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Parla Ranieri Guerra: “Così Kluge e Zambon mi tagliavano fuori dalle scelte”

Il direttore vicario dell’OMS racconta ad affaritaliani.it la sua versione sui fatti che lo vedono indagato a Bergamo per falsa testimonianza

Parla Ranieri Guerra: “Così Kluge e Zambon mi tagliavano fuori dalle scelte”
Ranieri Guerra, ex direttore generale dell’ufficio di Prevenzione del Ministero della Salute, è direttore vicario dell’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità. In questo ruolo, è finito nell’occhio del ciclone per le presunte ingerenze nell’ormai celebre rapporto “An unprecedented challenge – Italy’s first response to COVID-19”.

Ranieri Guerra, ex direttore generale dell’ufficio di Prevenzione del Ministero della Salute, è direttore vicario dell’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità. In questo ruolo, è finito nell’occhio del ciclone per le presunte ingerenze nell’ormai celebre rapporto “An unprecedented challenge – Italy’s first response to COVID-19”. Dal documento emergeva l’impreparazione del nostro Paese ad affrontare la pandemia, anche a causa del mancato adeguamento del piano pandemico nazionale. Sul punto, come vedremo, Ranieri Guerra ha da eccepire: “aggiornamento”, questa la sua linea difensiva, significa anche confermare ciò che è ancora valido. Non è certo questo l’unico punto sul quale Ranieri Guerra e i suoi legali intendono fare chiarezza, dopo l’iscrizione del medico nel registro degli indagati della Procura di Bergamo, con l’accusa di aver reso false dichiarazioni al PM. Su tutta la vicenda è stata depositata una corposa memoria di oltre 40 pagine, nella quale Ranieri Guerra replica punto su punto alle contestazioni rivoltegli dalla magistratura.
In particolare, dipinge un quadro decisamente diverso da quello tracciato da Francesco Zambon, che proprio in seguito alle polemiche derivanti da queste vicende si è dimesso dal suo ruolo di funzionario dell’OMS. Non solo. Zambon nei giorni scorsi ha pubblicato un libro dal titolo “Il pesce piccolo”, destinato a gettare ulteriore benzina su un fuoco già alimentato da numerosi dibattiti televisivi, da “Report” a “Non è l’Arena”. Proprio da qui parte l’intervista che affaritaliani.it ha fatto con Ranieri Guerra, il quale fornisce la sua versione su tutti i punti dirimenti di questa vicenda così delicata.

Dott. Guerra, in questi giorni è uscito “Il pesce piccolo”, libro nel quale Francesco Zambon fornisce la sua versione dei fatti. Lei che cosa ne pensa?

