perché nel suo lavoro si interfaccia con tipologie di persone molto diverse. Deve avere la capacità di spaziare mentalmente e di andare oltre. Non deve fermarsi alla semplice analisi ma deve essere anche in grado di capire tutte le diverse sfumature di qualsiasi situazione dove ci sono degli ostaggi.

Il vostro istituto ha formato anche negoziatori poi intervenuti in prima persona durante i blitz di Parigi?

Nella sede di Parigi in primavera c’è stata una sezione particolare di formazione di corpi speciali francesi sotto la docenza di uno dei massimi esperti al mondo per la negoziazione di ostaggi. E tra l’altro bisogna sottolineare che questo docente è italiano.

In che modo hanno operato i negoziatori durante gli eventi di Parigi?

La situazione è stata molto complessa e l’insieme di più situazioni ha reso complessa la prima analisi. I negoziatori hanno aiutato a gestire la parte tattica, a prendere il tempo necessario per preparare l’intervento. Quando non si è più potuta portare avanti la salvaguardia degli ostaggi si è deciso di intervenire.

Quanto è importante l’elemento temporale durante la negoziazione?

Uno dei compiti dei negoziatori è proprio quello di gestirsi tramite il tempo, studiare come fare l’intervento. Devono capire quanti ostaggi ci sono e capire anche se ci sono dei non ostaggi (come per esempio l’uomo che si era nascosto all’interno della tipografia e del gli attentatori ignoravano la presenza). Il negoziatore è un esperto tattico e di intelligence e si coadiuva con tutto l’apparato tattico.

Quanto è radicata in Italia la figura del negoziatore?

Tra le forze italiane di negoziatori ce ne sono pochissimi. Non ci sono figure formali come succede altrove, ci sono negoziatori investiti di questo ruolo in situazioni che hanno dovuto gestire sul momento, spesso con buoni risultati.

Quanto rischia l’Italia attacchi terroristici?

L’attenzione deve essere altissima, questo è scontato. L’importante è che le nostre forze dell’ordine stiano monitorando eventuali dissonanze sul territorio che possono far scattare l’allarme. Per quanto riguarda l’Italia abbiamo una posizione geografica che fa sì che attraverso il nostro territorio possa esserci un transito di potenziali attentatori. In più abbiamo il Vaticano. I terroristi cercano un posizionamento che possa dare una buona comunicazione. Il terrorista gioca sulla comunicazione prima ancora che sulla modalità terroristica. Proprio in questi giorni terremo un corso su questa tematica dopo aver tenuto negli scorsi giorni un corso ad hoc per la negoziazione di ostaggi. Sono tutte tematiche legate l’una con l’altra.

Quanto è difficile prevenire gli attacchi?

Le metodologie sono cambiate perché il reclutamento avviene spesso tramite il web e vengono usate sempre di più donne o persone che comunemente non rientrano nel tipico schema. Ora l’analisi deve adeguarsi e riguardare non solo le informazioni macroscopiche ma serve anche un lavoro capillare di coordinamento tra intelligence e chi è sul territorio. Ci sono sempre dei segnali per capire dove potrebbe esserci un attentato perché non avviene da un giorno all’altro. Servono armi, esplosivo, denaro… monitorando queste fasi scomposte si può riuscire a tracciare un’analisi del rischio.

All’indomani della strage di Parigi anche in Italia si è dibattuto sull’opportunità di bloccare l’arrivo di stranieri. Secondo lei sarebbe utile un maggiore controllo alle frontiere?

Il controllo ovviamente serve ma su qualsiasi piano e situazione, non solo in questo frangente. Ma ritengo che limitare l’immigrazione serva a poco anche perché i terroristi hanno documenti per entrare e la strumentazione per recuperarli. O magari sono già sul territorio. Un’azione drastica dall’oggi al domani sul tema immigrazione non modificherebbe le potenzialità degli attentati.

C’è molto dibattito sulla liberazione delle due volontarie italiane rapite in Siria. Secondo lei è giusto pagare un riscatto per salvare i propri cittadini (posto che sia stato effettivamente pagato)?

Di base un cittadino del proprio Stato dovrebbe essere sempre portato a casa, questo è un principio fondamentale. Poi bisogna sottolineare che il riscatto, che è una prassi usata in tutto il mondo e recentemente anche da Obama, può far parte di una strategia e può servire per una mappatura dei terroristi e del flusso di denaro. Il riscatto può dunque essere uno strumento per catturare i terroristi e recuperare anche il denaro ma questo avviene in un secondo momento e dunque se ne parla meno.

La situazione dei due Marò invece come va letta? L’Italia poteva muoversi diversamente?

Sicuramente c’è stata parecchia confusione. Si tratta di una situazione completamente diversa da quella di una presa di ostaggi. Qui c’è una gestione diplomatica che poteva essere diversa ma ora per ricominciare da capo bisognerebbe ammettere gli errori e ripartire. Al di là del caso Marò, bisognerebbe in generale essere più umili e in grado di ripartire da zero quando ci si accorge di aver sbagliato qualcosa. Io credo che nemmeno l’India abbia interesse a che questa vicenda vada avanti a lungo, il tutto potrebbe risolversi in poco tempo.

@LorenzoLamperti

Tags:
ecolecharlie hebdo
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