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Cronache

di Guido Camera

Il Consiglio dei Ministri, nella seduta di lunedì sera, non ha dato il via libera alla riforma della prescrizione, come avevano fatto intendere alcune indiscrezioni apparse sui giornali lunedì mattina. Del resto, l’argomento prescrizione neppure era all’ordine del giorno, nonostante, dopo la sentenza della Cassazione sul caso Eternit, sembrava che l’Esecutivo volesse modificare in tempi molto rapidi la normativa oggi vigente.

C’è da sperare che sia prevalso il buon senso all’interno della compagine governativa – e non, invece, che la decisione di rinviare il dibattito sulla prescrizione sia frutto di momentanei tatticismi collegati alla precaria situazione politica - e che si sia capito che mettere mano in modo disomogeneo ed estemporaneo a uno dei cardini del nostro sistema penale – la prescrizione del reato, appunto – rischia di cagionare più danni che benefici.

Ma cosa è la prescrizione del reato? Per gli addetti ai lavori è un istituto giuridico ben noto, mentre per una buona parte delle forze parlamentari, che evidentemente non si occupano di codici e pandette per guadagnarsi il pane, la prescrizione del reato sembra essere, soprattutto leggendo i giornali in questi giorni, una sorta di Moloch che chiede alla collettività sacrifici immensi in nome dell’impunità. In realtà, si tratta di un meccanismo molto semplice, ispirato proprio a sollecitare il rispetto dei principi costituzionali della ragionevole durata del processo e della finalità rieducativa della pena: la prescrizione estingue il reato a seguito del decorso del tempo senza che sia stata pronunciata una sentenza irrevocabile. Il tempo necessario a prescrivere varia in funzione della gravità del reato: i reati più gravi, quelli puniti con la pena dell’ergastolo – la c.d. “morte civile” – sono comunque imprescrittibili.

Nella mia esperienza professionale non ho mai assistito a casi di reale ingiustizia collegate alla prescrizione del reato: ben più frequentemente, invece, ho potuto constatare situazioni di evidente approssimazione, e incomprensibili tempi morti, nella fase delle indagini preliminari, che hanno originato accuse fragili che difficilmente hanno retto il vaglio del dibattimento. E non mi riferisco solo ai casi in cui ho svolto il ruolo di difensore di un imputato, dato che – il più delle volte – ho assistito a tali disfunzioni quale avvocato di una persona offesa dal reato, che certamente non desidera veder dichiarare una sentenza di prescrizione, ma che – forse più dello stesso Pubblico Ministero, essendo toccato personalmente e tragicamente da un reato – ha interesse, e diritto, a un’indagine accurata e tempestiva.

In quest’ottica, ho trovato paradossale la proposta che sembrava volere perseguire il Governo lo scorso agosto, ovvero di “congelare” la prescrizione per due anni dopo la sentenza di condanna di primo grado. Una proposta che, all’indomani della sentenza Eternit, era stata impropriamente rispolverata dal Premier Renzi e dal Ministro Orlando, ma che, fortunatamente, non ha avuto il via libera nel Consiglio dei Ministri di lunedì sera.  Al proposito, va subito sgomberato il campo da confusioni di sorta: una tale riforma neppure avrebbe salvato il processo Eternit dalla prescrizione, posto che questa è conseguita ad una valutazione dei giudici della Cassazione, che hanno ritenuto che il reato contestato a Stephan Schmidheiny dalla Procura di Torino – disastro doloso, e non omicidio – si fosse prescritto sin dal 1998, quando la sentenza di primo grado è del 2012. Peraltro, uno specifico delitto di disastro ambientale – con termini di prescrizione adeguati alla gravità delle conseguenze del reato - neppure esiste nel nostro vetusto codice penale. Forse l’introduzione di questo reato sarebbe una priorità, a ben vedere, piuttosto della riforma della prescrizione.
Conoscendo, infatti, come vanno le cose in Italia – nonché i gravi problemi strutturali che affliggono il nostro sistema giudiziario, soprattutto in termini di carenza di risorse, economiche e umane – la proposta di “congelamento” della prescrizione dopo la sentenza di condanna di primo grado non servirebbe altro che a legittimare un’estensione bulimica – e del tutto inutile, visto che spesso i fascicoli giacciono per anni inerti sugli scaffali delle Procure, con buona pace della persona offesa dal reato e dei suoi diritti - della fase delle indagini preliminari.

Attenzione, peraltro, a non dimenticare che in un Paese civile un cittadino non può rimanere per anni nel limbo degli indagati. Questo è un abuso – da parte dello Stato - del principio della ragionevole durata del processo tanto quanto l’estinzione di un reato a seguito del decorso del tempo.

 

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