E’ un volume strano, congegnato per continuare a condurre un attacco discreditante nei confronti della mia persona e dell’Organizzazione per cui l’autore ha lavorato a lungo, non risparmiando anche critiche al Direttore Generale, eletto dall’assemblea mondiale della sanità a scrutinio segreto, quindi secondo i canoni della democrazia; sul punto si cita l’Unicef, quale esempio migliore di selezione meritocratica, dimenticando, però, che tutti i direttori esecutivi dell’Unicef sono stati presentati dal governo federale americano.
Ancora non comprendo i motivi per questo rancore personale, che porta Zambon a citare solo me con nome e cognome, in contrapposizione a lui, mentre inventa pseudonimi ed utilizza solo le iniziali per identificare gli altri colleghi. Non chiarisce le molte domande che gli sono state fatte, anche da me, sul perché dell’impostazione di un Rapporto (quello ritirato) così soggettiva e giudicante, rispetto ad un Paese che stava uscendo dalla fase più acuta di un’epidemia che ha colpito non solo la salute, ma anche l’insieme dei rapporti sociali ed economici. Era ovvio il rischio di politicizzazione di un testo che non sembrava scritto dall’OMS, la cui linea è sempre l’oggettività, la presentazione e l’analisi di dati e elementi fattuali. Certamente non il giudizio o la critica soggettiva nei confronti di uno Stato membro in grave difficoltà, che aveva chiesto e stava ancora chiedendo assistenza e supporto tecnici per individuare le scelte migliori in un ambito ancora pochissimo conosciuto dalla scienza e dalla ricerca.
Io, poi, non conosco esattamente i presunti attacchi violenti e personali che l’OMS avrebbe lanciato nei confronti di Zambon e da lui citati. Io non l’ho certamente mai fatto. A me è stato richiesto per mesi di non rispondere alle provocazioni e perfino di tenere riservate le mail e le comunicazioni scambiate con lui che invece dimostrano come abbia alterato e manipolato la sostanza dei fatti, e continui a farlo anche nel libro. Inoltre, solo recentemente sono emerse tracce significative delle comunicazioni tra Zambon e il suo direttore regionale Kluge e che chiariscono molto bene quale fosse l’atteggiamento anche nei miei confronti, condiviso dai due: si dice chiaramente che io dovevo essere emarginato dai processi decisionali che avvenivano a Roma, immagino per promuovere il contatto diretto tra Kluge e il Ministro (che io peraltro ho sempre favorito, conscio delle gerarchie e della necessità di rispettare i ruoli di tutti).
L’evidenza dei fatti contrasta con il racconto di Zambon, che si contraddice spesso, che parla di un Rapporto che sarebbe stato importantissimo come di un racconto tra amici, distaccato dalla realtà operativa e dal sacrifico di tanti. Credo che cercare di piegare la verità a un fine personale sia un limite grossolano di chi si è presentato all’opinione pubblica con le vesti del martire della stessa verità. Zambon ignora o finge di ignorare la complessa realtà italiana di inizio pandemia, così come ignora la complessità stessa in cui tutti i paesi del mondo si sono trovati a governare l’emergenza. La banalizzazione di giorni terribili è triste da vedere soprattutto quando espressa per interesse personale da un collega, che sia pure da casa sua, in una bolla sterile e distaccata, ha partecipato indirettamente e via schermo di un computer agli eventi quotidiani che avevano luogo sul fronte gestionale, politico e tecnico-scientifico, dove si cercava di dipanare una matassa estremamente complessa, sconosciuta, ben coscienti che una decisione avventata o basata sull’improvvisazione avrebbe messo a rischio l’intero Paese.
Io credo che tutti i miei colleghi del CTS e degli Istituti e delle strutture sanitarie del Paese, le stesse famiglie, i malati e i sopravvissuti, coloro che ancora combattono con il Covid prolungato, dovrebbero sentirsi offesi dalla superficialità con cui viene trattato un argomento tragico, non da commedia leggera o da opera lirica. Il libro ignora questi fatti, perché l’autore finge di non conoscerli, oppure perché forse non ne sa nulla, avendo trascorso l’intero periodo più duro della prima ondata a casa sua o meglio, come racconta egli stesso nel libro, nella sua soffitta del Cinquecento a osservare le travi stagionate che ne abbelliscono sicuramente le pareti.

Nella memoria difensiva presentata al Tribunale di Bergamo il suo avvocato chiede di non ammettere gli scambi di messaggi che, secondo l’accusa, sarebbero intercorsi tra lei e Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, in quanto decontestualizzati e non chiaramente riferibili a voi. C’è però un particolare importante: lei ha effettivamente scritto “Sono stato brutale con gli scemi del documento di Venezia. Ho mandato scuse profuse al ministro e ti ho messo in cc di alcune comunicazioni” oppure no?

