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Papa Francesco e Dio che gioca alla playstation

Papa Francesco e Dio che gioca alla playstation
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Dopo il silenzio “eloquente” nel campo di concentramento di Auschwitz, Papa Francesco durante la messa finale della Giornata mondiale della Gioventù a Cracovia, si conferma formidabile comunicatore e utilizza la metafora digitale: “Fidatevi del ricordo di Dio: la sua memoria non è un disco rigido che registra e archivia tutti i nostri dati, ma un cuore tenero che gioisce nel cancellare definitivamente ogni nostra traccia di male”. Dice ancora:

“Installate la connessione più stabile (…) la tristezza è un virus che infetta e blocca tutto”.
È chiaro che è difficile parlare di Dio, se è vero che è l’entità onnipotente che ha creato e che ordina tutto. È evidente che Papa Francesco è stato chiamato a risollevare le sorti del Cattolicesimo, in declino non solo nei Paesi più ricchi ma anche in molti del suo continente di provenienza, il Sud-America. È anche vero che bisogna essere positivi, che i giovani sono avvantaggiati in questo e che ciascuno trova gioia (meglio non parlare di felicità) come può e vuole. Ma esiste pure il dubbio della ragione. Del resto il primo messaggio del Cristianesimo è l’immortalità dell’anima, non riguarda questo mondo. Come se Dio fosse un bambino che gioca alla playstation e lancia di tanto in tanto uno sguardo distratto su questo mondo.

Ernesto Vergani