Il Decreto Lavoro 62/2026 introduce una novità nel mercato del lavoro: il principio del “salario giusto”, misura di circa 1 miliardo di euro di agevolazioni nel triennio 2026-2028 destinato soprattutto a giovani, donne e lavoratori delle aree della ZES Unica del Mezzogiorno.
Il salario giusto e il Tec
Il concetto di salario giusto garantirà al dipendente un trattamento economico equivalente a quello previsto dai contratti collettivi nazionali del lavoro. Il concetto però si estende al di là del concetto di paga oraria: si basa sul Tec, ovvero il Trattamento Economico complessivo, un parametro generato dall’insieme di tutte le voci retributive spettanti al lavoratore. Nel decreto sono anche previsti bonus legati ad assunzioni di donne e under 35 disoccupati da almeno 24 mesi ed incentivi per la trasformazione dei contratti a termine a tempo indeterminato per giovani che non abbiano mai avuto un rapporto stabile: a determinate condizioni è previsto un esonero contributivo totale per i primi 24 mesi con punte di 800 euro di incentivi per i nuovi contratti in zone ZES (zona economica speciale).
Le critiche del sindacato, Landini: “giusto e minimo possono coesistere”
Il decreto arriva in aula fra le contestazioni dei sindacati. In primis, la Cgil, che lo ritiene un contenuto definito direttamente dal legislatore senza alcun tavolo contrattuale con le parti sociali. Il segretario Maurizio Landini non ha mai nascosto che, a suo avviso, salario minino e salario giusto possano convivere, a patto che il “giusto” non sostituisca o indebolisca la contrattazione collettiva. Ed è proprio partendo da questo concetto che la CGIL ritiene che il cosiddetto “decreto 1 maggio” sia una soluzione più di forma che di sostanza, essendo strutturalmente meno favorevole per i lavoratori. Si contesta il metodo e il merito: Landini, come tutto il centrosinistra, resta legato all’idea che il salario minimo legale da 9 euro l’ora, uguale per tutti e settori e con la garanzia dell’impossibilità di scendere sotto questo limite, sia la strada da percorrer per sconfiggere il cosiddetto “lavoro povero”.
Differenza fra salario giusto e salario minimo
Il Governo Meloni, invece, ritiene che il salario giusto sia tale perché introduce uno stipendio adeguato garantendo il minimo salariale. A differenza del “minimo” però non c’è una cifra fissa, ma una “base”. Il salario minimo, invece, prevede, appunto una retribuzione che il datore di lavoro deve corrispondere al dipendente in relazione ad una determinata unità di tempo. L’oggetto del contendere resta comunque nel concetto. Secondo il centrodestra il salario giusto è una formula elastica che può essere corretta e modulata a vantaggio del lavoratore. Le opposizioni sostengono l’esatto opposto: temono che il sopracitato elastico possa allungarsi a vantaggio di chi ha più forza contrattuale, mentre il “minimo” ha perlomeno un numero, una base, una soglia minima che non si può né si deve infrangere.