Il mio difensore, l’avv. Roberto De Vita, non ha domandato di “non ammettere” i messaggi (sulla cui origine e modalità di acquisizione allo stato noi non sappiamo), ma ha rappresentato che messaggi frammentari, incompleti, decontestualizzati e di cui non è nota l’origine nulla dicano e nulla aggiungano rispetto alla verità oggi, documentalmente provata, su chi ha fatto ritirare il rapporto e perché, verità che di fronte all’evidenza documentale ha dovuto ammettere anche lo stesso Zambon.
In precedenza si è fatto credere all’opinione pubblica che il rapporto fosse stato riturato per mano mia e per volontà dell’Italia; oggi è ben noto e si sa che il rapporto è stato ritirato per via della questione cinese e per mano dello stesso Zambon. La falsa suggestione portata da pezzi di chat è un’altra emanazione di nebbia adoperata per distogliere l’attenzione rispetto alla tematica dell’infrazione compiuta da chi ha pubblicato un rapporto senza seguire le procedure OMS, che prevedono precise fasi autorizzative, l’ultima ed essenziale delle quali non è stata rispettata (come poi dimostrato dalla sequenza di comunicazioni da Pechino che hanno portato al ritiro del Rapporto da parte di Zambon stesso).
Ricordi sempre che a me era stato chiesto di presentare l’indice del rapporto al ministro il 14 aprile, come parte di un progetto di assistenza al governo italiano che era iniziato il 26 marzo e che prevedeva molte cose, oltre al Rapporto, come, ad esempio, la realizzazione di una sorveglianza domiciliare modello in Calabria e Sicilia, l’inclusione dell’Italia in un programma di sorveglianza clinica promosso dall’OMS, e, infine, il possibile finanziamento di un programma di sorveglianza ambientale di cui i colleghi dell’ISS sarebbero stati primi attori e protagonisti globali (avendo già identificato i primi reflui positivi a metà dicembre 2019). Oltre a questo, erano in gioco il rinnovo dell’ufficio OMS di Venezia e la possibile apertura, proposta dal direttore regionale Kluge, di un ufficio di collegamento presso il Ministero della Salute a Roma.
Tutto questo si basa su un rapporto corretto, fiduciario, trasparente con lo Stato, che viene sorretto dall’indipendenza e dall’autonomia dell’OMS, dalla sua capacità di esprimere assistenza e collaborazione qualificate, fondate sull’evidenza e non sul giudizio sommario ed impreciso espresso nel Rapporto, la cui qualità non è certo comparabile, ad esempio, agli oltre mille lavori scientifici già prodotti alla data della sua pubblicazione dai ricercatori e dai medici italiani, basati su criteri di validità scientifica oggettivi. Per inciso, questo era anche il motivo per cui era stata da me proposta una rilettura del Rapporto, un suo aggiornamento e ripubblicazione nel giro di un paio di giorni. La fretta con cui Zambon lo pubblica, mi dispiace dirlo, era ed è ancora sospetta. Il fatto che abbia deciso la pubblicazione e abbia voluto procedere in quel senso, dandone notizia solo a evento concluso e agli organi di stampa, prima di ogni altro, alimenta domande a cui il libro non fornisce risposta, rispetto a un’evidenza che va invece chiarita. La famosa domanda ‘cui prodest’, che in questo caso è d’obbligo.

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Corrisponde a verità il fatto che lei abbia scritto a Brusaferro “Ho fatto ritirare quel maledetto rapporto”?

Ribadisco quanto ho affermato sopra.

Che cosa c’era di sbagliato nel comportamento di chi ha redatto il documento “An unprecedented challenge: Italy’s first response to Covid-19”?

Come ho detto, il rapporto era impreciso, sommario e rischiava di essere espressione di una visione poco oggettiva. Questo non è rispettoso nei confronti di chi ha lottato strenuamente contro l’ignoto, di chi ha cercato anche di descrivere questa lotta nei termini della scienza e della ricerca, oggettivando il più possibile proprio per permettere a tutti di costruire quel patrimonio comune di conoscenza ed esperienza che ci ha portato in un momento di spiraglio e speranza solo da poco tempo. Se poi chi lo fa, scrive dal divano di casa sua, senza aver mai varcato la prima linea, temo si assoggetti a critiche precise.

Nella memoria difensiva lei sostiene che le correzioni da lei proposte dal documento dipendevano dalla necessità che, trattandosi di una pubblicazione scientifica, esso dovesse “riportare accuratezza e oggettività di contenuto”: in quali passaggi il testo originale non rispettava questi criteri?

