Di Ernesto Vergani
Nella società della comunicazione, ciò che spesso manca è uno dei principi insegnati nelle migliori società di consulenza del mondo: la concretezza. Che cosa cambierebbe nella Chiesa e nella società seguendo quanto sostenuto da Papa Francesco a Firenze nell’incontro coi vescovi e i delegati Cei delle 226 diocesi italiane?
Papa Francesco si è in buona sostanza soffermato su due punti:
1 – la Chiesa non sia ossessionata dal potere;
2 – i cattolici abbiano un atteggiamento esistenziale umile.
E si consideri, vista la risonanza mediatica di Francesco, che l’invito per così dire si estende un po’ a tutte le persone e a tutta la società in genere. La Chiesa dovrebbe come rivedere tutta la sua organizzazione e trovare un nuovo sistema più spontaneista, basato su altri criteri, che sicuramente non potrebbero essere meritocratici se il benchmark è l’umiltà. Sull’altro fronte, quello delle persone, che esse cambino nel senso che siano più generose nei confronti del prossimo, sarebbe certo un bene per la società, meno se ciò faccia venir meno lo spirito competitivo e meritocratico, che è il sale della crescita dell’economia e della democrazia.
Ma va anche detto che l’aspetto solidaristico e/o filantropico è tra le caratteristiche migliori del capitalismo (quello sano, basato sul rispetto delle regole, il pagamento delle tasse e via discorrendo). Sicuramente il merito di Papa Francesco, che sta ottenendo una visibilità mediatica che non ha pari, è quello di risollevare le sorti della Chiesa, che in una società secolarizzata (non spirituale) sta perdendo consensi, in particolare nelle classi più istruite, non solo nell’occidente ricco ma anche in sud America. Il rischio è che lo spazio mediatico occupato da Francesco oscuri altre situazioni. Si pensi alle vicende italiane (dalle riforme elettorali/costituzionali allo stillicidio di riforme in genere, di cui l’opinione pubblica capisce poco), ma anche al caso dei profughi e al conflitto siriano.
