Due persone sono state arrestate oggi al Cairo in relazione alla morte di Giulio Regeni, il 28enne sparito in circostanze misteriose lo scorso 25 gennaio, il giorno del quinto anniversario della rivoluzione egiziana, e trovato morto il 3 febbraio lungo la strada che collega la capitale egiziana ad Alessandria. Lo riferisce il quotidiano egiziano “Masrawy”. “Le agenzie di sicurezza -hanno affermato fonti anonime riferite dal sito internet del quotidiano- hanno raccolto importanti indizi sul caso, in base ai quali si e’ trattato di un gesto criminale e non collegato al terrorismo”.
Giulio Regeni voleva intervistare diversi attivisti sindacali prima di sparire, dieci giorni fa, nei vicoli e nelle strade sporche della periferia del Cairo. Forse e’ questa la causa di una morte che getta un’ombra pesante nei rapporti tra Il Cairo e Roma, che chiede al governo egiziano e al suo uomo forte Abdel Fattah al Sisi di fare piena luce su una vicenda da cui emerge un ruolo controverso, se non oscuro, della polizia egiziana. “Aveva paura” il ventottenne trovato morto mercoledi’ ai margini dell’autostrada tra la capitale egiziana e Alessandria. Scriveva per il Manifesto storie del movimento sindacale egiziano ma sotto pseudonimo: “aveva preferito non firmare gli articoli perche’ “aveva paura per la sua incolumita’”, ha detto ai microfoni di Radio Popolare Giuseppe Acconcia, collaboratore del quotidiano, che conosceva il giovane trovato morto al Cairo.
Il mistero di Regeni accomuna il destino del giovane di Fiumicello a quello di molti blogger, attivisti, sindacalisti e giovani protagonisti laici della rivolta di piazza Tahrir (quella che caccio’ Hosni Mubarak dal potere), spariti nelle careri egiziane e trovati cadaveri. E, come nel loro caso, anche per quello di Regeni e’ stato messo in scena un balletto di versioni contraddittorie tra loro: la procura del c airo afferma che il ragazzo e’ stato torturato e ucciso, la prima; la polizia, che e’ morto in seguito a un tragico incidente stradale. Da ultimo il ministero dell’Interno sostiene che i segni sul corpo dello studente italiano, sono lividi e abrasioni ma non segni di tortura. Lo ha chiarito Ashraf al Anany, direttore dell’ufficio stampa del ministero dell’Interno egiziano che ha anche smentito la ricostruzione fornita da Hosam Nassar, direttore della procura di Giza, che aveva parlato di segni di tortura sul corpo del ragazzo. Al Anany ha detto che “la questione e’ delicata e nessuno dovrebbe fare simili osservazioni. L’assenza di segni di tortura e’ stata confermata dai funzionari dell’obitorio di Zeinhom, dove si trova il corpo del ragazzo”.
In attesa dei risultati definitivi dell’autopsia, le prime indiscrezioni – smentite ufficialmente dal ministero dell’Interno – riferiscono di mutilazioni al naso e all’orecchio, bruciature di sigaretta e segni di coltellate all’altezza della spalla. Sarebbe stata una “morte lenta” quella del giovane dottorando, in Egitto per scrivere una tesi sull’economia nazionale. Il cadavere e’ stato trovato seminudo alle porte del Cairo, lungo la strada che conduce ad Alessandria, lontano sia dalla residenza (el Dokki, quartiere centrale di Giza) sia dal luogo dove aveva appuntamento con un suo amico, centro del Cairo, la sera in cui spari’.
E secondo alcune voci il ruolo della Polizia egiziana sarebbe di primo piano per quanto riguarda la sorte di Regeni. Fonti locali riportate dalla Stampa sostengono che Regeni sia stato fermato da funzionari di polizia lungo la strada la sera del 25 gennaio. Il giovane sarebbe stato portato in un commissariato di quelli già noti dai tempi di piazza Tahrir e interrogato senza guanti bianchi. L’epilogo, contrassegnato dai risultati dell’autopsia di ieri che rilevano abrasioni sul corpo e un colpo alla testa, è la morte.
