Licenza di reincarnare — Il Governo cinese, rassegnato a dover sopportare il Dalai Lama fino alla fine della sua (augurabilmente lunga) vita, intende comunque gestire la successione. Nel 2007 lo “ State Religious Affairs Bureau Order No. 5 ” ha introdotto l’obbligo di ottenere un’appropriata — e preventiva— autorizzazione per chiunque si troverà a incarnare il “Buddha vivente” in futuro. Il regolamento, che ha effetto di legge, è chiaro nell’intento: “La selezione dei reincarnati deve conservare l’unità nazionale e la solidarietà di tutti i gruppi etnici, e il processo di selezione non potrà essere inf luenzato da gruppi o individui operanti fuori dal Paese”… La procedura è gestita con il consueto pragmatismo cinese. L’autorità di concedere le autorizzazioni alla reincarnazione è stata perlopiù demandata alle amministrazioni territoriali interessate e i permessi sono stati —nei fatti— semplicemente messi in vendita. A gennaio dell’anno scorso, il Governo cinese aveva già riconosciuto il diritto di reincarnare il Buddha a 870 pretendenti, ognuno con tanto di numero di registrazione e una speciale tessera di riconoscimento, una misura “anti-frode ”. Così lo Stato cinese si assume il potere di decidere chi sarà il “vero” Dalai Lama in futuro e simultaneamente abbassa, di molto, il prestigio del ruolo. E infatti, l’attuale Dalai Lama—al secolo, Tenzin Gayatso, il 14° della stirpe—in una dichiarazione del 2011 ha descritto il meccanismo come “oltraggioso” e “vergognoso”. Il problema è che Tenzin ormai ha 81 anni—cioè, il suo corpo ha 81 anni— e per quanto pare stia bene in salute, prima o poi il nodo arriverà al pettine. Ha più volte accennato alla possibilità che potrebbe essere lui l’ultimo Dalai Lama, un modo come un altro per evitare che siano i burocrati atei di Beijing a scegliere il suo successore. Ne sentiremo la mancanza. È tra i pochissimi personaggi di primo piano al mondo a restare sempre coerente a se stesso, assistito nel compito dalla straordinaria disponibilità dell’Occidente ad ammirare l’uomo mentre ignora attentamente i suoi pronunciamenti, per niente “politically correct” : come la sua candida—seppure cinica—osservazione dell’anno scorso che se ci sarà mai una Dalai Lama femmina, allora dovrà essere molto, molto carina perché altrimenti nessuno le presterà attenzione. L’osservazione “sessista” è perfettamente coerente con le sue molte dichiarazioni negli anni su come gli uomini non dovrebbero abbassarsi ad accompagnare le donne. Nel 2006 ha spiegato: “Il Buddhismo e il Cattolicesimo hanno i loro motivi per preferire il celibato. Uno di questi è che ci permette di restare distaccati. Vedete, il desiderio e l’attaccamento possono essere ostacoli per la nostra spiritualità”. A ll’inizio di giugno, in una spettacolare intervista alla tedesca Frankfurter Allgemeine Zeitung, il premio Nobel per la pace ha commentato — sempre con lo stesso devastante candore—sul f lusso di migranti mediorientali verso l’Europa: “Se guardiamo i profughi in faccia, soprattutto le donne e i bambini, proviamo compassione… D’altra parte, nel frattempo sono diventati troppi. L’Europa e la Germania non possono diventare arabe. La Germania è la Germania”. E il Tibet è il Tibet, sembra voler dire, anche se è stato obbligato all’esilio permanente dal suo Paese a partire dal l’invasione cinese del 1959.
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