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Moretti controllato e controllore, ecco perchè la Cassazione ha confermato la condanna

La linea di responsabilità che risale al vertice non è stata tracciata per dare un volto all’ira collettiva: è stata ricostruita seguendo i poteri reali, in modo giuridicamente meticoloso

Moretti controllato e controllore, ecco perchè la Cassazione ha confermato la condanna
Mauro Moretti

Strage di Viareggio, Moretti condannato in via definitiva. L’analisi

Non si può essere d’accordo con la tesi che legge la condanna di Moretti come il sacrificio del manager per placare la rabbia popolare, il potente che paga al posto di qualcun altro per soddisfare l’odio della piazza. Questa volta si confonde la frequente, oscena fame ideologica di un colpevole con l’accertamento di una responsabilità, ma soprattutto si ignora la trama che i giudici hanno costruito in oltre cinquecento pagine.

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Il dato che smonta il capro espiatorio è societario, prima ancora che morale. Moretti non era un vertice remoto, lontano dai bulloni e dalle officine. Quell’infrastruttura l’aveva guidata in prima persona: dal 2001 al 2006 era stato amministratore delegato di RFI, la controllata che governa materialmente i binari e la loro manutenzione. Nel 2006 era salito al vertice di Ferrovie dello Stato, la capogruppo che a quella stessa controllata fissava obiettivi, vincoli finanziari e priorità di spesa. Quei binari, prima di sovrintenderli dall’alto, li aveva amministrati lui.

L’argomento difensivo classico — l’autonomia degli amministratori della società operativa — qui perde gran parte della sua forza. Chi era passato dalla guida della controllata a quella della capogruppo non poteva dirsi all’oscuro di ciò che nella controllata accadeva: ne aveva diretto la gestione fino a poco prima, e ne conosceva carenze consuetudini e adesione alle linee di investimento meglio di chiunque.

Nello specifico i giudici hanno poi innestato un principio tutt’altro che plebeo: la responsabilità penale non segue l’organigramma, ma il contenuto concreto dei poteri. Il dato nominalistico, scrive la Cassazione, è recessivo. Conta chi tiene la leva. E la leva sugli investimenti di manutenzione e sicurezza stava nelle mani della capogruppo, dentro un obiettivo di risanamento iscritto nello statuto del gruppo. E a ben vedere l’indagine sui moventi non sarebbe stata nemmeno dovuta, poiché in un reato colposo è sufficiente fotografare il fatto in se’.

Resta poi la consapevolezza. I giudici hanno accertato che a chi ricopriva quell’incarico “non poteva e non doveva sfuggire” l’assenza di un’adeguata valutazione dei rischi, e che “era ben consapevole delle violazioni, dell’assenza dei livelli di sicurezza”. Non un ignaro travolto dagli eventi. Uno che sapeva, e aveva il potere di fermare.

Trentadue persone sono morte perché un assile corroso ha continuato a viaggiare e chissà quanti altri assili viaggiavano nelle stesse condizioni. Perché veniva serenamente tollerata la pericolosità di consuetudini al risparmio scriteriate, come usare le traversine di cemento come segnali distanziatori, impiantandole a terra accanto ai binari. Il carro si rovesciò e una traversina fece da apriscatole della cisterna colma di gas. No, la linea di responsabilità che risale al vertice non è stata tracciata per dare un volto all’ira collettiva: è stata ricostruita seguendo i poteri reali, uno a uno. In modo giuridicamente meticoloso.

Non vi è stato alcun pregiudizio, tanto che I giudici dell’appello ter hanno scritto addirittura che l’aver “operato consapevolmente scelte imprudenti…finalizzate al risanamento dell’azienda Ferrovie dello Stato, da specifico profilo dell’elemento psicologico del reato colposo si trasforma in condotta meritevole di attenuanti generiche…”. No, per una volta la “bava alla bocca” non c’entra. C’entra solo la responsabilità.

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