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Cronache
falconeeborsellinoUna celebre immagine di Falcone e Borsellino

di Lorenzo Lamperti

twitter@LorenzoLamperti

19 luglio 1992: Paolo Borsellino viene ucciso in via D'Amelio. A 21 anni di distanza, di sicuro c'è solo questo. O quasi. Piergiorgio Morosini, giudice dell'udienza preliminare sulla trattativa Stato-mafia, ricorda il grande magistrato in una lunga intervista ad Affaritaliani.it: "E' stato un esempio per un'intera generazione e simbolo di un'epoca difficile ma piena di speranza di rinnovamento". Morosini ricostruisce le ipotesi sull'attentato: "Vendetta, ricatto e destabilizzazione. Le chiavi sono queste e non necessariamente alternative l'una all'altra". 

Dottor Morosini, qual è il suo ricordo di Paolo Borsellino?

Non ho mai conosciuto personalmente Paolo Borsellino. Il 19 luglio 1992 avevo appena superato il concorso da uditore giudiziario e non ho avuto con lui comunanza di vita e di professione. Ciò nonostante penso di essere tra i tanti magistrati, giovani e meno giovani, che anche da lontano ne apprezzavano l’impegno e la passione. Borsellino è stato uno dei motivi per i quali ho scelto di venire a lavorare a Palermo. Le testimonianze lasciate da Borsellino e Falcone hanno rappresentato un grande stimolo per l’impegno di un’intera generazione di magistrati. L’inizio degli anni Novanta era un’epoca molto difficile, di forte crisi politica e istituzionale. Però era anche un momento di grande speranza di rinnovamento. Una speranza che passava molto attraverso la via giudiziaria. Sembrava che a partire dalle procure di Milano e Palermo potesse esserci un rinnovamento di portata generale…

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C’è poi stato questo rinnovamento?

Sono stati fatti passi avanti nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata, soprattutto nella prima fase. Oggi l’Italia è un Paese molto diverso e la sensibilità verso questi temi è molto cambiata. Però ci sono anche molte analogie con quel periodo. Analogie che stanno nel fatto che un certo tipo di criminalità di stampo mafioso si nutre di alleanze nell’ombra con segmenti del mondo imprenditoriale e istituzionale. Ed è una criminalità che nei momenti di transizione vuole assumere ruoli di protagonismo in vista degli scenari futuri.

A livello culturale l’esempio di Falcone e Borsellino è riuscito a scalfire la fascinazione che in alcuni ambienti si provava per la mafia?

Sono stati inferti colpi durissimi all’immagine del crimine organizzato di stampo mafioso. Fino all’inizio degli anni Ottanta certe aree territoriali erano ancora caratterizzate dalla fascinazione per certi personaggi del mondo criminale. Oggi non è più così. Però non bisogna mai trascurare il modo in cui si raccontano i fatti. E in questo i mass media e l’informazione hanno un ruolo fondamentale. A me viene sempre in mente l’esempio della fiction “Il capo dei capi”: 350 giovani su internet hanno costituito un blog che inneggiava alla figura di Salvatore Riina, visto come un eroe. Se raccontiamo una mafia fatta solo di estorsione, droga e omicidi e tralasciamo la parte dell’impegno nel circuito economico-finanziario e politico-istituzionale si rischia un effetto boomerang e si impoverisce il dibattito pubblico.

L’obiettivo della mafia è restare impunita. C’è un pezzo di Cosa Nostra che in questi anni è riuscita a restare impunita?

Ci sono state molte iniziative di contrasto alla parte imprenditoriale di Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra. Lo dimostrano le operazioni fatte anche recentemente in sintonia tra Milano e Reggio Calabria, Roma, Napoli e Palermo. Ma è vero che oggi il crimine organizzato si sta specializzando sul versante economico e finanziario. Abbiamo a disposizione una legislazione antimafia avanzata. Ma siamo carenti sulle norme di sistema. Un esempio lampante è la legislazione sulla corruzione che ha poggia ancora le basi nel codice Rocco varato nel 1930. Ci mancano le misure adatte a contrastare le nuove forme di corruzione. Negli Usa hanno il test di integrità, qui non esiste. E questo non dovrebbe accadere visto che abbiamo firmato nel 1999 la convenzione di Strasburgo. Ma in 14 anni di tempo le norme non sono state ancora cambiate…

