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Sempre l’ombra di D’Alema sul Colle

di Pietro Mancini

Per Romano Prodi, bocciato lo scorso anno dai 101grandi elettori dalemiani e renziani, presto, si spalancherà il portone dell’agognato Quirinale? Anche zu Giulio Andreotti, dal Paradiso, benedice il giovane favorito alla successione di Re Giorgio :”E’ democristiano ed è in politica da poco : lo nominai ministro dell’Industria nel 1978, appena  l’altro ieri…”. E don Ciriaco De Mita fa questo “ragionamendo”: “Disco-verde per l’amico Romano, al quale regalai 10 anni di Presidenza, non gratuita,  dell’IRI!”. E l’ingrato boiardo emiliano, convinto antimeridionalista, parlò di quell’epoca come del suo tremendo Vietnam….

Fondi neri all’Iri ? Giammai! Prodi poteva, benissimo, non sapere. Mica si chiama Craxi o Forlani, distrutti da Di Pietro per le mazzettone al PSI e alla DC, che Bettino e Arnaldo non potevano non conoscere. Sembra, dunque, destinata ad avverarsi la cupa profezia di  Luigi Pintor: “Schiatteremo tutti democristiani !”. E al comunista Napolitano succederà un pacioso, ma vendicativo, parroco cattolico, rigorosamente “de sinistra”, inventato come premier dell’Ulivo da D’Alema, che poi, tuttavia, lo bocciò: “Solo Veltroni capisce di politica meno di Romano….”.
 
Carlo Rossella – che ha invitato, frettolosamente, i grandi elettori di FI a votare per Romano – è sicuro che lo statista ( ? ) emiliano darà la grazia all’ex premier? “Timeo Danaos et dona ferentes ” ( temo i greci, anche quando portano dei regali!). Letta, Verdini, la Santanchè dovrebbero ricordare all’ex Cav. il monito, riportato nell’Eneide di Virgilio, che il sacerdote Laocconte rivolse ai troiani, quando trovarono sulla spiaggia, antistante la loro città, il cavallo, lasciato dai greci, su consiglio dell’astuto Ulisse, per far entrare a Troia, furtivamente, i loro guerrieri…

Non sarebbe preferibile far salire sul Colle Massimo D’Alema? Politico sussiegoso ma acuto, stimato all’estero,  combattivo ma mai astioso con gli avversari, non giustizialista, attento ai drammi del Sud, in grado di dire dei no anche a Renzi e ai “poteri forti”, che controllano larghi settori della finanza e dell’editoria. Ieri il premier si è detto certo che i settori più politicizzati della magistratura non cercheranno di influenzare l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Ci auguriamo che sia così. Ma, su questo nodo cruciale, i rapporti tra politica e giustizia, D’Alema ha le idee chiare : “In un Paese, in cui si vantano i pregi dell’obbligatorietà dell’azione penale, nessuno ha mai pagato quando un cittadino comune viene assolto da accuse terribili, dopo essere stato distrutto da campagne diffamatorie, sui giornali e sulle Tv. Dopo questa drammatica trafila, l’assoluzione non è un risarcimento sufficiente. Esiste un rapporto, spesso improprio, e non di rado illegittimo, tra informazione e settori della macchina giudiziaria. E, quando crollano i castelli e i teoremi accusatori, le notizie, in genere, hanno, sui giornali, spazi assolutamente insufficienti”.

Il primo post-comunista a entrare, nel 1998, a Palazzo Chigi – succedendo proprio a Prodi, con il sostegno dei cosiddetti “quattro gatti” del suo amico, Francesco Cossiga – era, ed è, convinto che il ceto economico dominante non abbia simpatia per l’idea dell’indipendenza e tantomeno del primato della politica, oltre ad essere storicamente, diffidente verso la sinistra. D’Alema ha raccontato all’ex direttore dell’”Unità”, Peppino Caldarola-che ha dialogato con lui, pubblicando il libro-intervista “sulla sinistra al tempo dell’antipolitica”- che Gianni Agnelli gli disse :”Lei ha fatto benissimo il premier, ma non glielo riconosceranno mai ! L’establishment non ha simpatia per lei perché la percepisce ostile”.

E, prima di Renzi, sul rinnovamento della sinistra e sulla riforma del mercato del lavoro, l’allora segretario dei DS cercò, invano, di piegare le resistenze e le rigidità della CGIL, scontrandosi con il numero uno del sindacato, Sergio Cofferati. Massimo, come Napolitano- che contribuì a far eleggere nel 2006- non ama Beppe Grillo. Ed è convinto che l’assemblearismo, la rete e la democrazia diretta, quando si contrappongono ai partiti e alle istituzioni, producano l’estremismo e la negazione della vera democrazia. Per Berlusconi e, soprattutto, per Renzi, dirigente accentratore e risoluto come D’Alema, non sarà facile convergere sull’ex deputato di Gallipoli.

Ma, forse, nel giorno in cui uno dei più tenaci assertori dell’antipolitica e del primato delle toghe “de lotta”, Marco Travaglio, ha dedicato 2 pagine del suo giornale per “mascariare” e condannare Giorgio Napolitano, senza neppure sentire “l’imputato”, Silvio e Matteo potrebbero concordare sulla necessità di assicurare al Paese una guida salda, autorevole, forte, politicamente ed eticamente. Un Presidente, cioè, che si opponga alla drastica delegittimazione di tutta la politica, sostenuta da gruppi e persone, che lavorano per spostare il potere dalle istituzioni verso altri poteri e per aprire la strada a inquietanti, e pericolose, forme  di commissariamenti di lunga durata.