“Ho tagliato il cordone ombelicale. Sembrava tutto perfetto. Poi è cominciato il dramma”. Andrea Di Pietro, il papà della neonata morta perché non c’era posto in ospedale racconta la sua tragedia: “Nicole aveva del liquido nei polmoni, ma mancavano le cannule per aspirarlo”.
“Indossavo anch’io un camice. Come un infermiere. Eravamo entusiasti io e mia moglie mentre i medici eseguivano le manovre, controllavano i monitor, le pressavano il ventre, fino a quando è venuta fuori Nicole e io con le mie mani ho tagliato il cordone ombelicale”, ha raccontato il papà della neonata morta al Corriere della Sera. “Mia moglie sorrideva, dopo i dolori. Io, felice. Pensavo fosse finita. Che cominciasse la gioia, pronti per tornarcene in camera con la nostra creatura, dopo le ovvie ansie che avevamo avuto durante la gravidanza, quando si andava per i controlli, per le ecografie. E invece il dramma è cominciato a materializzarsi un attimo dopo il parto, subito, perché la bambina, dopo il primo vagito, non rispondeva, affannata, come non respirasse”.
“Che ci fosse una crisi respiratoria si è capito subito”, continua a raccontare il papà della neonata morta al Corriere della Sera. “I medici dicevano che forse la bimba aveva ingoiato liquido amniotico. E io a scongiurarli di toglierglielo dai polmoni. Ci vuole una cannula, diceva uno. E l’altro la cercava senza trovarla. Ma quanto costa una cannula, una cannuccia per succhiare un po’ di liquido a una creatura appena nata? Dov’è?, chiedevo. Trovatela questa c… di cannula”. Andrea Di Pietro poi lascia posto all’amarezza, immensa: “Lassù hanno permesso che per una cannuccia morisse mia figlia. Che cos’è? Negligenza, malasanità, strafottenza? Date una risposta. Che diano una risposta assessori e magistrati. E che la diano anche su questi tre ospedali di Catania dove non si trova posto per un’emergenza, per salvare una vita. Ma a cosa serve tutto il sistema con migliaia di medici, infermieri, impiegati se poi chiami il 118 e ti dicono che l’ospedale più vicino sta a cento chilometri, ad un’ora e mezza di strada?”.
LA TRAGEDIA – Non trovare posto in ospedale e morire in ambulanza, a oltre 100 chilometri di distanza dal luogo dove sei nata da circa tre ore. E’ stato il tragico destino della piccola Nicole, venuta al mondo in una clinica privata di Catania la notte scorsa, a conclusione di una gestazione regolare e un parto andato secondo i piani previsti. Ma la festa, in casa della sua famiglia, una giovane coppia alla loro prima figlia, dura poco. La neonata ha una crisi respiratoria, dopo il taglio del cordone ombelicale. Scatta l’emergenza nella casa di cura Gibiino: la piccola viene stabilizzata, ma le sue condizioni appaiono subito gravi, e così è necessario il ricovero urgente in un’Unità di terapia intensiva neonatale (Utin), ma a Catania non c’è posto. Tutte le circa 35 culle sono occupate. Il coordinamento del 118 trova quella più vicina e pronta a oltre 100 chilometri di distanza, con una stima di percorrenza per un’ambulanza di poco meno di due ore. Sul mezzo privato, attrezzato con termoculla, chiamato dalla clinica, salgono anche medici della casa di cura per assisterla. Ma il viaggio sarà inutile. Poco prima di arrivare a Ragusa, Nicole ha un’ulteriore crisi e muore. Sulle tre ore di vita della neonata ci sono adesso due Procure, quella di Catania e Ragusa, che vogliono fare chiarezza. Accertare se ci sono stati problemi medici o nella tempistica, o se fosse stato possibile trovare un posto più vicino. Vuole “giustizia e sapere se c’è stata negligenza” la nonna paterna della piccola Nicole. “E’ inconcepibile – dice – quello che è successo è inconcepibile…”. Vuole sapere se “dall’una alle quattro della notte scorsa si sia perso del tempo prezioso” e se “i medici si sono accorti che stava male, e se hanno accelerato”. “Noi vogliamo la verità – aggiunge – ne abbiamo diritto…”
