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Cronache
Meredith, la giustizia italiana ha trionfato. Di Gianluca Arrighi, avvocato penalista

 Di Gianluca Arrighi, avvocato penalista

La Cassazione ha assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall’accusa di aver ucciso la povera Meredith Kercher. La Suprema Corte, in ordine alla posizione dei due ragazzi, ha quindi posto per sempre la parola fine a una vicenda giudiziaria che ha visto negli anni una serie di sentenze contrastanti l’una con l’altra. E’ stato applicato un principio fondamentale del processo penale, ossia quello per cui ogni imputato può essere condannato soltanto al di là di ogni ragionevole dubbio. E in questo caso di dubbi ce n’erano davvero tanti, troppi. Questa sentenza suggerisce ancora una volta come non bisogna mai sopravvalutare le investigazioni scientifiche a discapito delle investigazioni tradizionali. Molti opinionisti, in queste ore, parlano di fallimento della giustizia italiana. A mio avviso, invece, vale esattamente il contrario. La giustizia italiana ha trionfato. I diversi gradi di giudizio servono appunto per rimediare ad eventuali errori commessi dai giudici precedenti. E’ una garanzia per tutte le parti processuali, sia per l’accusa che per la difesa. Capita spesso che le sentenze di primo grado vengano ribaltate nei gradi successivi.

Secondo una parte dell’opinione pubblica, tuttavia, sembra quasi che le sentenze “giuste” siano solamente quelle di condanna. In realtà il processo, sino al giudizio definitivo della Cassazione, serve proprio a stabilire se un imputato sia innocente o colpevole. Amanda e Raffaele sono stati assolti per non aver commesso il fatto. Per la legge non sono loro gli assassini della povera Meredith. Questo può creare in alcuni non addetti ai lavori disagio o smarrimento, ma le sentenze vanno sempre rispettate. E quelle di assoluzione hanno la stessa dignità e lo stesso valore di quelle di condanna. Ma bisogna fare un’altra riflessione importante che riguarda la custodia cautelare in carcere. Secondo il codice di procedura penale la custodia in carcere dovrebbe rappresentare l’extrema ratio, una misura da applicare eccezionalmente, solo nel caso in cui nessuna altra misura sia in grado di soddisfare le esigenze cautelari. Questo perché secondo la nostra Costituzione un individuo è innocente sino alla sentenza di condanna passata in giudicato.

Questi due ragazzi sono rimasti in carcere, in custodia cautelare, per 4 anni. Ora la sentenza definitiva della Cassazione li ha dichiarati innocenti. Questa è l’anomalia: salvo casi eccezionali, la pena dovrebbe essere espiata in carcere solo quando la condanna diviene definitiva e non in pendenza del processo perché, sino alla “res iudicata”, l’imputato per legge è da considerarsi innocente. I due ragazzi ora potranno forse incardinare dinanzi alla Corte d’appello un procedimento di riparazione per ingiusta detenzione, ma l’indennizzo che potrebbero percepire sarà comunque irrisorio rispetto ai quattro anni di vita trascorsi dietro le sbarre. Tante persone, da ieri sera, mi stanno chiedendo se le condanne dei gradi precedenti siano state anche frutto della pressione dei media e dell’opinione pubblica. Come dico sempre, la giustizia terrena è amministrata dagli uomini. E gli uomini, in quanto tali, possono subire delle pressioni psicologiche. Questo processo ha avuto un’eco mediatica enorme. Non è peregrino ritenere che tutti coloro i quali, a vario titolo e nel corso degli ultimi otto anni, hanno partecipato al processo di Perugia possano aver subito la pressione che i media hanno esercitato sul caso.

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