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Cronache

Il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu sono stati assolti dall'accusa di favoreggiamento aggravato dall'agevolazione a Cosa nostra. La sentenza e' stata pronunciata, dopo circa sette ore e mezza di camera di consiglio, dalla quarta sezione del tribunale presieduta da Mario Fontana, alla presenza dei due ufficiali. L'accusa aveva chiesto 9 anni per l'ex generale del Ros Mori e 6 anni e mezzo per il coimputato.

La formula utilizzata dai giudici e' stata quella della piena assoluzione: "Il fatto non costituisce reato". I giudici hanno disposto anche la trasmissione dei verbali delle dichiarazioni dei Massimo Ciancimino e del colonnello Michele Riccio. Il che significa nei fatti che i grandi accusatori non sono stati considerati attendibili. Folla di giornalisti, fotografi e operatori tv per l'atto finale di questo processo. Presenti per l'accusa il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia. Assente il procuratore Francesco Messineo.

LE REAZIONI

MORI, C'E' UN GIUDICE A PALERMO... - "C'e' un giudice a Palermo". E' il commento lapidario del generale Mario Mori, che esprime cosi' la sua soddisfazione per la piena assoluzione dall'accusa di avere favorito Cosa nostra.

DIFESA MORI, CONVINTI DELL'ASSOLUZIONE; GIUDICI AUTONOMI - "Noi eravamo convinti di essere nel giusto. C'e' stato qualche timore ad un certo punto. Ma i giudici con questa sentenza di assoluzione hanno dimostrato di essere autonomi. Hanno agito con autonomia, leggendo le carte". Lo ha detto Basilio Milio, uno degli avvocati di Mario Mori e Mauro Obinu, e figlio di Piero, storico difensore scomparso 3 anni fa. Mori e Obinu sono stati assolti perche' il fatto non costituisce reato. Erano sotto processo per favoreggiamento aggravato a cosa nostra, a proposito della mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995

AGENDE ROSSE PROTESTANO "VERGOGNA" - Proteste nell'aula del Palazzo di giustizia di Palermo. Alcuni militanti del movimento delle Agende rosse, vicino a Salvatore Borsellino, alla lettura della sentenza di assoluzione di Mario Mori e Mauro Obinu, hanno gridato "vergogna, vergogna".

MORI ASSOLTO, TERESI "CIANCIMINO NON CREDIBILE? SPIEGHINO" - "Bisogna vedere il ragionamento che hanno fatto i giudici per ritenere non credibili Riccio e Ciancimino. Non conosco quale sia questa riflessione. Massimo Ciancimino e' un testimone, comunque, che nel processo Stato-mafia non ha la centralita' che aveva in questo dibattimento". Lo ha detto il procuratore aggiunto Vittorio Teresi commentando l'assoluzione di Mario Mori e Mauro Obinu dall'accusa di avere favorito Cosa nostra non consentendo la cattura di Bernardo Provenzano. Volti scuri dei pubblici di misteri. Nino Di Matteo si e' allontanato rapidamente; cosi' il collega Roberto Tartaglia. Assente il procuratore Francesco Messineo.

CINQUE ANNI PER ASSOLUZIONE MORI, TRA DUBBI PROCURA E OMBRE. LA STORIA

 Poco piu' di cinque anni. Tanto e' durato il processo di primo grado al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, imputati di favoreggiamento aggravato dall'agevolazione di Cosa nostra e oggi assolti "perche' il fatto non costituisce reato". Era il 18 giugno 2008: il gip 'impose' un procedimento che all'inizio la procura non voleva celebrare e che poi e' diventato quasi fatalmente la premessa di quello in corso sulla trattativa tra Stato e mafia. Mori, ex capo del Ros ed ex direttore del Servizio segreto civile, e Obinu sono accusati del mancato blitz di Mezzojuso: per la Dda di Palermo, si sarebbe potuto catturare Bernardo Provenzano gia' il 31 ottobre 1995, secondo quanto detto dal confidente Luigi Ilardo al colonnello Michele Riccio, piazzando un micidiale uno-due a Cosa nostra dopo l'arresto un paio d'anni prima di Toto' Riina. Bisognera' invece attendere altri undici anni.

Mori e gli altri alti ufficiali del Ros hanno sempre replicato sostenendo che mai il colonnello Riccio aveva parlato con chiarezza della presenza di Provenzano e che a fare difficolta' per l'intervento era stato egli stesso, rappresentando possibili pericoli per l'informatore Ilardo. L'accusa, che era rappresentata dai pm Nino Di Matteo, Antonio Ingroia e Domenico Gozzo (solo il primo di questo terzetto e' arrivato a fine processo, affiancato poi da Francesco del Bene e Roberto Tartaglia), ha sostenuto anche che i due imputati non avrebbero sviluppato le piste di indagine collegate al mancato blitz che avrebbero potuto consentire l'arresto del superboss anche nell'anno successivo, dunque fino al 1996.

