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Cronache

di Mauro Rossato

Continuano gli incidenti sulle nevi. Anche in questa stagione, quasi conclusa, sono stati numerosi. Recentemente un altro bimbo di 9 anni ha subito un grave infortunio sulle piste andando a sbattere contro un albero a Folgarida.

Sono passati più di due anni dalla morte di mio figlio Andrea e il dolore con cui convivo quotidianamente diventa più forte ogni volta che nella cronaca leggo dell’ennesimo incidente sulle piste da sci. Proprio com’è accaduto al mio piccolo Andrea il 5 marzo del 2011 a Cortina, che a 9 anni ha perso la vita sbattendo contro un albero a bordo pista.

Il tempo passa, dunque, ma le tragedie si ripetono: la mancanza di professionalità di alcuni gestori delle piste che non predispongono le misure di sicurezza che salverebbero le vite dei nostri figli, è la causa di queste tragedie. E la mano della Giustizia, che dovrebbe accertare le responsabilità e punire chi consente agli sciatori di rischiare la vita sciando, purtroppo giunge con cronico ritardo. Anche quando una vita si spezza in una pista che si presenta chiaramente insidiosa e contraria alle regole normative.

La lentezza dei processi impedisce la formulazione di risposte concrete e tempestive necessarie a dare non solo esempio ma, soprattutto, imporre ai gestori di mettere in sicurezza le piste per evitare altri tragici lutti.

In questi due anni dalla morte di mio figlio ho rilevato personalmente, in diversi impianti del Nordest, che molte piste presentano lacune e carenze di sicurezza macroscopiche: ciò dimostra che le Leggi, sia quella Nazionale che quelle Regionali, nonostante stabiliscano precise misure di prevenzione e protezione, sono disattese.

Durante le mie esplorazione è emersa, innanzitutto, la pericolosità degli alberi a bordo pista. Quelli che gli “esperti” chiamano “ostacoli tipici” e che non necessitano – dicono loro – di protezioni. Una conclusione, però, bocciata dalla recente Giurisprudenza che si dimostra, quindi, più attenta all’incolumità degli sciatori.

E io da sciatore ed esperto in sicurezza, ma soprattutto da padre di un bambino per il quale l’impatto con un albero è stato fatale, non concepisco per quale ragione un cannone sparaneve debba essere protetto da reti e materassini, mentre il tronco di un pino, posto al fianco di detto cannone e altrettanto pericoloso, non dovrebbe esserlo. Questo significa ignorare drammaticamente termini e definizioni utilizzati nei processi di valutazione del rischio ben normati e conosciuti da coloro che si occupano professionalmente di sicurezza.

Questo, del resto, è quello che è accaduto, il 5 marzo 2011, in quel tratto di pista a Cortina, il Canalone di Tofana variante sud bassa, in cui mio figlio Andrea ha perso la vita: l’albero contro il quale la sua esistenza si è spezzata doveva essere protetto ma, ancor prima, quel tratto di pista non doveva essere aperto essendo privo dei requisiti tecnici di sicurezza stabiliti dalle Leggi e dalla concessione regionale.

Senza contare che in quello stesso punto, un mese prima, un altro ragazzino si era gravemente infortunato e proprio a causa di tale gravissimo episodio la Polizia aveva rilevato la mancanza di protezioni: cautele mai installate! Cautele che avrebbero salvato il mio Andrea. Una gravissima negligenza dei gestori degli impianti delle Tofane di Cortina, ma anche delle forze dell’Ordine che non hanno imposto al gestore di installare le necessarie protezioni. Ecco perché mio figlio Andrea è morto, per la superficialità e la negligenza di coloro che dovrebbero garantire piste sicure.

Eppure, nonostante tutto, quella maledetta pista non è mai stata posta sotto sequestro, sebbene sia stata chiusa dal giorno dell’incidente occorso ad Andrea. Chiusa solo perché nessuno si è più sentito di riaprirla. Ora finalmente il magistrato ha chiesto il rinvio a giudizio e l’udienza è fissata per il 23 aprile. Attendiamo il proseguo dell’iter processuale confidando che la Giustizia dia risposte ad evitare che qualcun altro, o peggio, un’altra giovanissima vita si spezzi sulle piste da sci cortinesi. Sono passati più di due anni dal 5 marzo del 2011 e il mio impegno alla ricerca di verità e giustizia non si placa: anzi, ogni giorno di ritardo in attesa di quelle risposte si accresce!

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