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Cronache
Stato-mafia, vincono i pm: Napolitano dovrà deporre

I DOCUMENTI DI AFFARI/ LEGGI L'ORDINANZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO

L'INTERVISTA DI AFFARI/ Salvatore Borsellino: "Ora Napolitano collabori e pretenda le porte aperte"

Il Capo dello Stato sara' ascoltato al Quirinale, quale teste al processo Stato-mafia, nella sede in cui espleta la propria funzione: cosi' ha disposto la Corte di Assise di Palermo oggi nell'udienza del processo Stato-mafia che ha anche stabilito che, in questa occasione, non essendoci disposizioni precise al riguardo, si possa applicare "in via analogica il dettato relativo all'"esame a domicilio di testimone". Per questa ragione, quando il presidente deporra', scattera' "la conseguente esclusione della presenza oltre che del pubblico anche degli imputati e delle altre parti che saranno rappresentate dai rispettivi difensori". Nell'ordinanza letta dal presidente della Corte Alfredo Montalto, viene spiegato che il presidente della Repubblica deve deporre anche perche' "non si puo' di certo escludersi il diritto di ciascuna parte di chiamare e interrogare un testimone su fatti rilevanti per il processo sol perche' quel testimone abbia, in ipotesi anche e persino, in una precedente deposizione testimoniale, escluso di essere informato dei fatti medesimi".

NAPOLITANO: "NESSUNA DIFFICOLTA' A TESTIMONIARE PRESTO"

"Prendo atto dell'odierna ordinanza della Corte d'Assise di Palermo. Non ho alcuna difficolta' a rendere al piu' presto testimonianza, secondo modalita' da definire, sulle circostanze oggetto del capitolo di prova ammesso". Lo fa sapere il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano in una nota diramata nel pomeriggio.

Per questi motivi si "dispone darsi corso all'audizione testimoniale del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con le modalita' specificate in comunicazione riservandosi di indicare la data e l'ora di espunsione della prova all'esito della interlocuzione con il teste medesimo". Secondo la Corte "tra i nuovi elementi che possono condurre a riconsiderare il provvedimento del 17 ottobre 2013 (ammissione della deposizione di Napolitano, ndr) invero non puo' ricomprendersi la lettera inviata dal teste in data 31 ottobre 2013. Sia perche' il suo contenuto rappresentativo non e' utilizzabile - sostiene la Corte - nel processo in assenza di accordo acquisitivo della stessa, accordo nella fattispecie non intervenuto ed anzi espressamente negato da talune delle parti. Sia, soprattutto ed in ogni caso, perche', ove anche si volesse prendere atto del diniego di conoscenze gia' espresso dal teste, cio' nonostante, non potrebbe di per se' solo ritenersi che sia venuto meno l'interesse della parte richiedente ad assumere la testimonianza, anche soltanto per acquisire la dichiarazione negativa di conoscenza, impone che siano utilizzabili nel processo".

Nella lettera inviata il 31 ottobre scorso al presidente della Corte d'assise, Napolitano affermava: "Non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo, come sarei ben lieto di poter fare se davvero ne avessi da riferire e tenderei a fare anche indipendentemente dalle riserve espresse dai miei predecessori Cossiga e Scalfaro, sulla costituzionalita' della norma di cui all'articolo 205 del codice di procedura penale". Dei problemi relativi "alle modalita' dell'eventuale mia testimonianza - aggiungeva - la Corte da lei presieduta e' peraltro certamente consapevole, come ha - nell'ordinanza del 17 ottobre - dimostrato di esserlo dei 'limiti contenutistici' da osservare ai sensi della sentenza della Corte costituzionale del 4 dicembre 2012". La testimonianza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel processo sulla trattativa Stato-mafia sara' limitata esclusivamente alle "preoccupazioni" espresse dal suo consigliere giuridico del Quirinale, Loris D'Ambrosio, scomparso un anno fa, in una lettera del 18 giugno del 2012. Napolitano dovrebbe essere ascoltato limitatamente alle "preoccupazioni" espresse dal suo consigliere giuridico del Quirinale, Loris D'Ambrosio, in una lettera del 18 giugno del 2012 e morto nel luglio 2012 dopo le pesantissime polemiche relative alle sue telefonate con l'ex ministro dell'Interno, Nicola Mancino, oggi imputato di falsa testimonianza nel giudizio palermitano. Il capo dello Stato sottolineava nella lettera, pero', di non aver "in alcun modo ricevuto dal dottor D'Ambrosio qualsiasi ragguaglio o specificazione circa le 'ipotesi' - solo ipotesi - da lui 'enucleate'".

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