L’intero testo è soggettivo, trascura l’esistenza di lavori importanti già pubblicati e disponibili, non rende giustizia al lavoro imponente eseguito dai colleghi della prima linea ospedaliera in un momento di drammatica emergenza. Non riporta l’esistenza, per esempio, di tutto ciò che era stato messo in campo (ben descritto in una mail illustrativa del dott. Maraglino al Viceministro Sileri del 15 aprile 2020, depositata in Procura), ovvero di un Piano dedicato anti-COVID, che cercava di modellare il rischio per la salute e per la situazione socio-economica del Paese, da una parte, e di proporre soluzioni realizzabili dall’altro, quando il meccanismo di solidarietà europea, ben descritto dalla decisione del parlamento europeo e del consiglio del 2013, non solo non era stato colpevolmente attivato (e vennero poi le scuse della Presidente della Commissione), ma anzi aveva lasciato libero campo alle incursioni di procuratori di altri Paesi che avevano fatto incetta dei pochi dispositivi disponibili sul mercato globale.
Che poi il Piano anti-influenzale esistente e vigente (come da me rimarcato) non sia stato attivato rimane una scelta politica precisa del Ministro. Ecco, mi sarei aspettato una lettura ampia in questo senso, che potesse veramente essere utile anche per la gestione della seconda ondata, su cui io stesso avevo preallertato tutti già a metà maggio, senza essere ascoltato. Non è con superficiali giudizi critici che si migliora la situazione o si contribuisce a costruire quella conoscenza che adesso abbiamo (anche se i risultati non sono stati comunque brillanti, date le caratteristiche di questo virus) e che ci permette solo ora, con le armi del vaccino e della medicina, di guardare con ottimismo all’immediato futuro.
Anche le valutazioni cliniche contenute, o meglio, mancanti, erano sconcertanti dal mio punto di vista, ma le questioni erano veramente molte. Altro sarebbe stato se il team avesse deciso di pubblicare il rapporto senza il logo e senza la copertina OMS, semplicemente come un gruppo di ricercatori, per l’appunto indipendenti, senza la necessità di garantire la qualità e l’autorevolezza che sono implicite quando si va ad una pubblicazione ufficiale dell’Organizzazione. Sottolineo che Zambon non era certo un ricercatore e neppure indipendente, bensì staff dipendente dell’OMS a livello P5, ovvero l’apice del livello professionale, con compiti e doveri ben precisi dal punto di vista professionale (anche se in maniera atipica, arruolato per un ufficio OMS sotto casa sua, cosa che non accade praticamente mai per prevenire conflitti di interesse col proprio paese, o con la propria regione, dato che Zambon, che abita a Venezia, appunto, sedeva anche nel CTS della regione Veneto). Gli altri erano in massima parte consulenti arruolati e stipendiati per la funzione attribuita. In quanto tali, non formalmente responsabili per la pubblicazione.

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Nella corrispondenza intercorsa tra Zambon e lei si parla della necessità di interloquire con il ministero della Salute e poi dell’ottenimento di un “semaforo verde”: da chi nasce questa necessità e perché?