PIERGIORGIO MOROSINI è magistrato dal 1993. È ora giudice delle indagini preliminari presso il tribunale di Palermo. Titolare di numerosi processi a Cosa Nostra, è stato estensore di sentenze relative ai capi storici della mafia (Riina Salvatore, Provenzano Bernardo, Brusca Giovanni, Bagarella Leoluca). Si è occupato di infiltrazioni mafiose nella sanità, negli appalti di opere pubbliche, nella politica e nella giustizia. È autore di articoli e commenti in materia di giustizia penale e criminalità organizzata per le riviste “Questione giustizia”, “Diritto penale e processo”, “Foro italiano”. Ha fatto parte della Commissione ministeriale per la riforma del codice penale dal 2006 al 2008 ed ora segretario nazionale di Magistratura democratica.

La magistratura sta cercando, con più o meno successo, di fare luce su via D’Amelio. Si può dire che in questi anni la politica abbia fatto altrettanto?

Sulla politica non generalizzerei. Alcune parti della politica si sono impegnate e sono state parte attiva anche nelle commissioni antimafia. Il documento del 2010 della commissione presieduta da Pisanu, per esempio, è stato un contributo importante. La politica ha scontato anche l’impoverimento del dibattito pubblico. Faccio un esempio: l’anno scorso era il ventennale delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Ma si è parlato solo delle intercettazioni tra Napolitano e Mancino e delle aspirazioni politiche di un pubblico ministero. Delle stragi non si è quasi mai parlato. È stata una grande occasione mancata. La ricerca della verità in un Paese davvero democratico non passa solo per le aule di giustizia. Avremmo tutti il dovere di comprendere che cosa è avvenuto nel 1992-1993 perché quella stagione ha condizionato la nostra democrazia negli anni successivi.

Ci sono ancora segmenti dello Stato e della politica che pensano che venire a patti con la mafia in determinate situazioni possa essere giusto?

Faccio un discorso di carattere generale, non legato ai processi in corso. Non dobbiamo dimenticarci che noi siamo il Paese della linea della fermezza sul caso Moro. Dobbiamo intenderci su una cosa: se nei momenti di emergenza criminale ci sono apparati di sicurezza che tentano di agganciare esponenti del mondo criminale per convertire qualcuno al pentimento e per infiltrare qualcuno nei gruppi criminali per ottenere confidenze tutto questo è coperto dalla legge e legittimo. Dobbiamo invece chiederci se è altrettanto legittimo agire senza il controllo dell’autorità giudiziaria per ottenere risultati, di qualsiasi tipo, attraverso contatti con boss mafiosi, magari latitanti. Bisogna capire se in certi momenti della storia italiana alcuni apparati abbiano agito senza nessun tipo di controllo, né giudiziario né politico.

Si può dire che in via D’Amelio un pezzo deviato dello Stato si nascose dietro Cosa Nostra per perseguire propri obiettivi?

Su via D’Amelio io credo che da sempre ci siano tre chiavi di lettura che non necessariamente sono alternative tra loro. Numero uno: una vendetta della mafia nei confronti di un magistrato che per la sua grande statura morale e professionale si era sempre adoperato nel contrasto ai gruppi criminali. Numero due: un ricatto ai danni dello Stato per ottenere dei vantaggi. Numero tre: un attentato inserito in un anello di attentati che assecondavano un progetto di destabilizzazione della vita dello Stato. Progetto portato avanti non solo da Cosa Nostra ma anche da altre entità. Possono esserci spiegazioni che si combinano le une con le altre ma questo lo stabiliranno i processi.

Processi molto complicati…

Processi molto difficili e delicati, da portare avanti con serenità ed equilibrio, nei quali bisogna avere la capacità di procedere, in presenza di elementi concreti, nei confronti dei responsabili chiunque essi siano ma anche di saper distinguere e tutelare gli innocenti che finiscono nelle maglie di un’investigazione penale. Non è un compito semplice.

Le bombe di quella stagione rientravano in una nuova strategia della tensione?

Ci sono delle informative della Dia che già nel 1993 parlavano di possibili convergenze tra ambienti criminali mafiosi, ambienti dell’eversione neofascista, pezzi della massoneria deviata e pezzi di apparati di sicurezza deviati. Tutte cose scritte in delle informative tra il 1993 e il 1998. Non ho la verità in tasca, ho solo letto delle carte. Non voglio trarre conclusioni, dico solo che sono ipotesi che hanno una certa plausibilità.

