Omicidio Mollicone, ammessa la testimonianza del carabiniere Tersigni. La figlia di Tuzi: “I suoi colleghi ora devono dire la verità”
Colpo di scena nel processo d’appello bis per l’omicidio di Serena Mollicone. I giudici della Corte d’Assise d’Appello di Roma hanno ammesso tra le prove anche la testimonianza di Gabriele Tersigni, il carabiniere al quale Santino Tuzi – poi morto suicida – disse di aver visto la diciottenne entrare nella caserma di Arce il 1° giugno 2001.
Tersigni fu anche il primo a raggiungere il luogo del ritrovamento del corpo della ragazza nel bosco di Anitrella: “Mi fu subito chiaro che Serena non era stata uccisa lì, e quelle caviglie così strette mi sembrarono un eccesso di zelo, una messinscena”. Sul versante opposto, la figlia del brigadiere Tuzi – durante la lettura della precedente sentenza di assoluzione dei Mottola – aveva accusato: “Papà si uccise perché restò solo. I suoi colleghi ora devono dire la verità”.
Omicidio Mollicone, l’Appello bis chiama in aula oltre sessanta testimoni
Il processo d’Appello bis è ripartito il 22 ottobre, dopo che la Cassazione ha annullato l’assoluzione dell’ex comandante Franco Mottola, del figlio Marco e della moglie Anna Maria, ritenendo insufficienti le motivazioni dei giudici di merito. Secondo l’accusa, Serena sarebbe stata aggredita in caserma dopo un confronto con Marco Mottola, colpita alla testa e poi abbandonata nel bosco di Anitrella, dove fu ritrovata due giorni dopo: una ricostruzione definita “plausibile” dalla Cassazione, che ha però chiesto ulteriori approfondimenti.
Su richiesta della procuratrice generale Deborah Landolfi, la Corte ha riaperto l’istruttoria, ammettendo anche oltre sessanta tra testimoni e consulenti – compreso Gabriele Tersigni, mai sentito prima – e autorizzando anche l’esame dei tre imputati. Rimane invece sospesa la decisione sulla nuova perizia relativa al buco sulla porta dell’alloggio della caserma, che l’accusa considera potenziale “arma” del delitto.