Dividiamo il momento in tre parti, altrimenti non si capisce neppure la grande confusione che Zambon ha creato ad arte su questo: il 25 marzo 2020 viene richiesto dall’ufficio regionale di Copenaghen all’ufficio di Venezia di proporre un programma finanziabile prima con un contributo del Qatar, poi del Kuwait. Io vengo interpellato per avere idee e una proposta solida che vada a supporto di zone fragili del sistema di risposta messo in atto dall’Italia. Zambon e io lavoriamo in piena armonia anche coi colleghi di Ginevra e Copenaghen. Ne viene fuori un’ipotesi di lavoro che si articola su tre azioni: la redazione del Rapporto (per 102mila euro), la fornitura di apparecchiature elettroniche e di ecografi portatili wireless per realizzare un programma di sorveglianza domiciliare con la partecipazione della medicina territoriale, opportunamente formata ed equipaggiata, in due regioni italiane – inizialmente Lombardia e Calabria, su indicazione del gabinetto del Ministro, poi Sicilia e Calabria, per problematiche essenzialmente procedurali – (per circa tre milioni di euro), un’azione di visita tra pari tra esperti italiani e esperti nazionali nella regione balcanica per omogeneizzare le attività di lotta al Covid, data la sfortunata primogenitura italiana, area colpita per prima in tutta la regione europea.
L’impostazione del progetto viene conclusa il 28 aprile, dopo che, in data 14 aprile, io ricevo da Zambon l’indice possibile del Rapporto, con la richiesta di verificarne l’accettabilità col Ministro. Lo stesso giorno incontro il Ministro Speranza e gli presento l’ipotesi progettuale, compreso l’indice (tre pagine). Si tenga presente che avevo già sensibilizzato il Ministro sulla opportunità di poter descrivere in maniera tecnico-scientifica adeguata l’accaduto nel primo mese di attività di controllo dell’epidemia, con un articolo a più mani da pubblicare su Lancet (notissima rivista medico-scientifica, ndr), il cui editore mi aveva assicurato un’attenzione prioritaria, visto quanto stava accadendo in Italia, fin dal 19 Marzo precedente.
Ricevo dal Ministro il gradimento a procedere con tutte le azioni del progetto Kuwait, compreso il Rapporto, e lo comunico ai colleghi di Venezia e di Copenaghen, tramite proprio Zambon, che funge da capoprogetto, anche con il mio esplicito supporto. Da questo momento, mentre si procede sul fronte delle procedure che possano portare al dispiego dell’equipaggiamento nelle due regioni italiane, per quanto riguarda il rapporto io vengo interpellato una sola volta, con una video-intervista del 23 aprile in cui mi vengono chiesti chiarimenti sul funzionamento del CTS e delle strutture di governo centrale da parte del gruppo di redazione di Venezia. Non ho più traccia alcuna di quanto accade al Rapporto fino al 6 maggio (contrariamente a quanto affermato da Zambon nel suo libro), quando Zambon mi informa che la sua direttrice, Dorit Nitzan, non dà il permesso alla pubblicazione. Il giorno 11 mi chiama per chiedere aiuto a fornire le ultime autorizzazioni ancora mancanti, dato che – afferma – il Rapporto è pronto per essere pubblicato subito. Io ricostruirò solo tempo dopo la catena delle comunicazioni intrattenute a mia insaputa con vari interlocutori interni in OMS a Ginevra, con cui si cercava di arrivare alla concessione del permesso a pubblicare (e anche su questo ho le mie riserve, naturalmente, essendo stato tenuto all’oscuro di tutto il frenetico scambio di mail che intercorre tra il 6 e l’11 maggio). L’11 mi viene richiesto da Ginevra (dalla Dr.ssa Swaminathan) di rileggere il Rapporto per eventuali errori fattuali, dato che era mancato il tempo per una revisione sistematica.
E’ solo a questo punto che inizia l’ormai nota interlocuzione con Zambon, che si conclude con la pubblicazione del Rapporto la sera del 13 maggio, come mi viene comunicato (su mia richiesta) a pubblicazione avvenuta. E’ in quel momento che esprimo ancora una volta il mio rammarico per la procedura che si è voluta seguire, senza informare preventivamente il Ministro del lancio del Rapporto stesso. Quanto Zambon racconta a posteriori, dopo aver capito la leggerezza (solo?) con cui aveva affrontato la questione, di fatto ed esplicitamente impedendomi ogni comunicazione nel merito col Ministro, come ebbi modo di relazionare sia al direttore regionale Kluge che allo stesso direttore generale Tedros, è un rimaneggiamento delle sue prime affermazioni, secondo le quali non vedeva perché si dovesse informare il governo sulla pubblicazione del Rapporto stesso (a riprova di queste circostanze l’Avv. De Vita ha già depositato in Procura a Bergamo la corrispondenza intercorsa con Zambon). Questa decisione, ripeto ancora una volta, venne assunta da Zambon autonomamente, come ribadito anche da Kluge in più di un’occasione (ed è inutile che Zambon cerchi di mescolare le carte su questo). In merito a tutte le asserzioni fatte sulla vicenda, è utile forse ricordare come l’OMS informi sempre in anticipo di quali siano le intenzioni, soprattutto se finanziate da un Paese terzo, come in questo caso.
L’Organizzazione agisce a supporto del sistema pubblico, non si sostituisce ad esso mai, se non in casi estremi di collasso e guerra, come in Yemen, in Libia, o in Siria. E’ ovvio che per attuare le previsioni di progetto si debba ottenere l’allineamento con quanto la struttura pubblica esegue, perché con essa si va a collaborare. Ed è altrettanto ovvio che si informi sistematicamente sullo stato di avanzamento dei lavori. Questa non è sudditanza e non è mancanza di indipendenza, ma è come l’OMS funziona, senza creare pericolosi sistemi paralleli, soprattutto in una situazione epidemica. Non è neanche pensabile che per ambizioni personali si possano trascurare i passaggi necessari per garantire il reciproco rispetto istituzionale. Questa non è una piece teatrale o un’opera lirica. Questa è vita reale dove si combatte, e anche duramente, per la salute di tutti. Io stesso nel mio ruolo di contatto tra OMS e governo ero stato messo in una situazione di ambiguità molto difficile da risolvere se non con la franchezza utilizzata anche per scusarmi a nome dell’Organizzazione e cercare una soluzione per un problema che temo sia stato creato ad arte, come dimostrano alcune mail, tra cui una del 15 maggio di Kluge (anche questa già depositata agli atti della Procura di Bergamo).

