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Cronache
Ponte Morandi, allarmi ignorati e report falsificati. Ma nel 2023 prescrizioni

Mentre la giustizia cerca di fare il suo corso sulla tragica vicenda del Ponte Morandi, che nell'agosto del 2018 causà la morte di 43 persone, emergono nuovi dettagli da un dossier della Finanza i cui contenuti sono stati riportati da Il Fatto Quotidiano. 

Intanto però, come scrive il quotidiano diretto da Marco Travaglio, "le prime prescrizioni per l’omissione di atti d’ufficio scatteranno già a ottobre 2023, anche se “si tratta delle accuse meno gravi”. Il falso si estinguerà nel 2024, mentre nel 2026 partiranno quelle per gli omicidi colposi per gli indagati che hanno cessato la carica prima del 2005.

Intanto però l’inchiesta prosegue e "l’anatomia del disastro è stata ricostruita dalla Guardia di Finanza grazie a un software già usato dall’Fbi, che ha consentito di recuperare, incrociare e ordinare migliaia di email e chat, finora inedite".

Il responsabile dell'ufficio sorveglianza trasferito perché troppo "zelante"

Tra i messaggi riportati dal Fatto c'è quello di Carlo Casini è stato responsabile dell’ufficio sorveglianza Genova sud di Spea Engineering, ditta incaricata dei controlli a sua volta controllata da Autostrade per l’Italia. "Il 15 dicembre 2009, appena insediato, Casini invia un primo preoccupato rapporto sullo “stato di degrado generale del viadotto Polce vera”, in cui propone “una campagna per conoscere lo stato di precompressione dei cavi” e aggiornare “ispezioni degli anni Novanta”. Nel maggio 2011 denuncia “cavi di precompressione rotti”, “f e s s u ra z i o n i ano male”, “travi che rimandano rumori sordi, non dei migliori”. E domanda: “Con cavi e travi marce, cosa vogliamo capire senza uno studio strutturale serio?”. Gli allarmi cadono nel vuoto", scrive il Fatto.

Continua il Fatto:

Il 25 febbraio interviene il suo superiore di Spea, Giampaolo Nebbia (indagato): “Per ovvi motivi di cui vi renderete conto leggendola – scrive – invierò io stesso ad Aspi la lettera, con modifiche, rendendola cioè più semplice e togliendo alcune frasi che non è opportuno dire”. Nel maggio 2015 Casini, “mal sopportato dalla sua linea gerarchica” e “dal committente Aspi”, viene spedito ad Aosta, lontano dalla famiglia. Oggi è indagato con i dirigenti che gli cambiavano i report.

Ci sarebbero poi i primi tentativi di depistaggio, iniziati subito dopo la tragedia. Scrive sempre il Fatto Quotidiano:

“Mandami tutti i dati sulla zonizzazione sismica del Polcevera – scrive preoccupato nelle ore successive al disastro il capo delle manutenzioni Aspi Michele Donferri Mitelli al dirigente Aspi Fulvio Di Taddeo (indagati) –cerca di ricostruire tutto ‘in silenzio’ ”. Il 15 agosto, inoltre, ricompare un rapporto “fa nt a sm a” sul viadotto Polcevera, in cui si parla di “cavi non inie ttati” e “trefoli che si rompono con lo scalpello” “sulle pile 9 (la prima a crollare, ndr) e 10”. La Finanza lo intercetta in una mail inviata da Alessandro Costa, tecnico Spea (non indagato), ai suoi superiori. Il dossier è del gennaio 2016 e non era mai stato inserito nella piattaforma su cui Aspi e Spea condividevano le ispezioni: “È una relazione che dovrebbero già avere a Genova, ma che non è mai stata caricata sul sistema informatico ”, scrive Costa. 

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