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Cronache

Quanta “plastica” può tollerare il nostro organismo? Quanto mercurio c’è nel pesce che mangiamo? L’Adriatico è una discarica di tritolo? Perché meduse e alghe aliene invadono i nostri mari? A queste domande pochi sanno rispondere, non vi è coscienza di quanto oggi accade nel mare, come e perché il Mediterraneo e gli oceani stiano mutando rapidamente sotto i nostri occhi inconsapevoli. Da qui nascono tre reportage che Carnimeo ha scritto navigando oltre le rotte convenzionali nel mare di plastica, nel mare di mercurio e nel mare di tritolo: un’immensa discarica, fotografia e conseguenza del modo in cui abbiamo scelto di vivere. C’è però chi non ci sta a lasciare questa pesante eredità alle generazioni future. Un libro che è denuncia e racconto insieme.

Nicolò Carnimeo insegna Diritto della navigazione e dei trasporti all’Università di Bari. Dopo un viaggio in Nigeria e Malesia ha scritto NEI MARI DEI PIRATI (Longanesi). Ha anche pubblicato il libro MONTENEGRO,VIAGGIO SENZA TEMPO (Giorgio Mondadori). Collabora con “Limes”, “La Stampa”, “il Fatto Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” e la trasmissione LINEA BLU (Rai 1).

LEGGI IN ANTEPRIMA PER AFFARI L'ESTRATTO DAL LIBRO "COM'E' PROFONDO IL MARE?" (per gentile concessione di Chiarelettere)

Non è segnata sulle carte nautiche, né si può avvistare dall’alto o su Google Earth. Eppure è grande quanto un continente, così vicina che basta allungare la mano per toccarla. Dell’isola di plastica fluttuante negli oceani abbiamo avuto notizia dai media, ma non sappiamo cos’è. C’è chi immagina persino che ci si possa camminare o piantare l’asta di una bandiera come sulla Luna. Per rendermi conto di cosa fosse ho dovuto navigare fuori dalle rotte convenzionali: dal nostro Mediterraneo alle latitudini subtropicali nelle «zone di convergenza» dove gli oceani, con un gioco di correnti, raccolgono le migliaia di tonnellate di plastica che gettiamo in mare e le compattano in giganteschi ammassi. Lì ho imparato a percepirla nella sua devastante realtà, mi ci sono immerso, sono rimasto avvolto da miliardi di minuscoli frammenti multicolori che si aggregano e disgregano come una specie di blob. I pezzetti di plastica funzionano come una spugna: si caricano di veleni e si infilano nella catena alimentare, giungendo fino all’uomo.

L’isola non è lontana, scorre nei nostri vasi sanguigni; l’organismo si comporta come il mare, cerca di isolarla, la tiene a bada, ma sino a quando? Quale quantità possiamo tollerare? Sappiamo ancora poco o nulla su come questo nuovo continente di plastica muterà le regole della vita nel mare, e la nostra. L’esplorazione che abbiamo documentato è solo all’inizio, serve a intuire ciò che sta avvenendo, ma non può prevedere ciò che sarà. E non c’è solo un’isola. Un geniale oceanografo, Curtis Ebbesmeyer, di cui parleremo più avanti, seguendo il moto degli oggetti galleggianti negli oceani, tra cui una flottiglia di paperelle di plastica, ne ha censite cinque: due nell’Atlantico, una nell’Oceano Indiano, due nel Pacifico, ma sono soltanto le principali. Ne ha stimato l’estensione totale in milioni di miglia quadrate. Solo quella del Pacifico settentrionale pare essere grande quanto l’Europa. Nel Mediterraneo il problema è più grave: in questo mare chiuso la plastica rimane prigioniera, e vi racconterò cosa abbiamo trovato solo nei primi venti centimetri dalla superficie.

L’isola esiste, ma in effetti non c’è, perché per trovarla bisogna acquisire uno sguardo e una coscienza nuovi. Anche la sua storia sembra sfuggire come i miliardi di detriti nel mare, quasi non volesse farsi raccontare, svelandosi poi in modo insolito, inaspettato in un singolare gioco del destino. Il mio viaggio inizia a Londra dove ho incontrato il capitano californiano Charles Moore, il primo a scoprire l’isola nel Pacifico settentrionale, il Great Pacific Garbage Patch, mostrando al mondo ciò che era evidente, ma nessuno riusciva o voleva ancora recepire. Quando penso all’isola di plastica mi viene in mente la fiaba di quel re vanitoso che amava vestirsi dei tessuti più preziosi e leggeri, e che un giorno si fece convincere da un furbo sarto a indossare una seta così impalpabile da essere invisibile. In realtà non aveva indosso nulla. Eppure tutti i suoi sudditi lodavano quel vestito con mille elogi. Solo un bimbo, alla vista del sovrano, esclamò: «Il re è nudo!». Charles è quel bambino.

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