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Tuttavia nella sua stessa memoria si cita una comunicazione di Zambon, che il 13 maggio 2020 le dice “Non capisco il punto di share the draft (condividere la bozza, ndr) con il Ministro”. Nella sua ricostruzione questo sarebbe un cambiamento di posizione: come se lo spiega?

Appunto, questa comunicazione è la dimostrazione che fu lo stesso Zambon – a differenza di quanto continua fantasiosamente a raccontare – a non voler condividere il rapporto finale con il Ministro. Forse per timore di rallentamenti per un documento che, per ragioni che nessuno ha ancora capito, voleva immediatamente pubblicare. Cambio di atteggiamento ancor più strano visto che in precedenza era assolutamente chiaro e condiviso già con la presentazione al Ministro dell’indice su cui era arrivato il gradimento di massima. Ribadisco che è strano e ancora non riesco ancora a capire perché. Ma il tempo è galantuomo. Forse le ragioni sono nascoste nella corrispondenza parallela tenuta tra Kluge e Zambon, che Zambon (prima che comunque emerga) dovrebbe mettere da subito a disposizione per ridare verità e giustizia non solo a me ma al Paese, che non meritava di certo un trattamento così superficiale e narcisistico in un periodo di crisi così profonda.

In una e-mail che Zambon le ha scritto l’11 maggio 2020 si legge “quegli stronzi di HQ stanno bloccando la pubblicazione, perché serve anche HQ clearance, che ho richiesto giovedì e non è ancora pronta (doveva essere data in 24 h…)”. Chi sono i soggetti che bloccavano la pubblicazione e perché? In base a quali regole o considerazioni di opportunità era necessaria la loro approvazione?

Non sono regole o considerazioni di opportunità, ma una procedura autorizzativa ben precisa (citata da Zambon che la conosce molto bene, nel suo libro) che l’OMS dispone per garantire la qualità, l’imparzialità, l’oggettività e la base fattuale su cui i propri rapporti e le proprie pubblicazioni devono essere impostate. Esiste un comitato che legge, analizza, valuta, esattamente come ogni board editoriale scientifico. Se vuole possiamo chiamarla una revisione tra pari, analoga a quella che viene proposta per le riviste scientifiche più serie. Nessuno bloccava niente. Era soltanto il tempo minimo richiesto per leggere e verificare l’esattezza dei contenuti e la coerenza della narrazione e dei dati presentati. Molti erano obsoleti, qualcuno sbagliato, ma mancava e manca ancora a mio avviso, la revisione di letteratura dei più di mille lavori già pubblicati a quel momento, che avrebbero dato consistenza scientifica a un testo soggettivo e speculativo senza base di evidenza. La sbrigatività con cui Kluge impone di accettare la pubblicazione, di cui ho saputo tempo dopo, non riesco a spiegarmela, così come la fretta di pubblicare bypassando anche l’opinione vincolante dell’ufficio legale di Ginevra, che, a quanto ne so, non ha mai dato l’autorizzazione finale. Tutto il personale OMS è al corrente di quali siano le procedure autorizzative, che sono parte esplicita e trasparente delle regole dello staff. Da quanto ho successivamente appreso, una verifica interna sull’accaduto ha accertato che Zambon abbia pubblicato il lavoro sul sito web dell’Organizzazione senza autorizzazione finale, così come lo ha rimosso in autonomia lui stesso, ovvero forse per ordine di Kluge, come ha poi affermato ribaltando la narrativa iniziale quando aveva accusato me di averlo fatto togliere.

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In un’altra mail, sempre dell’11 maggio 2020, Zambon scrive ai colleghi delle modifiche “proposte” da lei. Chi ha deciso di recepirle, se non è stato un ordine a cui adempiere? In merito al ritiro del rapporto, la sua memoria cita una mail di Zambon e la sua dichiarazione a “Non è l’Arena”, nella quale dice che è stato lui a chiedere il ritiro, per una correzione. Tuttavia, Zambon in tv ha detto anche di averlo fatto “in quanto avevo ricevuto delle sollecitazioni”: in che modo questo escluderebbe sollecitazioni da parte sua?

