Giuseppe Saragat tra le tracce della prima prova della Maturità 2026 con il discorso pronunciato davanti all’Assemblea Costituente nel giugno 1946. Il testo chiede agli studenti di spiegare libertà, doveri e convivenza democratica partendo dall’Italia uscita da fascismo, guerra e povertà.
Nel discorso del 1946 Saragat legò la Repubblica a libertà politica e giustizia sociale
La traccia della prima prova della Maturità 2026 su Giuseppe Saragat parte da un giorno preciso della storia italiana: il 26 giugno 1946, quando a Montecitorio l’Assemblea Costituente iniziava a dare forma alla Repubblica nata dal voto del 2 giugno. Il brano riporta gli studenti nel momento in cui l’Italia, dopo fascismo e guerra, doveva decidere che tipo di democrazia costruire. Saragat quel giorno parla da presidente dell’Assemblea Costituente. Era stato eletto il 25 giugno 1946, nella prima seduta, con 401 voti su 468 votanti. Davanti a lui non c’era un Parlamento ordinario. C’erano i deputati incaricati di scrivere le regole della Repubblica dopo vent’anni di fascismo, una guerra perduta, l’occupazione tedesca, la Resistenza, i lutti familiari e un Paese da rimettere in piedi. (Qui l’analisi della traccia di Tipologia A su Cesare Pavese.) (Qui l’analisi della traccia di Tipologia C su Mario Calabresi.)
Maturità 2026. Prima prova, tipologia B: il brano proposto nella traccia
Testo tratto da: Assemblea Costituente, Insediamento e discorso del Presidente Giuseppe Saragat, seduta del 26 giugno 1946, Camera dei Deputati, Portale storico Assemblea Costituente 25 giugno 1946 – 31 gennaio 1948.
«Senza l’adesione di tutto il popolo ai princìpi della democrazia politica, non soltanto non è possibile alcun progresso umano, ma le stesse conquiste legate da secoli di storia sono insidiate e minacciate di rovina.
Voi, eletti dal popolo, riuniti in questa Assemblea sovrana, dovete sentire l’immensa dignità della vostra missione. A voi tocca dare un volto alla Repubblica, un’anima alla democrazia, una voce eloquente alla libertà.
Dietro a voi sono le sofferenze di milioni di italiani; dinanzi a voi le speranze di tutta la Nazione.
Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano. Ricordatevi che la democrazia non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza, non è soltanto un armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della Nazione, ma è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono umani, la democrazia esiste; dove sono inumani, essa non è che la maschera di una nuova tirannide. (Applausi).
Ecco perché, oltre che sui problemi della struttura politica dello Stato repubblicano, voi vi piegherete su quello della struttura sociale del Paese.
Nel grande moto che spinge le classi diseredate a rivendicare un destino meno iniquo voi non vedrete una minaccia per la libertà, ma, al contrario, la forza motrice del progresso, solo che venga disciplinato dalla saggezza dei legislatori e non venga ostacolato dall’egoismo dei ceti privilegiati. (Applausi).
Nella Repubblica democratica la libertà politica e la giustizia sociale trovano il terreno su cui possono integrarsi in una sintesi armoniosa. Tutta la vostra saggezza di legislatori sarà quindi orientata alla ricerca della formulazione più efficace atta a tradurre in termini concreti queste esigenze fondamentali di ogni consorzio civile ed a favorirne la pratica realizzazione.
Se vi porrete su questo piano, le divergenze ideologiche che possono sussistere tra di voi si concilieranno nell’ambito dei diritti imprescrittibili della persona umana e delle società naturali in cui essa vive.
Egualmente la concretezza di questi diritti riceverà possente rilievo dalla loro correlazione con le norme che voi elaborerete intorno ai fondamenti strutturali dello Stato repubblicano, avendo presente che la democrazia si crea nella misura in cui la separazione fra il popolo e l’apparato dei pubblici poteri progressivamente scompare.
