Era un bramino, per nascita, Giusppe Vaz, il missionario indiano proclamato santo da Papa Francesco questa mattina a Colombo. Faceva parte cioe’ della casta piu’ elevata, alla quale la societa’ indiana riservava l’accesso alle carriere piu’ prestigiose. Ma, affascinato dal Vangelo, rifiuto’ ben presto comodita’ e ricchezze che gli spettavano per farsi prete cattolico. Lascio’ cosi’ il villaggio materno di Benaulim, dove era nato il 21 aprile 1651, per seguire gli studi teologici a Goa, presso i seminari tenuti allora da gesuiti e domenicani. Da sacerdote la sua vita esemplare e le sue capacita’ lo portarono a predicare e confessare nella Cattedrale e poi fu segnalato alla Santa Sede per un incarico delicato: gli affidarono il vicariato apostolico di Kanara, tolto all’arcidiocesi di Goa, ma dove si era scatenata da tempo una triste contesa di competenze e giurisdizioni che turbavano la popolazione locale non solo cattolica. Riusci’ a riportarvi la pace ma una volta rientrato a Goa come semplice prete si trovo’ emarginato. Sentendo la vocazione alla vita religiosa fu respinto da diversi istituti e con alcuni confratelli avvio’ un’esperienza comunitaria, fin quando la Congregazione dell’Oratorio, da poco riconosciuta con approvazione papale, non incluse su sua richeista epistolare quella realta’ tra le sue comunita’ religiose.
Ma di li’ a poco, le persecuzioni anticattoliche attuate dai coloni olandesi (fanatici calvinisti) nella vicina isola di Ceylon (oggi Sri Lanka) convinsero padre Vaz a partire di nuovo, per aiutare quel popolo oppresso. Quando vi giunse, in abito da schiavo ed effettivamente costretto a mendicare per sopravvivere, non trovo’ piu’ sacerdoti – tutti erano stati uccisi o espulsi dall’Isola – vide le chiese profanate o distrutte ed i fedeli dispersi, terrorizzati dalla minaccia di morte. Con opera paziente e spendendosi allo stremo nella cura dei poveri e degli ammalati durante le epidemie ricorrenti, ottenne protezione per i cattolici. “In 15 anni – racconta il vescovo di Ivrea Aldo Cerrato, oratoriano anche lui – stabili’ una missione di 70.000 ferventi cattolici, quindici chiese, quattrocento cappelle. Questo piccolo uomo, con la sua santita’ di vita ed il suo zelo apostolico, aveva ristabilito in Ceylon una Chiesa con radici cosi’ profonde che le successive tempeste non sarebbero riuscite a scuoterla”. Un suo confratello oratoriano che l’aveva raggiunto descrisse cosi’ la sua morte avvenuta il 16 gennaio 1711: “si e’ spento il venerabile padre Vaz, vicario generale di questa missione e padre dei missionari. Il dolore e la desolazione causati dalla sua perdita sono grandissimi e non possono sufficientemente essere descritti perche’ egli fu veramente un sacerdote santo”. Nell’omelia della messa di beatificazione, celebrata a Colombo il 21 gennaio del 1995, Giovanni Paolo II disse: “In considerazione di tutto cio’ che padre az fu e fece, di come lo fece e delle circostanze nelle quali riusci’ a svolgere la grande opera di salvare una Chiesa in pericolo, e’ giusto salutarlo come il piu’ grande missionario cristiano che l’Asia abbia mai avuto”. E oggi, nella messa di canonizzazione celebrata sulla spiaggia dvanti alla City finanziaria di Colombo, presenti 500 mila persone di tutte le etnie e religioni dello Sri Lanka, Papa Francesco ha aggiunto: “in San Giuseppe Vaz vediamo un segno eloquente della bonta’ e dell’amore di Dio per il popolo dello Sri Lanka ed anche uno stimolo a perseverare nella via del Vangelo, a crescere noi stessi in santita’, e a testimoniare il messaggio evangelico di riconciliazione al quale egli ha dedicato la sua vita”.