Io sono completamente estraneo alla catena di comando di Zambon (come lui stesso ammette nel suo libro), che passa attraverso la direttrice del suo ufficio di Venezia, il capo delle operazioni d’emergenza di Copenaghen, il direttore regionale Kluge. Zambon mi ha perfino accusato di aver cercato di farlo licenziare, pur sapendo benissimo che questo è impossibile. Peraltro, ci sono mail scambiate di continuo che hanno un tono tutt’altro che penalizzante, almeno da parte mia, ma di comprensione e augurio di successo. Io ho proposto alcune correzioni tecniche (il testo originale con le mie revisioni è stato depositato dall’Avv. De Vita in Procura a Bergamo). Zambon le ha condivise e poi girate ai suoi consulenti. A quel punto, hanno poi deciso di apportarne tre volte in più rispetto a quelle suggerite da me, indicatore questo di un ripensamento rispetto all’improvvisata versione iniziale.
La decisione poi fu di pubblicare tutto da parte di Zambon senza rivedere il percorso autorizzativo e senza parlarne più. Non so nulla delle sollecitazioni, come non ho saputo per molto tempo nulla della Cina e dello scambio molto fitto di mail tra Zambon e quell’ufficio e, immagino, anche il suo direttore regionale Kluge, a cui vanno poste queste domande, per avere finalmente risposta. Kluge ha affermato in più di un’occasione di avere deciso per il ritiro e di avere deciso anche di non ripubblicare, probabilmente, per motivi che ancora non conosco, salvo la versione proposta da Zambon nel suo libro, di cui ignoravo completamente il dettaglio.

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La mail di Hans Peter Kluge del 15 maggio 2020 parla chiaramente dei problemi nella relazione con il Ministro, a seguito di quanto accaduto. La sua memoria la definisce “di particolare rilievo e gravità”: qual è lo scenario che essa disegna, dal suo punto di vista?

Il testo della mail fa pensare chiaramente ad un accordo tra Kluge e il suo interlocutore per allontanarmi dalla vicinanza con le strutture di governo centrale, nonostante io abbia sempre agito lealmente e abbia redatto rapporti periodici a Kluge, oltre che al mio direttore generale, e abbia anche compilato rapporti di missione resi pubblici nell’intranet dell’OMS, a cui anche Zambon ha avuto completo accesso. Io ho sempre agito in modo corretto, ma non mi sembra di avere ricevuto lo stesso trattamento da parte di alcuni miei colleghi. In particolare, penso ci fosse la questione dell’ufficio di Venezia che forse Kluge temeva io potessi insidiare, dato che mi aveva confidato ne aveva promesso la direzione allo stesso Zambon; oppure la questione legata al possibile nuovo ufficio di Roma, nonostante io avessi immediatamente passato la responsabilità negoziale a David Allen e Natasha Azzopardi, dell’ufficio di Copenaghen; oppure, chissà, voleva recitare un ruolo di suggeritore politicamente rilevante nella definizione delle agende del G7 e del G20 a presidenza italiana, cosa che il direttore generale Tedros aveva già avocato a sé, come elementi di politica sanitaria globale, non certo limitati alla regione EURO. Allo stato posso fare solo riflessioni e congetture che rimangono tali proprio perché mi sono state occultate comunicazioni e documenti di ogni tipo e che penso sia obbligo di Zambon e di Kluge mettere a disposizione dell’autorità giudiziaria e dell’opinione pubblica.

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Lei dice di aver ricevuto questa mail da un whistleblower anonimo, ma per quanto riguarda le chat tra lei e Brusaferro chiede di non ammetterle perché “non è nota la fonte dalla quale sono stati tratti ma – soprattutto – le specifiche modalità di acquisizione utilizzate, che possano garantire in ordine alla genuinità del loro contenuto”. Non è una contraddizione?

Nessuna contraddizione, come ho già detto pezzi di chat incompleti e decontestualizzati non possono certo modificare la verità documentale oggi ormai indiscussa ed indiscutibile su chi ha fatto ritirare il rapporto e perché. Invece, la mail del whistleblower non solo è facilmente identificabile, ma fa parte sicuramente di una serie di comunicazioni sullo stesso argomento intervenute tra Kluge ed altro soggetto e l’autorità giudiziaria dovrebbe immediatamente chiederne conto, così come ancor prima i soggetti interessati dovrebbero mettere tutto a disposizione. Tutto ciò che mi riguarda è stato pubblicato. Mi attendo che avvenga lo stesso da parte degli altri protagonisti di questa triste vicenda.