Ma, oltre all’elaborazione delle leggi fondamentali dello Stato repubblicano, altri doveri vi sovrastano. In primo luogo quello di offrire al Paese, pur nelle necessarie e feconde divergenze, l’esempio della concordia e del più alto civismo. Poiché, più che dalle leggi scritte nei testi fondamentali, la democrazia diviene una realtà vivente ad opera del costume che si stabilisce fra gli uomini. E se è vero che questo costume è condizionato dalla situazione economica e sociale di un’epoca determinata, non è men vero che la coscienza reagisce per trasformarlo portandolo ad un livello più alto.
Alla volontà di potenza, scaturente dall’egoismo sfrenato dei singoli e dei gruppi politici ottusi al senso della libertà, voi opporrete la potenza della volontà libera, imponendo a voi stessi i limiti invalicabili segnati dalla coscienza morale. […]
Onorevoli colleghi, con l’instaurazione della Repubblica italiana si inizia un periodo nuovo nella storia del nostro Paese.
Una pesante eredità di miserie e di dolori grava sul nostro presente, ma anche lo illumina un passato di gloria imperitura.
Per diradare la grigia penombra da cui siamo circondati, leviamo sempre più alta la fiamma della libertà e della giustizia. Alla sua vivida luce noi scorgeremo, sino ai limiti del più lontano orizzonte, la strada per cui si avvia la Patria risorta.
È un cammino aspro, irto di ostacoli, ma che sale verso libere altezze. Sorreggiamola come figli devoti in questa marcia in avanti, docili ai suoi cenni materni, fedeli alla sua volontà sovrana. Viva la Repubblica italiana! Viva l’Italia!»
La traccia chiede poi agli studenti di lavorare sul testo con quattro domande di comprensione e analisi:
- Riassumi il contenuto del brano proposto nei suoi snodi tematici essenziali.
- Individua quali sono gli “altri doveri” che, a giudizio di Giuseppe Saragat (1898-1988), “sovrastano” l’Assemblea Costituente.
- Per quale motivo la democrazia “è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo”?
- A quali eventi si riferisce, a tuo giudizio, Saragat con l’espressione la “pesante eredità di miserie e di dolori”?
Giuseppe Saragat, chi era il socialista tra i padri della Costituzione
Per capire perché questo brano sia arrivato alla prima prova della Maturità 2026, bisogna partire da Saragat. Non dal Saragat presidente della Repubblica, che gli italiani avrebbero conosciuto molti anni dopo, ma dal dirigente socialista che nel 1946 si trova a guidare l’aula incaricata di scrivere la Carta fondamentale dello Stato. Giuseppe Saragat nacque a Torino nel 1898. Si iscrisse al Partito socialista unitario nel 1922, l’anno della marcia su Roma. Nel 1926, dopo il rafforzamento del regime fascista, lasciò l’Italia e visse tra Austria e Francia. Rientrò nel 1943, venne arrestato, consegnato ai tedeschi, riuscì a evadere e riprese l’attività politica clandestina nel Partito socialista italiano di unità proletaria.
Saragat conosceva sulla propria pelle il prezzo della libertà politica. Durante il fascismo aveva lasciato l’Italia, vissuto l’esilio tra Austria e Francia, subì l’arresto dopo il rientro nel 1943 e riprese poi l’attività clandestina nel socialismo antifascista. Quando nel 1946 parla ai deputati della Costituente, non usa la parola libertà come formula da cerimonia: la collega alla fine della dittatura, alla riapertura della vita democratica e alla necessità di non lasciare il nuovo Stato solo sulla carta. Quando dice ai costituenti che devono dare “un volto alla Repubblica”, sta dicendo che la Repubblica deve distinguersi dal regime che aveva cancellato partiti, opposizione, libertà di stampa e rappresentanza parlamentare. Fu eletto deputato alla Costituente il 2 giugno 1946, lo stesso giorno del referendum tra monarchia e repubblica. Quel voto diede agli italiani due risultati: la nascita della Repubblica e l’elezione dell’assemblea chiamata a scrivere la Costituzione. Per la prima volta votarono anche le donne in una consultazione politica nazionale. L’aula di Montecitorio non doveva solo sostituire lo Statuto Albertino. Doveva rifondare il rapporto tra cittadini e Stato dopo la dittatura.