QUEL PRECEDENTE SU RIINA. Mori era gia' stato processato per favoreggiamento in relazione al caso del covo di Riina, che non venne perquisito per diciotto giorni dopo la cattura del "capo dei capi" corleonese il 15 gennaio del 1993. L'accusa fu contestata anche al "capitano Ultimo", l'ufficiale che materialmente arresto' il padrino. Entrambi gli imputati furono assolti nel 2006 dal tribunale di Palermo. L'indagine sul mancato blitz di Mezzojuso, invece, era stata aperta dopo la denuncia pubblica - durante un interrogatorio in aula - fatta dal colonnello dei carabinieri Michele Riccio, all'epoca (2001) sotto processo a Genova per traffico di stupefacenti e successivamente (2006) condannato a nove anni, per la gestione, ritenuta spregiudicata, delle indagini e delle prove da raccogliere contro un gruppo di narcotrafficanti.

IN PRINCIPIO FU RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE. Riccio nel 1995 lavorava in Sicilia ed era entrato in contatto col confidente Luigi Ilardo, boss di Caltanissetta, ucciso il 10 maggio 1996. L'ufficiale, sul finire dell'ottobre '95, racconto' che Ilardo gli aveva preannunciato un summit con Provenzano, a Mezzojuso. Mori e Obinu pero' gli avrebbero risposto che mancavano i mezzi tecnici per intervenire e che comunque avrebbe provveduto il Ros. Nessun particolare meccanismo fu dunque predisposto e i carabinieri spediti a Mezzojuso si limitarono a scattare qualche foto, riprendendo Giovanni Napoli, un impiegato dell'assessorato regionale all'Agricoltura, che faceva la spola per portare i boss all'incontro con Provenzano. Alle denunce di Riccio, Mori e Obinu avevano replicato con una querela per calunnia e anche il colonnello era finito sotto inchiesta, assieme all'ex comandante del Ros Antonio Subranni. La primavera 2007 il pm Di Matteo propone l'archiviazione per tutti, ritenendo che mancasse la volonta' di Mori, Obinu e Subranni di far scappare Provenzano e, per quel che riguarda Riccio, l'"animus" di calunniare.

IL GIP NON CI STA: TROPPE OMBRE. Il gip Maria Pino il 27 settembre 2007, pero', respinge la richiesta, ordinando nuove indagini. Il giudice osserva che gli indagati hanno reso dichiarazioni che non hanno in alcun modo contribuito a fare chiarezza. Molto critico il giudice nei confronti di Mori, che in un interrogatorio aveva definito "scarsamente importante" il luogo in cui si sarebbe tenuto l'incontro di Mezzojuso: tale affermazione e' ritenuta "all'evidenza non ricevibile". Il casolare fu infatti utilizzato dai mafiosi fino al gennaio del 2001, dato che vi fu catturato Spera.

In quei cinque anni e mezzo vi furono fatte o furono richieste autorizzazioni ad eseguire intercettazioni? chiede il Gip. Da capire poi quali siano state le "difficolta' tecniche" rappresentate dal Ros. Il Gip Pino vuol capire infine chi, fra gli ufficiali del Ros, tenesse i contatti con la Procura, se le informazioni fossero complete e su questo punto ricorda le parole di Obinu: "Non ricordo se fosse preventivamente informata ma tendo ad escluderlo perche' (la ricerca e la cattura di Provenzano, ndr) era un mero momento di polizia giudiziaria, condotta nella piena autonomia della polizia giudiziaria".

"UFFICIALI ALLA SBARRA". Il 4 gennaio 2008 ecco l'avviso di conclusione indagini solo per Mori e Obinu. Con il nuovo capo d'imputazione la Procura di Palermo, che ha svolto pure un sopralluogo e un'accurata analisi dei luoghi incriminati, contesta cinque "omissioni" ai due alti ufficiali del Ros: oltre all'"adeguato servizio" che si sarebbe dovuto predisporre il 31 ottobre 1995 a Mezzojuso, secondo il pm Di Matteo neppure successivamente furono organizzate indagini, "nonostante Ilardo avesse confermato l'abitualita' dell'utilizzo di quei luoghi per riunioni cui partecipava il latitante"; ancora, fu "omesso di attivare indagini finalizzate alla verifica della presenza di Provenzano in quel territorio"; ne' si indago' sulle persone (Giovanni Napoli e Nicolo' La Barbera) indicate da Ilardo come trait d'union tra "Binu" e gli altri capimafia; infine, i pm furono informati di quel mancato blitz solo nove mesi dopo, con il rapporto "Grande Oriente" presentato il 30 luglio 1996, tre mesi e mezzo dopo l'omicidio di Ilardo. La Barbera fu arrestato il 30 gennaio 2001 assieme al latitante Benedetto Spera, in una masseria di contrada Giannino, a Mezzojuso, dove la polizia era certa si trovasse Provenzano, che in realta' era a qualche centinaio di metri di distanza e riusci' a dileguarsi. Il 14 aprile 2008 il rinvio a giudizio di Mori e Obinu per favoreggiamento aggravato dall'agevolazione di Cosa nostra, deciso dal gup Mario Conte che accoglie la richiesta del Pm Nino Di Matteo. Il 18 giugno l'inizio del processo. Ora l'assoluzione.

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