Vittorio Occorsio, il giudice che sfidò la P2 e il terrorismo nero
Ci sono uomini che pagano il prezzo più alto semplicemente perché fanno il loro lavoro troppo bene. Vittorio Occorsio era uno di loro. Cinquantatré anni, romano del quartiere Trieste, una formazione classica al liceo Giulio Cesare e una mente giuridica affilata, Occorsio non è stato un magistrato qualunque. È stato l’uomo che, negli anni più bui della Repubblica, ha sollevato il velo sulla complessa ragnatela che univa l’estremismo nero, i poteri occulti e la criminalità organizzata.
L’impegno per la Repubblica e le grandi inchieste
Il suo viaggio dentro l’inferno degli Anni di Piombo inizia il 12 dicembre 1969. È lui, come sostituto procuratore, a interrogare per primo Pietro Valpreda dopo la drammatica strage di Piazza Fontana. È una stagione segnata da pesanti depistaggi messi in atto dai servizi segreti, ma Occorsio non si fa sviare a lungo e imbocca la pista corretta.
Nel 1973, in qualità di pubblico ministero, mette sotto accusa i vertici del movimento neofascista Ordine Nuovo, invocando con forza l’applicazione della Legge Scelba per la ricostituzione del disciolto partito fascista. La sua requisitoria nell’aula di tribunale risuona ancora oggi come un manifesto democratico: “La sentenza dovrà essere come uno specchio, un punto di riferimento per quanti sono preposti alla tutela dell’ordine repubblicano“.
Le intuizioni sulla P2 e i sequestri di persona
Le condanne inflitte ai leader eversivi, che fuggono all’estero, scatenano il desiderio di vendetta della destra radicale. Ma il magistrato non si lascia intimidire e rilancia. Nella primavera del 1976 è il primo in Italia a intuire un legame ancora più inquietante. Indagando sui rapimenti messi a segno a Roma dalla Banda dei Marsigliesi, si accorge che i soldi dei riscatti non servono solo ad arricchire la malavita, ma vengono riciclati attraverso canali insospettabili per finanziare il terrorismo nero.
Dietro questa immensa macchina finanziaria, intravede l’ombra della loggia massonica P2 di Licio Gelli e degli apparati deviati dello Stato. “Vogliono seminare il terrore per spingere gli italiani a chiedere un governo forte“, confida profeticamente al collega e amico Ferdinando Imposimato. È l’inizio della fine: pochi giorni dopo aver interrogato Gelli, a Occorsio viene misteriosamente revocata la scorta.
L’omicidio
La mattina del 10 luglio 1976, a soli tre giorni dall’inizio delle vacanze estive, il magistrato sale sulla sua Fiat 125 per recarsi in ufficio. All’incrocio tra via Mogadiscio e via Giuba, a pochissimi metri da casa, ad attenderlo c’è un commando di Ordine Nuovo guidato dal “comandante” Pierluigi Concutelli. Trentadue colpi di mitra Ingram cancellano la vita del giudice. Prima di dileguarsi, i killer rubano la sua borsa personale: all’interno ci sono i fascicoli scottanti sui sequestri e le prove dei flussi di denaro che portavano dritti alla massoneria e in Calabria. Sul luogo del delitto viene lasciato un volantino di rivendicazione che accusa il magistrato di aver perseguitato le idee del movimento per puro “opportunismo carrieristico“.
Il processo e i misteri irrisolti
La risposta dello Stato è rapida, ma parziale. Nel marzo del 1978 la giustizia emette la sentenza definitiva condannando all’ergastolo i neofascisti Pierluigi Concutelli e Gianfranco Ferro come esecutori materiali dell’agguato. Tuttavia, l’inchiesta si ferma davanti al muro di gomma dei mandanti di livello politico e massonico, che non saranno mai identificati ufficialmente. Negli anni successivi emergeranno ulteriori piste e testimonianze che collegheranno il delitto Occorsio ad altri grandi misteri italiani, come l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli e le attività finanziarie del banchiere Michele Sindona.
Oggi a Roma un’aula del Tribunale, una scuola e un parco a Villa Mercede portano il suo nome per preservarne il ricordo. Ma l’eredità più grande di Vittorio Occorsio resta il suo metodo d’indagine visionario: l’aver capito, con largo anticipo sulla storia, che per colpire il cuore del terrorismo bisognava seguire le tracce dei soldi sporchi.