Rispetto al piano pandemico nazionale, si è molto discusso rispetto al fatto che sia stato “aggiornato” o semplicemente confermato: come è andata la cosa?  

E’ evidente che non si comprende ancora bene la distinzione tra una vigenza e un aggiornamento. Il piano 2006, che io ho dovuto reperire a fine 2014, al mio arrivo al Ministero (a seguire di alcuni colleghi che mi avevano preceduto nel ruolo, tra cui il Dott. Giuseppe Ruocco, poi segretario generale del Ministero), era parte di una discussione molto ampia in cui mi ero dovuto immergere immediatamente per mettere il Paese in protezione durante l’epidemia di Ebola in Africa occidentale. Ad essa si era sommata l’epidemia di Zika, oltre a varie altre emergenze nazionali e internazionali, e successivamente quella di morbillo, con un’epidemia strisciante di meningite, come qualcuno ricorderà.
Per ogni patologia complessa e per i relativi piani nazionali, il Ministero assegna un funzionario medico di riferimento, che fa capo ad un ufficio e a un capo-ufficio, generalmente medico. Nel caso dell’influenza, la funzionario medico responsabile era la Dott.ssa Anna Caraglia, con il Dott. Francesco Maraglino, capo del relativo ufficio e mio vicario sia nel gruppo di lavoro ECDC, che nell’Health security committee europeo, nella Global Health Security Agenda e nella Global Health Security Initiative, a cui l’Italia partecipava attivamente.
Un secondo ufficio della stessa Direzione Generale, diretto dalla Dott.ssa Loredana Vellucci, aveva la responsabilità delle azioni previste dai regolamenti sanitari internazionali, che, per il Ministero, erano rappresentate soprattutto dalla sorveglianza e dal controllo sanitario dei confini terrestri, marittimi e aeroportuali, oltre che dalla formazione continua e dalle esercitazioni che annualmente venivano tenute, spesso con la collaborazione qualificata della Marina e dell’Aeronautica Militare.
La procedura di revisione prevedeva che il funzionario incaricato rivedesse i piani esistenti alla luce dell’andamento epidemico, attuale e previsto, e alla luce delle novità tecnico-scientifiche e procedurali intervenute o in arrivo. Nel caso dell’influenza, venivano esaminate queste situazioni, le previsioni dei ceppi circolanti per procedere alla riserva di acquisto per l’approvvigionamento di vaccini (poi da comperare e distribuire a cura delle Regioni), veniva rivista la scadenza dei materiali accantonati (farmaci anti-influenzali, custoditi a cura dell’esercito) e veniva fatta una lettura critica delle previsioni dei piani esistenti e delle relative azioni da intraprendere e manutenere. Come per altre patologie, sottoposte a revisione anche radicale (per esempio l’HIV/AIDS e le epatiti), anche l’influenza venne analizzata secondo queste procedure.
Tutto questo portava all’elaborazione delle circolari dettagliate, complete di istruzioni altamente specifiche che annualmente venivano emanate dal Ministero in collaborazione con le amministrazioni regionali e provinciali autonome, a garantire omogeneità e tempestività alle operazioni di preparazione e lotta alle malattie influenzali. Analoghe istruzioni erano date all’ISS, titolare dei sistemi di sorveglianza.
Nel 2016 venne riletto con molta attenzione il piano, che venne trovato ancora adeguato. Pensammo quindi di occuparci delle priorità contingenti e, considerando che le circolari integrative e il piano vigente fossero sufficienti a gestire la situazione, di spostare il lancio della procedura di revisione all’anno successivo, una volta acquisite le nuove regole e le nuove linee guida (annunciate) di OMS e ECDC. Conscio di questo, trasmisi una memoria alla Ministro dell’epoca, prima di lasciare il Ministero nell’ottobre del 2017. Cosa poi sia avvenuto deve essere chiesto al collega che mi è succeduto, il Dott. Claudio D’Amario e al Gabinetto dell’epoca, oltre che alla Ministro Lorenzin, alla Ministro Grillo e ovviamente al Ministro Speranza, nonchè ai presidenti delle commissioni parlamentari sulla salute, tra cui il Dott. Sileri, che presiedeva quella al Senato durante il Ministero Grillo, prima di essere nominato Viceministro della salute.