Nel discorso, Saragat usa una formula che la prima prova mette giustamente al centro: la democrazia “è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo”. Il senso è concreto. Per Saragat una democrazia non vive solo perché esistono elezioni, maggioranze, minoranze e poteri separati. Vive se i rapporti sociali non schiacciano le persone, se i poveri non restano esclusi, se le classi lavoratrici non vengono trattate come un pericolo, se lo Stato non resta lontano dal popolo. La domanda sugli “altri doveri” spinge gli studenti a riflettere proprio su questo passaggio. I costituenti dovevano scrivere le leggi fondamentali della Repubblica, ma Saragat chiede anche altro: dare al Paese un esempio di concordia, rispettare le divergenze politiche, mostrare civismo, accettare limiti morali e costruire un costume democratico. Per lui le norme non bastano se chi le scrive e chi le applica non pratica rispetto, responsabilità e misura.
Il riferimento alla “pesante eredità di miserie e di dolori” porta invece nel dopoguerra italiano. Nel 1946 l’Italia usciva da vent’anni di fascismo, dalla Seconda guerra mondiale, dai bombardamenti, dall’occupazione tedesca, dalla guerra civile, dalle deportazioni, dalle famiglie distrutte e da una povertà quotidiana che toccava case, lavoro, cibo, scuole e ospedali. La ricostruzione riguardava la fiducia nello Stato, nella legge, nei partiti e nella possibilità di tornare a discutere senza paura.
Saragat riflette su due parole che nel dopoguerra dividono la politica italiana: libertà e giustizia sociale. Per un socialista democratico come lui, la libertà politica non può restare un privilegio di chi ha già strumenti, reddito e protezioni. La giustizia sociale, però, deve vivere in una democrazia parlamentare, non in un sistema autoritario. Da qui nasce la sua collocazione politica successiva: nel 1947 lascia il PSIUP e fonda il Partito socialista dei lavoratori italiani, poi diventato Partito Socialista Democratico Italiano. La scissione di Palazzo Barberini separa il suo socialismo democratico dalla linea più vicina al Partito comunista italiano e all’Unione Sovietica. La carriera successiva rafforza il peso storico del personaggio. Saragat fu vicepresidente del Consiglio, ministro, ministro degli Esteri e poi Presidente della Repubblica, eletto il 28 dicembre 1964. Restò al Quirinale fino al 1971. Il suo nome resta legato a una sinistra riformista, parlamentare, europeista e atlantica, diversa dal comunismo e diversa anche dal socialismo più vicino al PCI.
Nel 2026 cadono gli 80 anni dal referendum del 2 giugno 1946 e dall’avvio dell’Assemblea Costituente. Portare Saragat all’esame significa riportare gli studenti al momento in cui la Repubblica nasceva come risposta politica a fascismo e guerra. Il brano permette di parlare di Costituzione senza trasformare l’articolo o il tema in una celebrazione astratta. Gli studenti hanno davanti un brano forte, scritto nel punto esatto in cui l’Italia prova a rialzarsi dopo la dittatura e la guerra. Saragat parla di una Repubblica da costruire nelle istituzioni, ma anche nei rapporti quotidiani tra le persone: libertà, giustizia sociale, rispetto delle differenze, responsabilità dei partiti. Non serve forzare paragoni con l’oggi.
Basta leggere il discorso per capire che nel 1946 la democrazia non era una parola da celebrare, ma un futuro concreto da costruire.