Pensiamo alla bomba di Brindisi. Alla fine è venuto fuori che si trattava dell’azione di un singolo ma all’inizio si è evocata la mafia e sono riaffiorati i fantasmi del 92-93. Crede ci sia il pericolo di una nuova stagione di attentati?

Faccio riferimento a dati storici. Prendiamo il biennio 69-70 e 92-93. Sono momenti entrambi di grossa crisi politico istituzionale ed economico sociale per l’Italia. Crisi del sistema dei partiti e del sistema economico. In queste fasi ci sono sempre stati degli attentati volti alla destabilizzazione con il coinvolgimento più o meno diretto la criminalità organizzata. Bisogna chiedersi se anche oggi siamo in un contesto simile. Io non sono uno storico e non spetta a me rispondere a questa domanda. Ma se diamo la risposta in maniera affermativa allora dobbiamo stare attenti a certi segnali. Non dobbiamo però neppure esagerare interpretando tutto come una filiazione di quei segnali. D’altra parte forse oggi la strategia della tensione non passa neppure più per le bombe nelle stazioni ma magari per degli attentati al circuito economico finanziario o a degli assalti ai gruppi bancari. Oggi i modi per destabilizzare la vita pubblica di un Paese possono essere molto diversi. E chissà se abbiamo le chiavi di lettura per comprenderli e decifrarli…

Si è detto spesso che tra mafia e politica non c’è stata solo una trattativa ma tante trattative. Il legame tra queste due entità è inscindibile?

Il rapporto tra mafia e politica non si può recidere solo con l’iniziativa giudiziaria. Dovrebbero essere i singoli partiti ad avere la capacità e la volontà di individuare i rami secchi e tagliarli. Nel 2007 fu varato un codice etico che decretò l’incandidabilità di persone rinviate a giudizio per tutta una serie di reati. Già nel 2008 ci sono stati 107 casi di violazione del codice etico equamente divisi tra tutte le forze politiche. La politica deve farsi un esame di coscienza e risolvere autonomamente i suoi problemi. Se lasciamo tutto nella risposta della magistratura drammatizziamo l’iniziativa penalistica e aumentiamo le iniziative di delegittimazione dei magistrati che si devono per forza di cose, a quel punto, occupare di politica.

Il reato di concorso esterno andrebbe rivisto?

Il reato di concorso esterno in associazione è stato il reato che ha consentito di varcare la soglia del potere nelle indagini antimafia. La difficoltà sta nel trovare una definizione condivisa di questo reato, soprattutto in materia di rapporti tra mafia e politica. È stato l’enfant terrible della giustizia italiana, basti vedere l’oscillazione dei verdetti come nel caso dei processo Contrada o Mannino. Sotto questo profilo andrebbe forse ritoccato ma tenendo presente che è lo strumento fondamentale per colpire la vera risorsa delle mafie nel nostro Paese, cioè le complicità dei mondi istituzionali ed economici.

Lei è di origini romagnole. Secondo lei parlare di “infiltrazioni al Nord” come fanno ancora in molti non è un po’ desueto?

Il termine “infiltrazione” non è solo desueto ma anche razzista perché nasconde il primato morale dell’infiltrato rispetto alla provenienza dell’infiltrante. E invece ci sono molti imprenditori del Nord che la mafia la chiedono, per esempio sul versante dello smaltimento illegale dei rifiuti. Molte concerie che devono sversare sostanze come il cadmio si rivolgono alla camorra perché abbattono i costi sino a quattro quinti rispetto al valore di mercato. Con questa operazione non solo sbaragliano la concorrenza ledendo tutta una serie di principi ma mettono in conto che ci saranno delle comunità territoriali, per esempio in Campania, esposte a gravissime malattie. Non possiamo più dire che questi imprenditori sono infiltrati ma corresponsabili.

I processi in corso ci aiuteranno a capire la verità su via D’Amelio o dovremo rassegnarci a che rimanga un altro dei misteri della storia del nostro Paese?

Non so se e quando si saprà la verità ma occorre avere la verità come fine. Purtroppo è ormai chiaro che anche nel circuito istituzionale ci siano persone che non hanno la verità su quella stagione come fine. Ma io da cittadino non mi rassegno.

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