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Scontri e social, l’esperto del Cnr: “Dietro le piazze una regia straniera? Ecco la verità”

Il ricercatore del CNR analizza il confine tra disagio sociale e ingerenze estere: l’odio sul web non dimostra l’esistenza di un attacco straniero

Scontri e social, l’esperto del Cnr: “Dietro le piazze una regia straniera? Ecco la verità”
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Mentre il dibattito sui disordini di piazza e la sicurezza nazionale si sposta sui social network, l’Italia si trova a fare i conti con la sottile linea che separa le proteste spontanee dalle possibili operazioni di guerra ibrida orchestrate da Stati stranieri. Da una parte ci sono i rischi di manipolazione attraverso piattaforme come TikTok, X e Meta, dall’altra la necessità di tutelare il diritto di manifestare e la libertà d’espressione senza cedere alla censura.

Ma dove finisce il contagio sociale delle piazze e dove inizia una vera e propria strategia di destabilizzazione esterna? Quanto è difficile dimostrare l’attribuzione di un’operazione di influenza coordinata attraverso i soli dati pubblici? E quali strumenti reali hanno le istituzioni per analizzare questi rischi prima che sfocino in violenze offline?

A fare il punto è Stefano Cresci, ricercatore dell’Istituto di Informatica e Telematica del CNR di Pisa, che ad Affaritaliani fa il punto su quanto sia difficile individuare le ingerenze estere dietro il caos del web.

Quali elementi permettono di distinguere una protesta spontanea da un’operazione di guerra ibrida orchestrata da uno Stato straniero?

Un importante elemento da analizzare è il grado di coordinamento delle attività online, soprattutto quando pochi profili guidano la mobilitazione di molti altri. Tuttavia, il coordinamento è comune anche nelle proteste spontanee e legittime, e non costituisce di per sé una prova di manipolazione straniera. Il problema più complesso è quello dell’attribuzione: cioè stabilire chi si trovi effettivamente dietro a una campagna coordinata.

Le piattaforme possono avvalersi di dati non pubblici, come indirizzi IP, dispositivi e informazioni sugli accessi, per individuare possibili collegamenti tra gli account. Invece, con i soli dati pubblici, quelli che gli utenti vedono sulla piattaforma, è generalmente molto difficile risalire agli operatori e ancora di più dimostrare un eventuale coinvolgimento di uno Stato straniero. Infine c’è anche da precisare che l’esistenza di un’operazione di influenza o di guerra ibrida non dimostra che questa abbia causato le violenze offline che, per dire, sarebbero potute succedere lo stesso.

TikTok e YouTube possono davvero essere utilizzati per destabilizzare un Paese? Quali tracce lascerebbe un’eventuale regia esterna?

Sì, ed è già successo. Piattaforme come TikTok, Meta, ed X, come anche diversi studi scientifici, hanno documentato operazioni di influenza online riconducibili a Stati come Russia, Cina, Iran e altri. Queste operazioni possono lasciare alcune tracce osservabili, come account che pubblicano contenuti simili in modo sincronizzato, reti di profili che si amplificano reciprocamente o cambiamenti improvvisi nei comportamenti degli account.

Tuttavia, l’analisi dei soli dati online può non essere sufficiente per individuare gli organizzatori. Spesso occorre un vero e proprio lavoro investigativo che integri anche altre fonti di informazione. Infine, va distinto il tentativo di influenzare l’opinione pubblica dalla dimostrazione che tale tentativo abbia effettivamente destabilizzato un Paese. Queste campagne spesso fanno leva su malcontenti già esistenti, per cui è estremamente difficile stabilire quale sia stato il loro impatto effettivo rispetto a ciò che sarebbe accaduto comunque.

Quali strumenti ha l’Italia per contrastare queste minacce senza limitare la libertà di espressione e il diritto di manifestare?

Esiste una distinzione importante tra piattaforme e istituzioni. Le piattaforme hanno gli strumenti per intervenire direttamente tramite la moderazione dei contenuti, ma non sempre hanno un forte interesse a farlo. Peraltro, non tutti gli interventi di moderazione comportano la rimozione o la censura. Basti pensare alle Community Notes di X, che permettono di contestualizzare informazioni potenzialmente fuorvianti senza eliminarle.

Lo Stato, invece, può avere un forte interesse a contrastare queste minacce, ma non può moderare direttamente e velocemente il dibattito online. Può però utilizzare strumenti e tecniche per analizzare le dinamiche sui social, individuando segnali di coordinamento ed eventuale escalation. Queste informazioni possono migliorare la comprensione della situazione, supportare la valutazione dei rischi e quindi aiutare a preparare una risposta adeguata anche offline.

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